• Storie in social VR: Bruna Athena Picchi

    Le storie riprendono nel mondo social VR. Avete seguito il mio progetto fin dall’inizio? Se desiderate saperne di più potete leggere la presentazione al link. Questa volta incontriamo una travel blogger, Bruna Picchi che sul web e in Altspace VR ha adottato il nickname Athena. Ci siamo conosciute grazie a The Pyramid Cafè e spesso ci siamo ritrovate agli eventi, condividendo interessi per i social e il turismo. Da tempo seguo il suo ‘Il mondo di Athena Blog‘ dove parla di: ‘racconti di viaggio, consigli di lettura e scrittura sul web e blogging, ossia contenuti speciali per chi vuole essere blogger e web writer’.

    Il 25 marzo scorso ha tenuto uno speech dal titolo ‘Travel blogger ai tempi del Covid-19‘ nel quale ha illustrato come l’attività del travel blogger abbia dovuto evolvere durante il periodo della pandemia, causa lockdown, azzeramento dei viaggi, timore del contagio. Non si è fermata, ma ha trovato nuove espressioni per aiutare a superare il periodo d’incertezza e ritrovare, sognando, il desiderio di viaggiare.

    Chi è Bruna Athena Picchi

    Bruna Picchi è una web copywriter, una travel blogger e social media strategist. Nel suo blog scrive della sua attività: ‘In altre parole, scrivo testi per il web e mi prendo cura delle strategie di comunicazione digitale per aziende e professionisti.’

    La storia di Athena

    Scopriamo insieme come Athena si è avvicinata ai mondi di social VR e alla realtà virtuale. Come può essere utile la VR a una travel blogger? L’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Ciao Bruna ci racconti come e quando ti sei avvicinata alla VR? 

    Ciao Simonetta, sono molto contenta di essere tua ospite! 

    Mi sono avvicinata alla VR durante il primo lockdown, decretato a causa della pandemia da Covid-19, nella primavera del 2020. 

    Conoscevo da tempo l’esistenza dei metaversi e dell’utilizzo della VR in diversi contesti, ma non mi ci ero mai accostata. Non è stato così per diffidenza, ma molto più banalmente perché non ne avevo avuto mai occasione. E poi l’occasione è arrivata.

    Sei una travel blogger che frequenta assiduamente e con passione il social VR. Come utilizzare al meglio questi mondi? 

    I mondi virtuali sono un valido strumento per conoscere persone e altre realtà – quelle analogiche, per capirci. 

    Sono mondi “democratici”, perché chiunque può accedervi. Si conoscono persone con le quali si condividono interessi o che si dedicano ad attività completamente differenti alle nostre. 

    In ogni caso, entrare in un metaverso significa avere un ulteriore varco di accesso alla Conoscenza. Per me questo è un elemento di grande valore.

    In VR si possono “vedere” anche luoghi che appartengono al mondo in cui viviamo in carne e ossa, e questo può essere una grande opportunità per chi non può o non vuole spostarsi. 

    Tuttavia, e qui parlo da persona che ama viaggiare, non è solo la possibilità di visitare diversamente città e nazioni che mi entusiasma. Mi alletta il confronto a proposito delle esperienze vissute, quindi la trasmissione del sapere. 

    È un po’ quel che credo debba essere il file ultimo e forse più nobile di un travel blog come il mio: non offrire, banalmente, consigli (un po’ stento a crederlo ma è così: i lettori desiderano sapere cosa fare, dove e come), ma raccontare esperienze e creare lo spazio giusto per discuterne. 

    Utilizzi altre piattaforme oltre ad AltspaceVR?

    Ad ora no, purtroppo, anche perché non sono ancora adeguatamente attrezzata. Quando avrò le tecnologie adatte, di sicuro sperimenterò altre piattaforme.

    Durante il tuo speech a MagicFlute Show hai parlato del mestiere di travel blogger e il digitale. Quali sono, a tuo parere, le opportunità che la realtà virtuale e soprattutto il video 360° possono offrire ai racconti di viaggio?

    Quando la realtà virtuale vedrà una maggiore partecipazione dell’utenza italiana (scrivo solo in italiano), essa permetterà di fare un’esperienza che altro non è che l’estensione, più vivida, del racconto di viaggio. 

    Questa narrazione potenziata dei luoghi potrebbe davvero fare la differenza, quando un lettore deciderà se visitare o meno un luogo. A maggior ragione, penso, dovrebbero essere proprio le destinazioni turistiche a doversi dedicare allo storytelling con il supporto della VR. 

    Che cosa consiglieresti di sperimentare ai tuoi colleghi?

    Consiglierei di familiarizzare con le piattaforme e, perché no, proprio a partire da Altspace, che è piuttosto semplice. Li inviterei a partecipare agli appuntamenti che siamo soliti darci con una certa regolarità, per poi partire tutti insieme in un bel tour di esplorazione dei mondi.

    La VR va per forza provata, altrimenti, al riguardo, si parla solo a vanvera.

    Hai già creato itinerari con contenuti in 360°? 

    Non l’ho fatto, ma in futuro vorrei creare la mia galleria per portare le persone nei luoghi che ho più amato.

    Quali programmi hai per il prossimo futuro?

    Chiaramente, il grosso delle mie energie è riservato al mio lavoro di web writer. 

    Tuttavia, dopo lo scorso inverno trascorso per lo più in casa, mi sto godendo la mia città e la mia regione. Ho intenzione di raccontarli il più possibile, attraverso il blog: non è solo un piacere, è proprio una vocazione. 

    Raccontare il viaggio

    Per forza di cose, ciò mi “costringe” a considerare quanta reale necessità esiste di narrare i luoghi attraverso nuovi e più potenti linguaggi. Ecco, nel mio piccolo mi piacerebbe diffondere l’idea che lo storytelling è più di una parola che va di moda, ma un modo per valorizzare e promuovere i luoghi, portarvi nuovi visitatori e riportarvi i cittadini, e creare valore per tutti.

  • Storie in XR: Artematiko

    Le storie in XR e social VR proseguono con un artista, Settimo Marrone, aka Artematiko, che ho conosciuto agli incontri di Pyramid Cafè in AltspaceVR. Vi ho già parlato del founder, Francesco Spadafina e degli eventi MagicFlute Show. Un giorno Francesco mi contatta in chat, dicendo di essere stato invitato da Artematiko come speaker a un evento della Cappella Orsini di Roma e di volermi coinvolgere. Spesso si pensa che i mondi di social VR siano legati solo al gaming, a mondi effimeri e poco concreti. In realtà posso dimostrarvi che mettono in contatto artisti, professionisti, sviluppatori, ecc., creando connessioni e legami reali e di grande interesse.

    Telefonate, chat e due speech in modalità phygital si sono susseguiti. In quei giorni alla Cappella Orsini di Roma si svolgeva una doppia mostra – virtuale e reale- con la partecipazione delle opere in realtà aumentata di Artematiko dal titolo: ‘Dalle Maschere Rituali a quelle Virtuali‘. 

    Il 10 febbraio abbiamo tenuto in forma ibrida il primo speech dal titolo ‘Comunicazione virtuale e stili di vita‘. Ecco una schermata dell’evento a cui ho avuto il piacere di partecipare.

    Evento alla Cappella Orsini dal titolo ‘Comunicazione virtuale e stili di vita’

    La collaborazione nel mondo reale è continuata con un secondo speech, sempre alla Cappella Orsini, dal titoloCosa c’è oltre Zoom. Modalità efficaci per la comunicazione online‘. Colgo quest’occasione per ringraziare Artematiko e il dr. Roberto Lucifero, antropologo e direttore artistico della Cappella Orsini.

    Dopo questa premessa, nella quale vi ho narrato com’è entrato nella mia vita professionale Settimo, veniamo alla storia che desidero condividere con voi.

    Chi è Settimo Marrone aka ARTEMATIKO

    Settimo ama presentarsi nella sua biografia come: un artigiano dello spettacolo, che produce spettacolari contenuti visuali, video e audio.Potrei definirlo uno sperimentatore o se preferite, facendo riferimento agli archetipi junghiani, un ‘esploratore’.

    La storia di Artematiko

    Scopriamo insieme com’è nata la passione di Artematiko per la realtà aumentata e perché ha scelto questo nickname. Una storia che risale al lontano 2009, ma non vi anticipo nulla di più, perché vi lascio all’intervista. Troverete spunti davvero interessanti, perché dietro gli avatar e le opere in extended reality (XR) si celano artisti e professionisti di grande spessore.

    L’intervista

    Artematiko raccontaci quando ti sei avvicinato per la prima volta alla realtà aumentata.

    Grazie per quest’occasione di raccontare un tipo di arte così effimera eppure così pervasiva ed emozionante.
    Ho cominciato ad approcciarmi alla Realtà Aumentata intorno al 2009. In quel periodo di traslochi continui, accedere a internet era problematico. Usavo il cellulare con i 3 Giga mensili o meglio una pennetta wifi collegata ad un cavo usb di un paio di metri, per posizionarla dove potessi captare i rari segnali wifi liberi intorno a me. A volte ho anche costruito piccole parabole in cartone e fogli di alluminio, per poter meglio ricevere i segnali.

    Il bisogno aguzza l’ingegno.

    La rete mi offriva letteratura varia sulla realtà virtuale e comprenderla per impiegarla in ambito artistico e poetico era prioritario. Dopo la tesi di qualche anno prima, sul piccolo museo degli automi, realizzata con la tecnologia vrml (Virtual Reality Modeling Language) volevo saperne di più. Nella tesi ho sostenuto che con la vrml chiunque potesse costruire il proprio spazio tridimensionale online, il proprio personaggio e socializzare con altri.

    Qualche tempo dopo, in effetti, nel 2003 in America viene lanciato il primo social network sviluppato in un mondo tridimensionale online, Second Life, e sappiamo il successo di questa piattaforma che divenne un fenomeno pop.

    Nelle mie ricerche mi imbattevo in articoli piuttosto generici, che descrivevano come alcune aziende o sfruttassero le animazioni tridimensionali “appiccicandole” su dei marcatori bidimensionali (ARtags) in bianco e nero e sfruttandole per dimostrazioni pubblicitarie.
    Quella che mi colpì di più fu un’animazione della General Electric Company (GE). Bastava andare sul loro sito, inquadrare con la webcam un particolar marcatore nero su un foglio bianco (non avendo la stampante ho dovuto disegnarlo a mano su un A4), e dal disegno usciva letteralmente fuori una mini centrale elettrica solare o eolica, come un popup.
    Questa cosa la trovai magica e divertente e, visto che questa è sempre stata la linea dei miei progetti e delle mie ricerche, mi conquistò totalmente.

    animazione della General Electric Company
    animazione della GE

    Con il tempo ho fruito di applicazioni sempre più complesse, giochi come quelle prodotti per la psp della Sony: Eyepet era sicuramente la più divertente perché era possibile interagire nell’ambiente reale, con un cucciolo simile ad una piccola scimmia da accudire.

    gioco della Sony: Eyepet
    gioco della Sony: Eyepet

    Ho entrambi i dischi di Invizimals, un altro gioco per psp in cui bisogna scovare e addomesticare creature particolari, ma dopo la fase di ricerca, mi sono stufato presto: non ho mai amato addomesticare e far combattere fra di loro qualunque tipo di creatura. Sì anche quelle virtuali.

    Invizimals, gioco per psp

    Nel 2012 la Nokia diede uno scossone nel campo delle applicazioni in Realtà Aumentata utilizzando il gps del cellulare per riconoscere l’ambiente reale. Quando usci l’app chiamata semplicemente City Lens, ne fui strabiliato. Con il Lumia 920, puntando la fotocamera intorno a me, potevo riconoscere i punti d’interesse, con recensioni, distanza, altezza del piano ecc. Quindi, ristoranti, negozi, musei e quant’altro.

    City Lens- Nokia

    Solo grazie alla compagnia Autonomy della HP, sono riuscito a fare i miei primi esperimenti come creatore di contenuti in AR. La compagnia aveva creato un App nel 2011 per device mobili chiamata Aurasma (In seguito chiamata Hp Reveal), e uno studio raggiungibile da browser del computer Aurasma Studio appunto, per applicare video, immagini o animazioni ad una qualunque immagine (visual trigger) da visualizzare poi con l’app di cui sopra. Ho cominciato ad usarla seriamente solo nel 2019, insieme ad altre piattaforme per creare contenuti in AR. Purtroppo il progetto HP Reveal ha chiuso i battenti nel 2020, anche se usato come strumento educativo in alcune scuole italiane.

    Sempre nel 2019 mi sono orientato su altre due piattaforme per creare contenuti in AR, Arize e Artivive, preferendo quest’ultima con la quale collaboro ormai ancora oggi.

    Artivive è particolarmente orientata ad artisti, illustratori, eventi museali e per poter fruire del servizio di creazione di contenuti, durante l’iscrizione, bisogna presentare un portfolio con le proprie opere. Una volta iscritti, l’azienda offre la possibilità di creare tre progetti gratuiti e poi di acquistare altri. Non ricordo il costo di ogni “progetto” perché collaborai con loro per la creazione di un video tutorial in italiano e l’azienda mi offri la possibilità di realizzare ben quindici progetti.
    Ovviamente l’app per smartphone e tablet è scaricabile gratuitamente: serve solo a riconoscere le illustrazioni (i visual triggers) su cui sono applicate animazioni in AR.

    Che cosa significa per te ‘aumentare la realtà’?

    Prendo spunto dal significato ufficiale di AR, una tecnologia con la quale è possibile rappresentare una realtà alterata e non percepibile grazie ai nostri sensi, ma solo grazie a device elettronici come speciali visori. Nel mio caso basta uno smartphone o un tablet.

    Personalmente l’uso che ne faccio è quello di creare un’anima di un’opera che racconti una storia silenziosa, nascosta, che non è percepibile con i sensi, ma per scoprirla è necessario un medium, uno strumento elettronico.

    La ricerca artistica che porto avanti da tanti anni è sempre poggiata su quattro pilastri, il gioco, la poesia, l’arte e la tecnologia. Poter creare dei dipinti che, grazie alla Realtà Aumentata, riescano a mostrare la propria anima musicale in movimento, è un processo che mi ha entusiasmato e commosso.

    Volevi diventare un artista fin da bambino? In che misura ti ha influenzato la famiglia o un mentore, se ne hai avuto uno?

    Mi considero più un artigiano e da bambino dicevo di voler diventare scienziato. Da quanto ricordo, la creatività e la curiosità mi hanno sempre contraddistinto. Mi è sempre stata riconosciuta una forte propensione alla pratica dell’arte sia dai miei che da chi mi è stato intorno, con i pro e i contro.

    Ero comunque quello strano del paese. L’artista bravo, ma che comunque progettava cose inutili. Inutili come l’arte, la poesia, la letteratura, il cinema,il teatro, la musica. Insomma quelle cose inutili che poi diventano necessarie e assolute durante una pandemia mondiale o per sostenere una nazione come l’Italia che siccome “non è che la gente la cultura se la mangia” (cit.), trascura tutto il suo patrimonio artistico e culturale, riconosciuto inestimabile, ricercato e conteso da tutto il mondo (ancora per poco se continua così – vedi la trascurata Roma).

    Imparare tecniche, imparare a progettare e a esprimermi è stato un processo che non è mai finito. Non sono più bravo di altri. Ho solo una visione differente e cerco di esprimerla attraverso gli strumenti artistici che scopro o che ho adattato alla pratica dell’arte. Volta per volta acquisisco esperienze professionali in ambiti tra i più disparati, dall’artigianato al mondo del web, dalla pittura all’illustrazione digitale, dal video making alla costruzione di manufatti.

    Non ho avuto mentori che mi abbiano seguito, ma sono certo di aver avuto stima e provato entusiasmo per tantissime figure artistiche viventi o meno. Con il tempo le figure di riferimento si sono moltiplicate e gli ambiti in cui tento di esprimermi sono tanti e spesso si compenetrano: arte, musica, gioco, poesia.

    Per esempio: essendo anche scenografo ed affascinato dal virtuale, mi sarebbe sempre piaciuto collaborare alle scenografie di un video game d’avventura. Forse anche per questo nel 2000 circa ho progettato il piccolo museo virtuale d’automi e co.

    Ingresso museo degli automi
    Ingresso museo degli automi

    Probabilmente sarò un artista e anche se ci vuole molto coraggio riuscire a condividere arte con la collettività in un posto come l’Italia, non potrei fare altrimenti.

    Qual è stata la tua prima opera in realtà aumentata?

    A marzo del 2019 fui invitato a partecipare ad una collettiva, da Roberto Lucifero il direttore artistico della Cappella Orsini, una galleria d’arte di Roma. La mostra avrebbe avuto come tema Roma e i suoi Inganni a Dicembre dello stesso anno. Così ho cominciato ad elaborare il mio piano per ingannare il pubblico.

    Fu un lavoro molto intenso e ci misi tantissimo ad elaborare un idea che mi soddisfacesse. Ricordo che ad Agosto stavo ancora progettando quella che poi avrei chiamato La Cupola.

    La cupola- opera in AR
    La cupola – opera in realtà aumentata

    L’idea è stata quella di creare una sintesi illustrata della cupola di San Pietro a Roma e animarla a tempo di musica, come un meccanismo ad orologeria.

    In effetti finora, nelle opere che ho progettato, la musica fa da regia. Suggerisce e determina la maggior parte delle cose che vengono raccontate dalle Anime delle opere e mantengono il ritmo della storia.

    Una volta terminata l’illustrazione con Illustrator e Photoshop, è stata scomposta in singoli elementi e poi animati in un Vegas pro, un editor audio video. Con la cupola, scelsi anche di farne una versione a bassorilevo e trovai un artigiano che a settembre, riuscì a tagliarmi tutti pezzi con il laser, ma ho dovuto ridisegnarli per poterli poi adattare. Il risultato fu incredibilmente d’effetto. Unico problema è che il tipo di tecnologia che usa Artivive è basato sul riconoscimento di immagini complesse. Il bassorilievo crea ombre differenti a seconda dell’ambiente e proprio queste ultime vengono riconosciute come parte integrante dell’immagine. Ecco perché tutte le volte che riposiziono questa versione dell’opera devo “rimarcarla”.

    Com’è nata l’idea dell’opera ‘Sampietrini’?

    Le opere che progettato finora sono tutte degli elogi della bellezza e della meraviglia, suggeriti per la maggior parte da luoghi di Roma che mi hanno colpito ed emozionato. Tra questi posti, ci sono anche i sampietrini che creano texture incredibili.
    Fino a prima di Sampietrini, le anime musicali si sono sviluppate sempre in parallelo ai dipinti. Volevo quindi che una di loro avesse una forte connotazione verticale, spirituale, effimera come l’attimo in cui si assiste a qualcosa di bello. Quindi un illustrazione da esporre in orizzontale, magari al livello del terreno.

    Nell’opera vediamo alcuni sampietrini bagnati da luci gialle e blu e in un interstizio, un piccolo punto rosso: un seme.

    Ora ti racconto.

    Contavo di terminare le opere per marzo 2020, quando le avrei esposto per la prima volta. Ormai avevo velocizzato i processi di realizzazione, ma dopo il blocco di febbraio ho compreso che questa cosa non sarebbe successa.

    Mi sono quindi messo a curare i dettagli di ogni opera e in particolare a curare l’intera realizzazione di Sampetrini che però è durata circa 4 mesi. Questo perché l’intero processo di crescita dello stelo della pianta è disegnato fotogramma per fotogramma, è un cartone animato. Solo per realizzare la pioggia che cade a tempo di musica, ci ho impiegato un mese.

    Durante la realizzazione di quest’opera è diventato palese che Sampietrini sarebbe diventato il manifesto dei miei processi artistici: il seme cresce e si sviluppa in un ambiente particolarmente difficile e non dà importanza a quello che succederà, il suo unico scopo è diventare fiore, condividere energia e bellezza fino al momento di sparire nel nulla.

    È l’idea che sta alla base in particolare di questa operazione in AR. Belle ed effimere, basterebbe un piccolo problema elettrico per far sparire per sempre le anime di queste illustrazioni.

    Il pubblico è stato fin ora eterogeneo, ma ha dimostrato di comprendere benissimo l’intera operazione, l’idea che c’è alla base di Sampietrini, delle mostre. Si è divertito ed emozionato.

    Il brano che fa parte dell’opera è di Charlie May, un dj produttore che stimo tantissimo a cui ho mostrato la mia prima opera. Mesi prima lo avevo contattato chiedendogli il permesso di usare due suoi pezzi, ma senza sapere bene come li avrei usati. Il secondo fa parte dell’opera che omaggia il teatro.

    Ho letto che per la realizzazione delle tue opere hai sempre una fase di studio e progettazione molto lunga. Ci spieghi il motivo?

    È vero! Sono di quelli che pensa che imparare richieda tempo ed esercizio, come imparare ad amare.

    Quello che comunemente si pensa su chi pratica arte, è che abbia il talento innato, una sorta di magia con la quale basta pensare una cosa e automaticamente si avvera. La realtà è che per ottenere un risultato il più possibile vicino al tuo pensiero, c’è bisogno di tanto studio, documentazione, esercizio, lavoro.

    Ho sempre ritenuto che chiunque possa imparare a disegnare e lo dimostra il fatto che esistono persone molto più brave e accurate di me nel disegno, ma che usano un piede o la bocca. Possiamo raccontarci la favola del talento anche per loro, ma la verità che ogni qualità e azione umana va esercitata e studiata costantemente. Alcune persone hanno delle agevolazioni fisiche e/o intellettuali rispetto ad altri, ma tutto qui.

    Se, come nel mio caso, le mie ricerche sono autofinanziate, il tempo cresce, perché per sostenere quello che dovrebbe essere il mio lavoro, devo fare altri lavori.

    Chi sceglie di fare ricerca scientifica in Italia, sa che avrà pochissimi sostegni. Non parliamo di chi come me voglia fare ricerca artistica e condividerne i risultati.

    Prima di presentare qualcosa che per me abbia valore, che possa chiamare opera d’arte, devo essere sicuro che per primo io sia meravigliato di ciò che ho prodotto. Esercitare la meraviglia, su di sé e sugli altri, per quanto mi riguarda, necessita di approfondimenti su tecniche e modalità espressive.

    Comprendere come utilizzare uno strumento e come utilizzarlo ai fini di emozionare e meravigliare, necessita di tempo, ed essendo uno spirito eclettico, spesso gli strumenti non sono convenzionali.

    Devi sapere che ho cominciato ad esporre tardissimo, la mia prima mostra è avvenuta alla fine del 2018 e ho esposto per la prima volta un’opera che avevo iniziato circa vent’anni prima. Era un lavoro su diapositive sviluppate, ma non impressionate, quindi nere. Tramite processi di micro incisioni con un sottile ago e colorazioni ottenute, esponendo le pellicole a piccole quantità di acidi, ho realizzato delle micro illustrazioni.
    I mini quadri di luce esposti sono più di 50, ma realizzati effettivamente sono molto di più. Mi piacerebbe mostrarteli dal vivo, purtroppo in foto non rendono.

    Solo pochissime persone avevano visto i risultati meravigliosi, ma solo nel 2018 dopo varie prove negli anni, sono riuscito a realizzare come esporle. Sono retro illuminate e osservabili grazie ad una lente posta sul davanti che ne esalta colori e crea un effetto tridimensionale. Queste opere sono poi state esposte sia al primo Bright Festival di Firenze che al Macro di Roma con il nome M.A.E.

    Quali sono i criteri per cui scegli le opere da ‘aumentare’?

    Per ora l’idea è stata quella di creare opere che fossero degli omaggi. Per esempio alla bellezza, al teatro, alla musica, alla danza, partendo da illustrazioni di luoghi romani, ma non ho idea se continuerò con questa linea. Magari progetterò delle opere completamente slegate da luoghi o tributi. Credo che continuerò comunque a voler raccontare mini storie silenziose.

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    Ne basta una: Artematiko, è il nome che mi sono scelto che unisce Arte e Matematica (quindi tecnica e tecnologia).

    Perché, a tuo parere, la AR esalta l’arte e come si potrebbe fare cultura?

    Augmented Reality potrebbe esaltare l’arte, animando, per esempio, dipinti di altri o Murales preesistenti.

    Io non la uso così. La considero uno strumento e in quanto tale può essere impiegato per creare opere completamente nuove, tridimensionali e fruibili come percorsi meravigliosi, grazie all’uso del gps. La realtà aumentata è paragonabile ad un pennello, ai colori: il risultato sta nelle mani di chi la usa e delle sue competenze.

    Ti faccio un esempio che mi sarebbe piaciuto realizzare. Non vinco mai concorsi, ma per uno di questi mi è stato chiesto di progettare un’opera da posizionare in un ambiente urbano. Rimovibile e poco impattante per un borgo medievale vicino Roma. Quale modo migliore di sfruttare la Realtà Aumentata?

    L’idea che ho proposto è stata una vera e propria installazione scenografica con cambi scena, animazioni, suoni e musica. Chiunque avrebbe potuto visualizzarla, senza alcuna difficoltà, scaricando un’app gratuita semplicissima da usare: si scarica e si inquadra. Nessun materiale fisico avrebbe sfiorato i muri del borgo. Una scenografia animata visibile solo tramite telefono o tablet.

    Un arco cieco in pietra e muratura si sarebbe trasformato in un vero e proprio portale, attraverso cui il tempo e lo spazio avrebbero danzato a tempo di musica, offrendo al pubblico la visione di un paesaggio fantastico e suggestivo. Magari raccontando senza parole eventi avvenuti in quel luogo.

    Come ho detto, la Realtà Aumentata è uno strumento molto potente, che può esaltare la cultura di un borgo medievale, raccontarla, renderla immersiva e comprensibile, meravigliosa.

    Ora immagina di essere in un parco di una città. Passeggi su quel sentiero che ti piace tanto e in cui vedi correre puntualmente alcuni runner che vogliono tenersi in forma. Accendi il telefono, avvii un’app e inquadri il paesaggio intorno. Magari indossi anche le tue cuffie preferite.

    Sullo schermo del telefono di colpo ti ritrovi a camminare tra i corridoi fantastici di un luogo meraviglioso, ricco suoni incredibili, di animazioni tridimensionali e opere d’arte. Corridoi in cui il parco viene raccontato, la città ti viene illustrata, artisti stanno esponendo le loro opere o band musicali virtuali si stanno esibendo per farti ascoltare il loro ultimo brano.

    Tutto questo grazie alla realtà aumentata che sfrutta il gps del telefono.

    Quali sono i tuoi progetti futuri?

    Prendendo spunto dall’idea del borgo medievale, sto pensando di usare le facciate dei palazzi per creare Street Arte in AR, senza dipingere nulla sulle facciate, ma usando le peculiarità dei palazzi per creare opere in Realtà Aumentata.

    Ovviamente è un’operazione che richiede come al solito, tempo, documentazione, test, lavoro. Quindi non ho idea di quando potrò mai realizzare la prima.

    Sai che mi occupo anche di ambiti che non riguardano il virtuale. Alcuni progetti riguardano la produzione audio immersiva, in particolare di podcast. La produzione audio la trovo incredibilmente affascinante e poter lavorare sui suoni per produrre scenografie sonore lo trovo esaltante quanto costruire scenografie teatrali.

    In ogni caso sui vari social di Artematiko pubblico aggiornamenti e scoperte.

    Chi desidera sostenere il mio lavoro e miei progetti può farlo attraverso la pagina Tipeee di Artematiko.

    Grazie Simo, un abbraccio e spero di vederti presto.

  • Storie in social VR: Petra Škachová

    Le nostre storie in social VR proseguono con Petra Škachová, founder della Oculus Community Italy. Ho conosciuto Petra in Altspace VR grazie a Pyramid Cafè e ho approfondito la conoscenza durante alcuni eventi. Forse ancora non sapete che nell’ultimo anno sono stati organizzati alcuni appuntamenti fissi all’interno delle community: dalle serate del MagicFlute Show all’evento del lunedì ‘Due chiacchiere in VR’ in cui si fa networking e al Cinema Party dove ci si conosce e si assiste a proiezioni di film in compagnia. Il Cinema Party è stato creato e gestito dall’Oculus Community Italy.

    Una community di quasi 700 appassionati con un sito e un gruppo Facebook dedicati ai visori VR di Oculus in Italia. Andiamo a curiosare tra le informazioni pubblicate nel gruppo:

    la Community mira ad essere un punto di riferimento per gli appassionati della realtà virtuale, ma anche a poter offrire assistenza, consigli e consulenza in caso di bisogno, così come svago e divertimento‘.

    Chi è Petra Škachová

    Petra è una interprete e traduttrice, oltre ad essere la founder e moderatrice della community. Possiamo dire che sia l’anima della Oculus Community Italy e una fonte inesauribile di aggiornamenti, informazioni, curiosità sul mondo della VR.

    La storia di Petra

    Scopriamo insieme perché ha deciso di aprire la Oculus Community Italy. Quali vicessitudini l’hanno portata ad appassionarsi di realtà virtuale tanto da farne quasi una seconda professione?

    Il 14 aprile scorso ha tenuto uno speech seguitissimo al MagicFlute Show in cui ha parlato dell’etica nel metaverso.

    Per approfondire la sua storia l’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Petra parlaci di te. Di professione sei una interprete. Qual è la tua storia e quando è nato il tuo interesse per la realtà virtuale?

    Grazie Simonetta anzitutto per quest’occasione di raccontarmi ai tuoi lettori. E’ vero, di professione sono una interprete e traduttrice, e, ho avuto modo di lavorare anche per alcune emittenti televisive in questa veste. Ho lavorato anche per un’emittente radiofonica con il mio programma Wikipetra.

    Diciamo che i media sono da sempre un mio grande interesse, e la realtà virtuale è uno dei media più affascinanti e futuristici che abbiamo tra le mani attualmente. Il mio interesse per la realtà virtuale, che seguivo comunque da diversi anni, si è intensificato 5 anni fa.

    L’evento scatenante è stata l’uscita del primo visore standalone – Oculus Go. Il fatto di poter utilizzare un VR headset senza alcuna necessità di cavi e PC mi ha stregato, e ovviamente mi sono precipitata ad acquistarlo. Non esagero se dico che forse sono stata la prima persona in Italia a possederlo 😊. Non esisteva alcun riferimento in italiano, né sul web né sui social, su questi dispositivi. Quando socializzavo con i primi social VR rudimentali disponibili in Oculus, il pubblico era prettamente straniero. Ed è così che è nata l’idea di creare Oculus Community Italy.

    Hai utilizzato la VR per il tuo lavoro d’interprete o pensi che possa essere utile?

    La realtà virtuale è senz’altro uno strumento professionale, oltre che ludico. Non a caso ci sono sempre più app che aiutano a lavorare in smart working, co-working digitale o fare riunioni in ambienti interattivi virtuali. Non ho ancora convinto i miei clienti a provare le lezioni in VR, anche se già le stiamo facendo in digitale con Skype da anni, ma ci sto lavorando 😊

    L’approccio umano, e interattività, nonché l’immersione che la realtà virtuale offre, potrebbero essere degli ottimi alleati per insegnare e studiare lingue straniere. Al momento ci sono poche app, come Mondly, che si affaccia a coloro che vogliono studiare lingue, ma sono certa che entro due anni ci saranno grandi progressi in questo senso.

    Quando hai iniziato a frequentare il metaverso? Già negli anni in cui è nato Second Life?

    Ho sempre osservato attentamente Second Life, ma non l’ho utilizzato. Sicuramente è stato un antenato dei social VR di oggi, dove possiamo rivestire i panni di chi vogliamo e vivere letteralmente una seconda vita. Sono sempre stata una grande nerd, ma ai tempi mi focalizzavo più sul gioco di alcuni mitici titoli per PC e sullo studio dello sviluppo delle app per PR. Quindi ho veramente cominciato a frequentare i social virtuali 4 anni fa, con la nascita di Altspace VR. Ai tempi era più rudimentale rispetto ad oggi, e come accennavo prima, il pubblico era prevalentemente americano.

    Durante l’evento MagicFlute Show hai proposto di creare un ‘Manifesto del metaverso’ stimolando la partecipazione attiva della platea. Ci fornisci qualche dettaglio?

    Assolutamente, grazie della domanda. Ho intentato di creare un Codice etico comportamentale in VR, creando appositamente per l’evento delle slide ed espletando 10 concetti. Non vorrei certo far concorrenza ai 10 comandamenti della Bibbia : ), ma è pur sempre vero che come nella vita reale, anche nella VR serve un codice etico e delle regole.

    La libertà certamente è di tutti, ma non bisogna mai dimenticarsi di avere rispetto verso il prossimo, di non esprimere giudizi offensivi e di tollerare pensieri altrui, nonché razza e religione delle persone che ci circondano in VR. Non sono la prima ad averci pensato, su alcuni siti americani si leggono dei primi tentativi e pensieri a riguardo, ma manca un manifesto ufficiale da rispettare. Per chi volesse approfondire sul tema, può guardare la puntata di Pyramid Cafe / Magicflute Show al link.

    Quando hai avuto l’idea di fondare la Oculus Community Italy e perché?

    Il pensiero dietro a questa Community era quello di unire gli utenti italiani tra di loro, offrire assistenza, consigli, info e aggiornamenti su tutto ciò che riguarda i visori Oculus. Sono personalmente presente nel gruppo, dove cerco di mantenere un clima di serenità e collaborazione.

    L’idea è nata nel 2017 ma la vera realizzazione è datata 2018. E’ stato un momento, in cui non si sapeva quasi nulla di Oculus in Italia, mancava supporto in italiano, qualsiasi tipo di Community o gruppo su FB. Posso dire che siamo stati i primi. La pagina FB originale però oggi non c’è più, è stata sostituita dal gruppo che conoscete oggi e dove gli ex iscritti originali sono migrati – un gruppo offre maggiori possibilità di interazione rispetto alla pagina. Oggi esistono altri gruppi, anche più numerosi del nostro, su FB, e questo fatto mi fa solo contenta – significa che la “awareness” per quanto riguarda la VR di è in rapida crescita, rispetto agli anni in cui iniziavo io a parlare di Oculus.

    Cinema Party della Oculus Community Italy

    Sempre a proposito della community quanti sono i soci e quali sono gli obiettivi a medio termine?

    Il progetto di Oculus Community Italy è un mio “figlio”, come mi piace definirlo, e ho coinvolto anche un mio ex collega e ottimo amico di lunga data – Francesco Fiore, per quanto riguarda alcuni aspetti social – lui è un esperto in social media. Il mio obiettivo a lungo termine è sicuramente quello di far crescere la community, e di far differenza – ovvero essere realmente utili ai nostri iscritti, fornire aiuto e consigli utili, e sto lavorando sul primo incontro dal vivo della Community.

    Mi piacerebbe realizzare un meeting a Milano, tutti con i propri visori Oculus, per provare un’esperienza di gruppo virtual-reale, chiacchierare come amici di VR, e poi perché no, concludere con una ‘pizzata’ e un drink! Credo che non si sia ancora fatta un iniziativa del genere, e mi sembra un idea carina per uscire un po’ dalla virtualità, e dare un volto ai nostri avatar.

    Ci dici in 3 parole chiave i vantaggi di frequentare il metaverso?

    Il metaverso virtuale è un immenso ventaglio di possibilità. Oltre al fatto che possiamo essere in contatto con persone dall’altra parte del mondo, parenti lontani e conoscere persone nuove, il metaverso VR supera alcuni preconcetti e disagi che alcuni utenti possono avere nel socializzare in generale. Inoltre, persone con certe disabilità fisiche, acquistano un nuovo senso di sé, sfruttando un “corpo nuovo” grazie all’avatar, sperimentando emozioni nuove.

    Considerando poi i tempi particolari e vari lockdown che abbiamo vissuto, la realtà virtuale era per molti un respiro di libertà e modo di evadere dall’isolamento. In generale vedo soprattutto i vantaggi della vita sociale nel metaverso, ma ovviamente, come ogni strumento anche la VR ha i propri rischi. Non bisogna esagerare con la permanenza in VR, ma ricordarsi che la vera vita è quella là fuori e che il metaverso VR per ora è il complemento della nostra vita, non la sostituzione di essa.

    Quale piattaforma preferisci tra Alspace VR, Virbela, Engage VR e altre?

    Sono stata a lungo patita di BigScreen, che per quanto possa sembrare fatto solo per gli streaming, in realtà è stato il social VR tra i primi davvero ben disegnati e concepiti. L’ho cominciato ad utilizzare quando AltSpace aveva ancora molto da crescere. Oggi invece non posso che elogiare AltSpace, che ha fatto degli enormi passi in avanti ed è senz’altro il social vr più avanzato, equilibrato ed intuitivo da usare. Come hai ben accennato, ce ne sono anche molti altri, per cui vorrei citare e consigliare anche vTime XR, che 3 anni fa per me era un piccolo miracolo.

    Grazie Simonetta per questa intervista, è un onore poter raccontare un pezzetto della nostra Community ai tuoi lettori.

    Per chi volesse approfondire sulla community, o diventare il nostro membro – siete i benvenuti 😊! Ecco i link:

    https://www.facebook.com/groups/oculuscommunityitaly

    sito web: www.ocommunity.it

    Un saluto da Petra

  • Storie in social VR: Cristiana Pivetta

    Il progetto delle storie in social VR e XR si apre con Cristiana Pivetta, una docente che ho conosciuto al MagicFlute Show di giugno 2020 dal titolo: ‘I mondi virtuali e l’apprendimento‘. Questa conferenza in Altspace VR era dedicata al mondo della scuola e all’apprendimento in VR ed era organizzata da Francesco Spadafina, founder di Pyramid Cafè. Perché iniziare il nostro percorso con la storia di Cristiana? Semplicemente perché il suo entusiasmo, il suo desiderio d’apprendere e sperimentare mi hanno piacevolmente colpita e penso che possa essere d’ispirazione per tutti noi.

    Cristiana è riuscita a rendere il mondo della scuola coinvolgente ed interessante per i più giovani attraverso le sperimentazioni in realtà virtuale e i mondi di social VR.

    Chi è Cristiana Pivetta

    Relatrice al MagicFlute Show di giugno 2020 Cristiana insegna lettere all’ITCG ANGIOY di Carbonia ed è esperta di tecnologie applicate alla didattica.

    La storia di Cristiana

    Scopriamo insieme che cosa si cela dietro l’avatar di Cristiana che ho avuto il piacere d’incontrare in Altspace VR. Perché ha scelto di dedicarsi alle tecnologie? Come si possono sfruttare la realtà virtuale e i mondi di social VR nella didattica?

    Per approfondire la sua storia l’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Cristiana ciao, raccontaci com’è nato il tuo interesse per la VR.

    Il mio interesse per la VR è nato quasi parallelamente all’attenzione per le tecnologie. Mi hanno sempre affascinato gli ambienti immersivi e le loro potenzialità in campo didattico per la loro prospettiva multimodale (suoni, voci, immagini, chat testuali, artefatti, simboli, script e quant’altro). Inoltre ritengo che modellare lo spazio virtuale a proprio piacimento, agitare la bacchetta magica a disposizione dell’avatar per dare forma agli oggetti costituiscono delle preziose opportunità per ingaggiare e sostenere i discenti nel loro percorso.

    "I care in the world" in edMondo

    “I care in the world” in edMondo

    Quando hai iniziato ad utilizzare le tecnologie a scuola? Hai trovato degli ostacoli da parte dei colleghi o degli studenti?

    È stato esattamente nel 2004. Lo ricordo benissimo perché in quel periodo trovavi i pc esclusivamente nelle aule informatiche e per giunta non in tutte le realtà scolastiche. La situazione disastrosa di un gruppo di studenti sotto il profilo didattico-sociale costituì una valida motivazione per provare a costruire delle esperienze significative con l’uso delle tecnologie

    Gli studenti in aula predisponevano dei mockup preparatori con i compagni del loro gruppo per poi realizzare nel laboratorio informatico semplici pagine web. Le problematiche del tempo erano legate alla difficoltà di ottenere il permesso di accedere ai laboratori informatici e alla mancanza di connessione.

    Ho incontrato diffidenza o per meglio dire indifferenza quando ho portato avanti il progetto di inserire in ogni aula delle whiteboard. Ma anche in questo caso i feedback degli studenti e delle famiglie mi hanno convinto della validità del cammino intrapreso.

    Non mi sono più fermata anzi ho creato il sito Fantascrivendo, mi sono iscritta a vari social, ho aperto un canale YouTube, animata dallo spirito di condividere un approccio metodologico efficace d’uso delle tecnologie.


    Prime attività di gruppo alla LIM

    Al Magicflute Show hai parlato dei mondi virtuali per l’apprendimento. Quali vantaggi possono apportare rispetto alla didattica ‘reale’?

    I vantaggi sono enormi. Per gli studenti costituiscono delle occasioni reali per mettersi alla prova, per fare osservazioni e operare nel mondo virtuale raccordandosi alle attività svolte in aula.

    Le parole chiave sono motivazione, coinvolgimento, inclusività e creatività.

    Per i discenti agire nel mondo virtuale non è differente dal mondo reale perché la propria e/o le proprie identità reali vengono messe in relazione con il loro personaggio avatar.

    Sollecito i discenti a costruire degli ambienti (campi semantici) in cui porre artefatti significativi, espressione del loro personale e collaborativo modo di fare esperienza del mondo. Questo è il punto di arrivo di un percorso co-costruito, che implica da parte degli studenti l’apprendimento di modelli e concetti legati alla grammatica del mondo immersivo in uso.


    MagicFlute Show: Seminario Edu3d

    Quali ambienti immersivi hai sperimentato e hai trovato più adatto per coinvolgere gli studenti? Che percorso consiglieresti ad un/una collega che desiderasse iniziare ad utilizzare la didattica nei mondi virtuali?

    Il mio percorso esperienziale si è concretizzato inizialmente con edMondo, il mondo virtuale per la scuola dell’Indire. Nel tempo ho interagito con il mondo immersivo di Edu3d in Craft World, AltspaceVR, Mozilla Hubs. Questi ambienti sono tutti estremamente coinvolgenti e offrono la possibilità di interagire con comunità di docenti e di professionisti per uno scambio efficace di pratiche ed esperienze.

    Sono affascinata allo stesso modo dalle potenzialità di questi mondi e parimenti i miei studenti. A chi si voglia cimentare in un percorso simile consiglio di iscriversi alle rispettive comunità, di partecipare a uno o più corsi che periodicamente vengono proposti, e successivamente vi invito a “gettarvi nella mischia” con i vostri studenti per apprendere insieme.

    Escape room: Il ballo delle fiabe, Progetto Edu3d in Craft Word

    Ci racconti un episodio che può fare comprendere il valore di questo tipo approccio?

    Vi porto ad esempio la mia ultima esperienza, un laboratorio immersivo[1] di letteratura in edMondo. Lo spazio è stato interamente modellato dai miei studenti, due classi seconde e una classe prima dell’ITCG Angioy di Carbonia.

    La nostra sfida è stata quella di rendere la letteratura attuale in un momento in cui si è dovuto fare di necessità virtù a causa della pandemia e della didattica a distanza.

    Il mondo virtuale realizzato ruota intorno al castello dell’innominato e agli ambienti di supporto realizzati, relativi non solo all’opera “I Promessi Sposi” di Manzoni ma di tanti altri autori in prosa e poesia. Oltre agli oggetti architettonici sono state create linee del tempo, mostre, giochi di fuga (escape room), presentazioni interattive e molto di più.


    “Laboratorio Letterario” in edMondo

    Nel 2018 hai pubblicato il libro ‘In viaggio intorno al mondo. Itinerari didattici in rete’. Quale tipo di didattica illustri nel tuo libro e a chi può essere utile?

    Il 2018 è stato un anno particolare. Dopo aver scritto numerosi articoli e contributi presenti in rete e in vari libri, ho deciso di autopubblicarmi.

    Non vi dovete far ingannare dal titolo, non è un manuale e neppure un romanzo, ma il racconto, in una forma narrativa coinvolgente, dei viaggi virtuali realizzati nel web per visitare musei, siti archeologici, per fare comunità con gli studenti dei paesi di tutto il mondo. Una lezione differente che gli studenti costruiscono secondo un modello condiviso con altre classi, animata da un approccio interculturale, creativo e empatico, caratterizzato dal problem solving.

    Nel libro ho inserito risorse, proposte di attività, strumenti pronti all’uso o modificabili secondo lo stile di ogni insegnante.

    Doveva ancora travolgerci la pandemia, ma questa idea risulta più che mai attuale come i tanti progetti che propongo, sempre proiettata nel futuro.

    Concludo invitandovi a leggerlo, a seguirmi sui social e perché no a collaborare con me.

    Ringrazio Simona per l’invito. È stato molto interessante confrontarci su queste tematiche.


    [1] Per approfondimenti leggete l’articolo “Pratiche di debate nei mondi virtuali” http://www.rivistabricks.it/wp-content/uploads/2021/02/18_Bricks1-2021_Pivetta.pdf


  • Eventi e formazione in social VR

    Mi sono appassionata alle piattaforme di social VR da tempo e ho iniziato a studiarle e frequentarle, partecipando a eventi e a momenti di formazione. Volevo immergermi in questa realtà parallela per capire se potesse rispondere alle mie esigenze. Il lockdown improvviso ha fermato tutto intorno a noi, quasi cristallizzato l’attimo. Distanziamento fisico e mascherine non ci hanno permesso più di condividere gli spazi, gli abbracci, di vivere insieme le emozioni se non nello stretto nucleo familiare e sui balconi con quelle esternazioni di dolore e di voglia di vita. Nello stesso tempo internet ci ha unito e permesso di colmare questo vuoto.

    Proprio durante la pandemia ho avuto tempo di vagare nei mondi virtuali, di approfondire e frequentare un gruppo appena costituito su Facebook e in Altspace dove ho conosciuto docenti, fan di Second Life, ‘esploratori’ di altre dimensioni.

    Li definisco ‘esploratori’ nella più classica accezione degli archetipi Junghiani così cari a noi storyteller. Chi erano gli esploratori? Facciamo un passo indietro, ricordando il significato di archetipi. Leggiamo in Wikipedia:

    La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτυπος col significato di «immagine», composto da arché + typos, ed è stata utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e, successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata.’

    Gli archetipi sono presenti in ogni cultura, prendendo voce nei miti, nelle favole, nelle leggende che racchiudono in sé i principali temi dell’uomo dall’origine dei tempi.

    Con la curiosità e la passione dell’esploratrice ho iniziato a sperimentare con il mio Oculus Quest e ho selezionato alcune piattaforme che ho testato. Il mio approccio alla tecnologia è diretto e basato sulla sperimentazione. Non mi accontento di leggere o apprendere le funzionalità dei device o delle piattaforme, devo ‘sporcarmi le mani’ e con tenacia provare e riprovare per capire.

    Vediamo insieme che cosa sono le piattaforme di Social VR e perché possono essere utili a noi formatori per aule virtuali, per incontri con clienti ed eventi decisamente innovativi.

    Piattaforme di Social VR

    Ricordate sicuramente Second Life, un mondo virtuale elettronico digitale lanciato il 23 giugno 2003 dalla società americana Linden Lab a seguito di un’idea del fondatore, Philip Rosedale. Ha avuto un grande successo tanto che era stata coniata una moneta virtuale. Grandi aziende organizzavano eventi e società di formazione avevano iniziato a tenere corsi in quella realtà digitale. Non è stato abbandonato e può contare ancora su diversi appassionati che continuano a ritrovarsi e vivere insieme esperienze. Tuttavia negli anni sono nati altri mondi digitali più personalizzati ed evoluti.

    Leggiamo su Wikipedia:

    virtual world is a computer-simulated environment which may be populated by many users who can create a personal avatar, and simultaneously and independently explore the virtual world, participate in its activities and communicate with others. These avatars can be textual, two or graphical representations, or live video avatars with auditory and touch sensations. 

    Le piattaforme di Social VR permettono di condividere un luogo virtuale con altre persone, seguire corsi come quelli in lingua inglese con l’attivissimo Educators in VR ed alcune consentono di creare anche ambienti privati e molto personalizzati dove poter invitare i propri contatti o clienti e organizzare eventi.

    Quali sono i plus? Vediamoli brevemente:

    • presenza
    • interazione
    • coinvolgimento
    • attenzione.

    In poche parole immersività, perché in un luogo virtuale sei totalmente coinvolto e con l’uso di visori ti puoi muovere agilmente come in vera e propria presenza. Si interagisce, si può scrivere su una lavagna o mostrare le slide durante i convegni, si partecipa ad eventi, si condividono le stesse emozioni. Non c’è l’affaticamento o il desiderio di evadere che spesso si verifica durante le classiche riunioni in Zoom o GotoMeeting, perché si è in co-presenza.

    Il livello di attenzione è superiore alla norma e si possono co-creare esperienze con i partecipanti in campo educativo e di formazione. Indossando un visore come Oculus Quest dopo un po’ di ore si è affaticati, ma mai annoiati.

    Esperienze in VR

    Come ho anticipato ho sperimentato diverse piattaforme, ma ho frequentato soprattutto Altaspace VR. Per trasmettervi le mie impressioni partirò dalle esperienze dirette, avendo partecipato a diversi eventi internazionali e italiani. Di seguito vi segnalo quelli che mi hanno interessato maggiormente in ambito italiano.

    A marzo ho preso parte ad uno dei primi incontri del gruppo Italiani su Altspace (il mio avatar è il primo a sinistra con il giubbino arancione). Un momento didattico informativo sulla piattaforma condotto dal founder Simone Bennati (aka Bennaker).

    Ad aprile si è tenuto un incontro con Pyramid Cafè e Edu3D su ‘VR Low Cost‘ organizzato da Francesco Spadafina (aka Magicflute).

    A maggio ho partecipato ad un evento più ‘mondano’, la Virtual Gallery organizzata da Fabrizio di Lelio (aka Fb DL su Facebook e samo976 nei mondi virtuali). Ecco il link al video pubblicato su YouTube. Potete vederlo anche in calce all’articolo.

    Un’esperienza davvero interessante sia dal punto di vista immersivo sia tecnico, perché Samo976 è davvero bravissimo nella realizzazione di ambienti in Altspace. Abbiamo sperimentato anche una visita virtuale ricca di esperienze e in più ambienti dalla sala allestita con mostra fotografica all’esposizione esterna con poesie all’evento live.

    Durante il mese di giugno Francesco Spadafina ha organizzato due momenti molto coinvolgenti:

    • l’incontro con la docente Cristiana Pivetta su ‘I mondi virtuali e l’apprendimento‘ (vedi video su YouTube in calce);
    • Vernissage con Carmen Auletta dal titolo ‘Le poesie dipinte
    Incontro con Cristiana Pivetta in Altspace VR
    Vernissage di Carmen Auletta
    Mostra in Altspace dedicata a Carmen Auletta

    Due eventi molto diversi, in quanto nel primo abbiamo potuto ascoltare le esperienze dirette di Cristiana Pivetti che da molti anni ha fatto con gli studenti esperienze in ambienti virtuali, provando varie piattaforme e creando una didattica all’avanguardia.

    Nel secondo evento siamo stati accolti nel mondo di Sharing TV con il direttore Domenico Di Conza per la performance canora di Ivana D’Alessandro per poi passare con il teleport nella Gallery ad ascoltare le poesie in napoletano declamate personalmente da Carmen Auletta durante la visita alle sue opere.

    Lezioni universitarie e convegni

    In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad esperimenti interessanti di alcune università che, causa del lockdown, hanno dovuto rivedere l’offerta formativa ed erogare i corsi, testando anche le piattaforme di social VR.

    Ad aprile l’Università degli Studi di Napoli ‘Parthenope’ ha organizzato la prima lezione universitaria in Altspace VR, tenuta dal professor Gianluca Arnesano.

    Lo scorso maggio il VR@Polito ha organizzato un incontro in cui docenti e studenti si sono potuti muovere come avatar all’interno del modello 3D in Bim del caso di studio che dovevano approfondire, condividendo in gruppo lo spazio virtuale. 

    Tra gli eventi internazionali e nazionali vi segnalo alcuni che si sono svolti in questi giorni o a cui parteciperò.

    Dal 21 al 25 giugno è stata organizzata la iLRN2020 Open Virtual Conference sulla piattaforma VirBELA sul tema ‘Vision 20/20: Hindsight, Insight, and Foresight in XR and Immersive Learning

    Il 29 maggio AltaspaceVR ha ospitato il 1° Tech Talk “virtuale” di Hewlett-Packard con Spike Huang di HP e Alex Kipman di Microsoft.

    Il 7 luglio prossimo parteciperò all’evento di SingularityU Milan dal titolo ‘Lavoro e tecnologie immersive’, accedendo alla meeting room sulla piattaforma VirBELA.

    Piattaforme sperimentate

    Anche se utilizzo normalmente il visore mi sono concentrata su alcune piattaforme WebXR che possono essere utilizzate anche su brower e possibilmente gratuite. Per coinvolgere un pubblico più ampio è infatti necessario non prevedere solo l’uso del visore che in Italia non è ancora così diffuso. Ho quindi studiato e preparato dei tutorial per i neofiti e per avvicinare i pubblici meno digitalizzati, esplorando le varie versioni.

    Mozilla Hubs

    Un’applicazione open source rilasciata nel 2018. Si può fuire di un ambiente già disponibile oppure completamente creato ad hoc e personalizzato con l’editor 3D Spoke. Piattaforma gratuita e di facile fruizione. Si possono proiettare le slide direttamente dal desktop.

    Link: https://hubs.mozilla.com/#/

    Avatar in Mozilla Hubs

    AltspaceVR

    Piattaforma di Microsoft viene fondata nel 2013 e lanciata nel 2015. Può essere fruita con visori standalone tra cui Oculus Go e Oculus Quest, ma è accessibile da brower scaricandola da Microsoft Store oppure da Steam. Nel caso in cui si disponga di iOS è necessario installare Parallels e così accedere a Windows. Si tratta di una piattaforma gratuita molto frequentata dove potete trovare dalle chiese virtuali ai corsi di yoga, di minfulness, di lingue come russo, cinese e inglese agli spettacoli con artisti internazionali.

    Link: https://altvr.com/

    Engage VR

    Rilasciata nel 2016 è una ‘education and training platform’ di Immersive VR Education. Gratuita per prova è fruibile dalle aziende su preventivo.

    Link: https://engagevr.io/

    Selezione di location in Engage VR

    Spatial

    Fu fondata dal CEO e Co-Founder, Anand Agarawala e Jinha Lee, Chief Product Officer (CPO) che si erano conosciuti a una TED conference nel 2013. Rilasciata nel 2016 è gratuita per tempo limitato, le aziende devono contattare la compagnia per ricevere un preventivo.

    Link: https://spatial.io/

    Avatar in Spatial

    VrBELA

    Fondata nel 2012 propone un open campus e spazi virtuali che possono essere affittati. Garantisce un’elevata personalizzare dell’avatar. Dispone di suono spaziale e un’ambientazione molto realistica. La piattaforma è gratuita nell’open campus, mentre le aziende devono richiedere un listino prezzi per gestire una propria aula o area.

    Link: https://www.virbela.com/

    Avatar nella sala convegni in VirBELA

    La scelta è molto vasta ed è quindi necessario testare le varie soluzioni, tenendo presente i seguenti elementi:

    • prezzi
    • livello di personalizzazione degli avatar
    • possibilità di personalizzare o creare gli spazi
    • possibilità di condividere il desktop o mostrare le slide durante gli eventi/corsi
    • facilità d’accesso da parte degli utenti
    • l’audio che se spaziale può consentire di lavorare in più gruppi anche all’interno dello stesso ambiente.
    • accessori e feature disponibili sia per personalizzare o creare gli ambienti sia per interagire con i partecipanti

    Sono convinta che, anche con la riapertura degli eventi in presenza, le piattaforme di Social VR possano essere una soluzione innovativa che cattura l’attenzione dei pubblici che gradiscono provare un’esperienza immersiva e coinvolgente.

    Se desiderate avere una visione completa delle piattaforme disponibili sul mercato vi consiglio di leggere il testo ‘Remote collaboration the future of work virtual conferences‘ scritto da Charlie Fink con Mark Billinghurst e Joel Kotkin. Il manuale è stato presentato in anteprima durante l’ultimo convegno The VR/AR Global Summit Online che si è tenuto in streaming dal 1 al 3 giugno scorso.

    Copertina del libro di Charlie Fink

    Come dice Charlie Fink nel suo libro:

    The thing everyone wants is not a technology, it’s engagement.

    Ecco i video dei due eventi citati.

  • Siamo fatti di storie: la narrazione nella tempesta

    Le storie fanno parte del nostro DNA. Siamo fatti di storie e da sempre la narrazione ci ha aiutato a dare un senso alla nostra vita nei momenti positivi e negativi. In questa tempesta perfetta che ci ha reso più deboli e insicuri la narrazione è un’ancora di salvezza. Con queste frasi inizierò il prossimo corso dedicato allo storytelling e social media per far comprendere quanto le storie siano basate sui valori universali più profondi.

    A volte facciamo fatica a riconoscere le storie, a rappresentarle, a metterle su carta, perché abbiamo una sorta di ritrosia nel narrare noi stessi o diamo per scontato che siano insignificati. Però ci sono dei momenti della nostra vita in cui, di fronte a una situazione sconosciuta o drammatica che ci coinvolge, sentiamo l’esigenza di condividere i nostri sentimenti, le nostre emozioni e di aprirci agli altri, entrando a far parte di racconti collettivi.

    Proprio in questa crisi Covid-19, in questa tempesta che stiamo vivendo con lockdown e separazione sociale vogliamo uscire dalle nostre quattro mura, non solo cantando sui balconi o vivendo una vita online, ma facendo ricorso alla narrazione.

    La vita si sta spostando sempre più sul digitale sia per gli adulti sia per i più piccoli e ormai sono online le riunioni di lavoro e di piacere, le lezioni a scuola, le feste di laurea e compleanno e gli incontri romantici. Si parla infatti non tanto di vita digitale, ma ‘phygital’ con una linea di demarcazione sottile tra offline e online.

    Oggi assistiamo al nascere di una narrazione visuale di fotografi e di artisti e di persone comuni che sui social media si sono aggregate intorno ad un’idea, a un sentimento, a una parola, esprimendo il loro disagio e i loro sogni.

    Narrazioni visuali

    Instagram

    Navigando su Instagram ho trovato un caso molto interessante: il racconto visivo di Marzio Toniolo, un insegnante della scuola primaria che vive tra Lodi e Piacenza. Appassionato di fotografia ha voluto testimoniare per 23 giorni attraverso immagini come

    in tutto questo, di buono, esplode l’amore e le fragilità si fanno poesia da cui ripartire’.

    Primi piani, foto in bianco e nero, stanze vuote che rappresentano un racconto di vita, uno spaccato di una società che vive il dolore e cerca, a fatica, di ricominciare.

    Sempre su Instagram ha preso vita un’altra iniziativa visiva che mi ha colpito per l’originalità: autocertificazioni_illustrate. Un profilo aperto da due grafici, Federico Russo e Matteo Brogi che stanno raccogliendo illustrazioni create dal pubblico sui vecchi moduli di autocertificazione.

    La narrazione nella tempesta parla di principesse da salvare, di castelli, di mani e gambe indistinte che escono da un palazzo per rappresentare in modo un po’ angoscioso l’isolamento, di colombe della pace in un alito creativo che unisce il popolo del web.

    L’immaginazione è una dimensione collettiva che si mostra in svariate forme. Abbiamo disegni che rappresentano le paure della gente, la voglia di ricominciare e ovviamente sono innumerevoli le autocertificazioni che hanno l’intento di sdrammatizzare. ‘ – afferma Brogi in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera di domenica 5 aprile (articolo di Federico Taddia – pag.21)

    Tra le storie visuali mi piace anche ricordare l’opera internazionale del fotografo Harvey Potter che racconta la pandemia da New York sul suo profilo Instagram. Una vita sospesa che è fatta di strade vuote, di scritte fuori dai negozi chiusi, della nave ospedale Usns Comfort, immagini della Grande Mela che rimarranno per sempre nei nostri occhi.

    Facebook

    Su Facebok ho notato un nuovo progetto: il gruppo pubblico ‘Il diario dei sogni #temposospeso‘ . Nato a Torino dall’idea di Elena Givone e Elena Ruzza invita a condividere sotto l’hashtag #temposospeso immagini, disegni oltre a pensieri e racconti che vengono man mano a creare una memoria comune.

    Una raccolta molto variegata, un pout pourri di contenuti che, anche se privi a volte di un collegamento evidente tra loro, dovrebbero confluire in una mostra futura, secondo le creatrici.

    Narrazioni testuali

    Facebook

    Durante la pandemia le parole hanno assunto una profondità, un significato nuovo, quasi un codice tra le persone. Sono nati gruppi online attorno alle parole e alle emozioni che suscitano in noi.

    Il 2 aprile scorso l’associazione Parole O_stili, creata da qualche anno per sensibilizzare contro la violenza nelle parole, ha promosso sui social un flash mob poetico sotto l’hashtag #RingraziareVoglio, aperto a tutti con lo scopo, come si legge sul sito, di:

    riunirci virtualmente e scegliere parole di ringraziamento e di positività, parole di cui abbiamo davvero bisogno come comunità in questo momento.

    Da Torino e Milano ha recentemente preso vita un gruppo privato dal nome Parole in positivo, amministrato da Caterina Soldi, Roberto Di Stefano e Raffaella Ronchetta.

    Leggiamo su FB che ha lo scopo di trasmettere positività attraverso le parole.

    Creare un clima di positività legato al semplice utilizzo delle parole per accrescere nelle persone lo spirito comunitario e superare insieme questo momento di grande difficoltà.
    Partiamo dalle parole, non dal significato etimologico ma dalle emozioni, dai vissuti, dalle sensazioni che ci ispirano. In positivo. Una parola ci salverà’

    Ogni giorno viene postata una parola e viene commentata dai membri del gruppo che condividono i loro pensieri e le loro emozioni. Ora dalle parole si è passati a una breve storia da scrivere nei commenti, collegando tutte le parole pubblicate.

    Sito

    La narrazione nella tempesta prevede anche un nuovo linguaggio positivo o negativo. Da questo progetto è nata il 29 febbraio a Milano l’associazione, Lo Stato dei Luoghi che si è dotata di un sito per far conoscere e diffondere l’Alfabeto Pandemico.

    Come leggiamo sul sito il pubblico può proporre una parola, descrivendola con un testo di massimo 1.200 caratteri oppure con un’immagine che la rappresenti, la racconti.

    Se clicchiamo su ‘l’alfabeto’ troviamo già alcune parole pubblicate con a corredo definizioni, brevi racconti e poesie. Non sono spiegazioni asettiche da dizionario, ma frammenti di vita che vogliono dare un senso al presente, riscoprire al contempo i valori più profondi dentro di noi in un momento in cui ci sentiamo fragili, soli e disorientati. Nell’immagine trovate il primo testo relativo alla lettera ‘A’.

    Ho iniziato a scorrere le varie lettere e mi sono attardata sulla ‘E’ dove ho trovato un breve testo che mi è piaciuto particolarmente.

    Perché queste narrazioni?

    Da queste iniziative emerge forte l’esigenza di esprimere sè stessi, di partecipare in qualche modo con la propria creatività ad una narrazione collettiva e di unirsi per superare anche solo virtualmente la tempesta, la situazione di isolamento che dopo settimane sta pesando sulla nostra quotidianità.

    Che cosa ci aspetterà nel futuro? Come possiamo definirne i nuovi confini?

    Al momento abbiamo solo una certezza: nulla sarà come prima e dovremo far appello alla nostra resilienza e capacità d’immaginazione per vederci in una nuova realtà dove la tecnologia potrà convivere sempre di più con la nostra umanità.

    Foto: Credits Photo by S O C I A L . C U T on Unsplash

  • Social media: essere presenti è la scelta migliore?

    La comunicazione online è sempre più frammentata tra le molteplici social media ed applicazioni tanto che si parla di micromoments, di istanti sempre più brevi e coinvolgenti per conquistare pubblici esigenti ed infedeli . Quali piattaforme è meglio suggerire ai nostri clienti? È consigliabile coinvolvere i pubblici in una narrazione di marca diffusa sui social? Tanti dubbi ci assalgono in questo periodo di iperconnessione e di information overload.

    Dall’ultimo report Digital 2020, realizzato da We are social in collaborazione con Hootsuite si evince che a livello mondiale il numero di utenti attivi è sempre più elevato su social platform diverse, alcune ancora sconosciute in Italia.

    Come tempo d’utilizzo e numero di utenti predominano sempre Facebook, YouTube e WhatsApp, ma altri social stanno crescendo come TikTok e il nuovissimo Byte.

    Nel report si legge:

    Registriamo una crescita significativa nell’utilizzo di TikTok (800 milioni di utenti attivi al mese, di cui “solo” 300 milioni fuori dalla Cina). Importante anche la crescita dell’utenza raggiungibile su Pinterest (12%) anche grazie all’aggiunta di regioni e paesi precedentemente assenti dalle opzioni di targetizzazione.’

    Strategia multicanale

    Sul web si parla sempre più di omnicanalità e di strategia multicanale? Che cosa significa esattamente? Nel blog di Osservatori.net viene data una definizione precisa:

    ‘La omnicanalità non è altro che la gestione sinergica dei vari punti di contatto (o touchpoint) e canali di interazione tra azienda e consumatore per ottimizzare quest’esperienza del consumatore. I punti di contatto sono gli asset a disposizione dell’azienda per costruire una relazione lungo il processo di acquisto (advertising, pre-vendita, pagamento e post-vendita). Possono essere fisici (retail, call center) oppure online (social media, mobile app, sito di e-commerce). La gestione integrata di questi punti di contatto è alla base di una strategia omnicanale.’

    Che cosa valutare

    Da formatore e consulente mi interrogo spesso sui consigli da fornire ai miei clienti o discenti. In base alla mia esperienza non è proficuo aprire più canali social soprattutto se si è una realtà di medie e, ancor più, di piccole dimensioni. Nella situazione odierna di infobesity e di calo della soglia d’attenzione che, secondo una ricerca di Microsoft, è arrivato a 8 secondi è necessario:

    • valutare se si ha il budget adeguato per poter seguire in modo continuativo e professionale uno o più piattaforme.
    • focalizzarsi su poche piattaforme e studiare molto attentamente i propri pubblici.
    • acquisire competenze di marketing utili per scelte strategiche adatte allo specifico settore di mercato.
    • affidare le nostre pagine e profili a social media manager specializzati e sempre aggiornati con competenze sui diversi canali che intendiamo sviluppare. Sconsiglio sempre la scelta del famoso ‘cuggino’, perché spesso si rischia di non ottimizzare i propri investimenti. Non ci si improvvisa esperti soprattutto in un mercato in evoluzione e in una miriade di canali da seguire.
    • scegliere per la propria comunicazione una narrazione coinvolgente da diffondere sul sito/blog e sui canali online oltre che sull’offline.
    • creare contenuti unici per le diverse piattaforme, ma con linea editoriale coerente.

    Le personas

    Prima di definire un piano editoriale si deve partire sempre dall’individuare le nostre personas, creando più profili dettagliati. Poniamoci da subito queste domande:

    • chi sono? Quali caratteristiche hanno? A quale generazione appartengono?
    • quali sono i valori in cui credono? In quale momento di vita si trovano?
    • quali sono i social che frequentano più assiduamente e che cosa condividono nelle loro comunità online?

    L’ascolto dei pubblici è sempre più importante, perché la comunicazione non è più a una via, ma a più voci. Come afferma Joseph Sassoon nel suo libro ‘Web Storytelling (Franco Angeli, 2018, pag.18):

    Il fatto che nel Web la comunicazione sia multidirezionale, l’emergenza di tribù e community dotate di potere, la traslazione del controllo verso gli utenti e la molteplicità di formati e piattaforme mediali disponibili comportano, anche dal punto di vista delle marche, una profonda trasformazione dei modi di fare storytelling. Il mutamento più grande concerne la possibilità, assolutamente inedita, che il pubblico contribuisca ai racconti marca con contenuti creati autonomamente (user generated content).

    Consideriamo anche che i comportamenti dei Millennials sono diversi da quelli della generazione Z, quindi la nostra comunicazione e narrazione dovrà tenere conto di questi aspetti.

    I concorrenti

    Altro tema da non dimenticare è l’analisi dei concorrenti e del tipo di comunicazione che hanno adottato sulle piattaforme. Hanno preso posizione rispetto ai grandi temi del momento: sostenibilità, ambiente, cause sociali, ecc? Il brand activism ha assunto un ruolo molto rilevante per i brand internazionali, ma coinvolge anche aziende di medie dimensioni. Se desideriamo prendere una posizione dobbiamo essere coerenti non solo nella nostra comunicazione esterna, ma anche interna verso di dipendenti e con le nostre scelte di prodotto, materiali, ecc. e dobbiamo interrogarci anche su quale impatto sociale la nostra azienda possa avere sul territorio.

    Analytics

    Nel caso in cui siano già attive pagine o account, bisogna partire dai dati e valutare con attenzione le performance, facendo anche degli A/B test. Sulla base delle analytics verificare quindi se il TOV (tone of voice) è adeguato allo stile della nostra comunicazione online e offline, se le immagini sono coordinate tra sito/blog e social, se il font scelto è quello più adatto, ecc.. Se si decide poi nel piano strategico d’introdurre le Stories di Instagram, molto apprezzate dal pubblico dei social, si possono usare programmi per personalizzare le copertine come, ad esempio Canva. Ricordiamoci, comunque, che devono essere programmate e realizzate in modo professionale e devono seguire un piano editoriale preciso.

    Attenzione agli errori

    Ogni post deve essere accuratamente controllato prima di andare online, perché un errore può compromettere il lavoro di mesi e nei casi più gravi rovinare la reputazione di un brand. Un caso recentissimo è accaduto alla TIM in Twitter dove per errore è stato pubblicato un post con il vincitore sbagliato del Festival di Sanremo, sezione nuove proposte.

    Il post incriminato è stato immediatamente cancellato e sostituito con quello corretto, ma la rete non dimentica e subito qualcuno del pubblico ha diffuso lo screenshot e sottolineato l’errore.

    Fattore tempo

    Un elemento molto importante da considerare è il fattore tempo: i risultati non possono essere ottenuti in pochi mesi, ma con costanza, attenzione e ascolto del mercato che è in continua evoluzione. Consiglio sempre di valutare le performance sul lungo periodo (dai sei mesi a un anno), per poter avere una visione più ampia sulla base anche di aree test. Una campagna che poteva essere adeguata e dare risultati mesi fa, può rilevarsi non più efficace e deve essere sostituita con nuove idee grafiche e di contenuti. Prendiamo ispirazione dai più bravi del nostro settore a livello internazionale per arricchire la nostra comunicazione di nuove idee.

    I contenuti

    In merito ai contenuti la narrazione deve essere reale o verosimile e può essere declinata sulle varie piattaforme, creando delle series che coinvolgano i pubblici e che contengano una call to action forte per far migrare gli utenti da una piattaforma all’altra o invitarli a partecipare al racconto.

    Per meglio comprendere l’utilizzo in contemporanea di più piattaforme vi rimando alla series declinata su Steller e Facebook per il luxury outlet The Place di Biella di Ermenegildo Zegna. Due storie parallele dal punto di vista maschile e femminile, due personaggi che si amano e si incontrano, appuntamenti che si susseguono nel The Place Café o nell’Oasi Zegna.

    Attimi di vita, di fashion e di food che si intrecciano, coinvolgendo i lettori, chiamati a partecipare nel condividere e mettere like alla pagina Facebook e nell’immaginare il seguito della storia d’amore.

    Due storie che si incrociano- ‘Attimi’ di The Place – Biella
  • Racconti di cibo: dal prodotto all’esperienza

    Il cibo non si racconta più attorno ad una tavola imbandita, ma nelle trasmissioni televisive, nelle conversazioni in rete. È diventato uno degli argomenti più dibattuti e spettacolarizzati tanto che qualche giorno fa il maestro Muti al Gazzettino.it ha sollevato una provocazione: «Basta cuochi, c’è bisogno di cultura». Se da un lato mi sento di appoggiare l’invito del maestro a proporre al grande pubblico palinsesti più culturali, dall’altro mi preme evidenziare che il cibo è cultura e tradizione profondamente radicata nella storia di un popolo.

    In Google la parola ‘food’ è ricercata 10 miliardi di volte in 0,89 secondi e ‘cibo’ 131 milioni. Come leggiamo nell’ultimo articolo pubblicato sul supplemento ‘Cook’ del Corriere della Sera del giornalista Giuseppe Antonelli,

    quello della cucina è diventato un codice comunicativo che unisce al di là dei confini.[…] Il mondo è ormai dominato dal foodtelling. Parola sconosciuta all’inglese; creata in Spagna nel 2012 sul modello di storytelling e rilanciata da noi all’epoca dell’Expo.

    Ma com’è cambiato il mondo del food e dei consumatori negli ultimi tempi? Non si parla più solo di cibo, di tradizione, ma soprattutto di esperienza che noi consumatori desideriamo vivere e che i ristoratori e produttori vogliono farci provare.

    Il racconto del cibo mi ha sempre affascinato ed è tema di studio e sperimentazione fin dai primi corsi che ho organizzato cinque anni fa con la community, StorytellingIta. Avevamo sperimentato una formazione innovativa che prevedeva una parte teorica e pratica – esperienziale con il coinvolgimento di produttori piemontesi come testimonial. Ai nostri corsi invitavamo, ad esempio, i responsabili dell’agriturismo Vallenostra, produttori di Montebore (formaggio storico prodotto nel basso Piemonte), il proprietario della gelateria Ottimo di Torino, Gianluca Morino di Cascina Garitina e molti altri per condividere le loro esperienze di comunicazione.

    Ho studiato come i produttori nazionali e internazionali si narrano sui social media, sui siti o blog, cercando d’individuare e suggerire le modalità più coinvolgenti. Per un cliente nazionale ho anche approfondito le tecniche di allevamento e di produzione, intervistando i responsabili dei processi produttivi e, partendo da ricerche storiche effettuate nella biblioteca dell’Università Bicocca di Milano, abbiamo scritto alcune novelle sul cibo. Al tema food ho dedicato gli speech che nel 2019 ho tenuto a SMAU nelle edizioni di Bologna e Milano, portando le mie esperienze di comunicatrice e narratrice.

    Food: alla ricerca dell’esperienza

    A SMAU Milano ho intitolato il mio speech: ‘Foodtelling, raccontare l’esperienza’ e mi sono soffermata sulle parole di uno chef che conosco personalmente e seguo da anni nelle sue sperimentazioni, Roberto Rollino del Ristorante La femme a San Bartolomeo al Mare:

    Ho introdotto delle coccole per i miei clienti oltre al menu, perché il cibo è esperienza e ti deve far pensare mentre assapori un nuovo abbinamento. Il cibo è sempre più un momento d’intrattenimento e d’esperienza.

    L’attenzione al cliente e il desiderio di coinvolgerlo hanno portato ad inserire esperimenti gourmet negli amuse bouche, a utilizzare materiali insoliti per le presentazioni, anche non propriamente da cucina.

    Negli ultimi tempi è profondamente cambiato l’atteggiamento dei consumatori: se da un lato hanno maggiore attenzione per la sostenibilità e tracciabilità dei cibi dall’altro sono disposti a pagare di più per un prodotto che risolva un problema e consenta di vivere un’esperienza.

    Food: un nuovo linguaggio

    Per comprendere meglio il nuovo linguaggio del food vi consiglio il libro di Carlo Meo dal titolo: ‘Food Marketing. Il food conquista la città‘ (ed. Hoepli, 2019). Come precisa l’autore il food è sempre più divertimento e un fenomeno urbano. Ormai i consumi fuori casa pareggiano o superano quelli in casa e i tempi dedicati al pasto in Italia si sono ridotti a circa 33 minuti.

    Cambia anche la destinazione dell’ambiente cucina che non vuole essere quello tradizionale della mamma, bensì un luogo tecnologico dove il frigorifero smart ci dice quali alimenti sono terminati e devono essere acquistati.

    Sicuramente avete letto il caso #FreeDorothy, la ragazzina inglese, che messa in punizione dalla madre era stata privata di ogni device tecnologico ed aveva iniziato a dialogare sui social con gli amici attraverso il frigorifero LG. La cucina si trasforma in un lounge dove si ricevono gli amici per sperimentare e improvvisarsi chef nei week end, per conversare e far serata.

    Nei grandi centri urbani si mangia a tutte le ore tanto che i locali si stanno attrezzando e propongono soluzioni ad hoc. Recentemente ho parlato con il proprietario di un locale a Milano che aveva scelto proprio questo tipo di proposta: cibo tipico italiano a qualsiasi ora, persino gli spaghetti a colazione. Ci si chiede in effetti se sia una richiesta del mercato o una semplice moda.

    Nuove soluzioni di ristorazione ed esperienze di gusto. Sul Gambero Rosso leggiamo della nuova iniziativa gourmet del dessert Bar Milano dello chef pasticcere Federico Rottigni che propone ogni sera un dessert dining show di un’ora e mezza in cui fa vivere ai partecipanti un viaggio nei sapori, viaggio nel quale hanno ruolo fondamentale anche musica e illuminazione.

    L’esperienza è però effimera, come ci ricorda sempre Carlo Meo nel suo libro, e come tale deve essere ‘concepita e disegnata perché abbia il maggior successo nel tempo più lungo possibile. […] deve essere comunicabile e fotografabile: è un elemento che sta diventando sempre più importante nella costruzione dell’esperienza, in un monso basato su immagine e media.’ Deve essere progettata con grande attenzione per poter rimanere nel ricordo ed essere ‘sostenibile economicamente per chi l’ha ideata e per chi la vive’.

    Food: quale narrazione

    In un periodo di infobesity, di frammentazione di contenuti e offerte così numerose e variegate come comunicatori poniamoci alcune domande:

    • come far comprendere la nostra unicità, la UVP (Unique Value Proposition / proposta unica di valore)?
    • come possiamo strutturare la nostra comunicazione online?

    Sicuramente la narrazione può venirci in aiuto, ma deve rispettare regole precise e, come ripeto sempre negli speech e nei miei corsi, non può essere rappresentata solo da una bella immagine da postare su Instagram o da un post accattivante su Facebook. Deve essere un mindset narrativo che decidiamo di adottare che deve coinvolgere tutta la nostra comunicazione dal sito al blog fino alle pagine social.

    Partiamo dall’ascolto, mettendoci nei panni del nostro pubblico e cerchiamo di capire meglio:

    • che cosa desidera in un’esperienza
    • in che momento della sua storia di vita si trova
    • qual è il suo immaginario
    • in quali valori si riconosce
    • dove si trova e comunica online

    Per iniziare un percorso di narrazione possiamo anche considerare alcuni semplici suggerimenti tratti dal neuromarketing:

    • il cervello intermedio tende a ignorare formule troppo conosciute, termini abusati per cui è preferibile scegliere concetti originali.
    • un linguaggio semplice, frasi lineari e metafore aiutano i lettori/utilizzatori a fare delle facili associazioni,
    • nella narrazione è utile evocare più stimoli sensoriali per tenere alta l’attenzione.

    Food: attivare i sensi

    In merito ai sensi possiamo trarre informazioni preziose dalle neuroscienze. Nel libro ‘Lo straordinario potere dei nostri sensi’ di Lawrence D. Rosenblum (ed.Bollati Boringhieri, 2018) leggiamo: ‘le influenze della vista, dell’ascolto, del tatto e dell’olfatto sulla percezione del gusto rendono quest’ultimo il più multisensoriale dei sensi. E si è scoperto che tutti i sensi condizionano il gusto non solo direttamente, ma anche indirettamente, in maniera da influenzarsi a vicenda.’

    Su quali sensi vogliamo puntare nel nostro locale: illuminazione, impiattamento oppure profumi, musica? Il nostro prodotto può distinguersi per caratteristiche: organolettiche, packaging, sostenibilità? Un prodotto non vive da solo, ma in un contesto ben preciso di consumo e soddisfa le esigenze e i bisogni di un pubblico. Lavoriamo quindi sulla nostra value proposition e cerchiamo di comprendere come evidenziare e trasmettere i nostri valori.

    Food: quali medium scegliere e che cosa comunicare

    Se il nostro pubblico si trova e discute su Facebook possiamo creare per la nostra pagina un piano editoriale coinvolgente con brevi video interviste a nostri produttori o clienti, aneddoti storici sul cibo, foto emozionali storiche, condividere pensieri e riflessioni.

    Se invece puntiamo sull’immagine possiamo creare dei post curiosi e coinvolgenti su Instagram, scegliendo un colore o un elemento che identifichi tutta la nostra comunicazione social.

    Importante è tenere presenti gli elementi di grammatica del racconto. Ricordate quali sono? Eroe, ferita, impresa, sfide, mentore, oggetto magico, tesoro o ricompensa. Per entrare in risonanza con il nostro pubblico dobbiamo rifarci allo schema narrativo canonico anche nelle narrazioni sui social media.

    Per approfondire vi invito a seguirmi per scoprire i prossimi corsi e speech!

    Foto: by Randy Tarampi on Unsplash

  • 2039: accendere e condividere storie

    Ho deciso di partecipare alla performance immersiva Eutopia Dystopia “Your past belongs to them now” dell’artista danese Inga Gerner Nielsen ambientata nel 2039 e proposta dall’associazione culturale Twitteratura al Polo del ‘900 di Torino. Un tweet mi ha incuriosita e, da appassionata di narrazione, non ho saputo resistere.

    Eutopia Dystopia è un progetto biennale realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del “Bando CivICa, progetti di Cultura e Innovazione Civica”. L’evento ha aperto venerdì 22 novembre alle 11:00 e, con sessioni ogni trenta minuti, è durato fino a domenica 24 novembre.

    Faccio parte del primo gruppo che vive quest’esperienza e vengo accolta con altre quattro persone da due giovani che ci spiegano il senso della performance, le dinamiche e come poter interagire.

    Siamo nel 2039 e uno shock energetico ha reso impossibile usufruire della tecnologia, l’energia elettrica è fruibile a intermittenza e non si riesce più ad accedere al patrimonio culturale e agli strumenti digitali. Siamo un gruppo di giovani che hanno deciso di creare un movimento di resistenza per ricostruire la memoria collettiva attraverso oggetti e le storie dei singoli, ricordi di vita quotidiana.

    <<Verrete accompagnati da un performer, non potrete utilizzare il cellulare o altra tecnologia perché nel 2039 non disponiamo più di nulla>>, ci avvertono.

    La performance inizia vicino alle scale attigue all’area didattica del Polo del ‘900 in lingua inglese per poi proseguire in italiano. I performer sono seduti e sdraiati sui gradini e Inga, leggendo una sorta di manifesto, ci introduce a questa realtà parallela. Si susseguono più momenti con perfomer diversi che ci accolgono e accompagnano in questo viaggio.

    Ogni performer sceglie un partecipante. Una ragazza mi invita a camminare in coppia nel corridoio verso l’entrata avvolte e nascoste tra 2 veli leggeri che rendono la vista un po’ offuscata. Durante la passeggiata mi fa notare elementi presenti nell’ambiente circostante. Ogni frase inizia con una domanda: ‘ricordi quando…‘. Si sofferma, ad esempio, sul ticchettio delle dita sulla tastiera del pc, sulle luci a led del corridoio, sui rumori delle voci o degli oggetti spostati all’improvviso e così via. Non devo interagire, ma solo ascoltare e concentrarmi sui ricordi.

    Foto dalla pagina Facebook di Twitteratura

    Torniamo al punto di partenza dove mi accoglie un’altra performer che mi accompagna sulle scale dove è stato posizionato un telo bianco in stoffa leggera e trasparente che cade libero verso il piano sottostante. Mi chiede se può bendarmi e mi guida, scendendo pochi gradini, verso il telo che è bloccato ad un’estremità da un bastone in legno. Mi invita ad accarezzare il tessuto, ad avvolgerlo sul bastone e a far affiorare i ricordi.

    Ecco il primo ricordo: Al tatto la trama mi riporta all’infanzia quando mia nonna, appassionata di cucito, confezionava per sé e per mia madre delle camicette in seta. Non era la sua professione, ma il suo hobby.

    Mi pone delle domande per capire meglio e, mentre sono ancora bendata, mi invita a sedermi vicino a lei sui gradini dove cerca di sintetizzare il ricordo che le ho narrato. Finito questo momento di condivisione, mi accompagna nella sala didattica e mi chiede se può consegnare le frasi da lei composte a due ragazze che stanno battendo i testi su macchine da scrivere d’epoca, la Lettera 44 Olivetti.

    Mi affida allora ad un’altra performer che mi accompagna vicino ad una nicchia della stanza dove sono posizionati alcuni oggetti. Mi invita a sceglierne uno e a spiegare la mia scelta in base ai ricordi che affiorano alla mia mente. Scelgo un mini ventilatore portatile. Quali ricordi mi suscita?

    Ci spostiamo verso una nicchia della stanza, vicino ad una finestra e ci sediamo su cuscini, schiena contro schiena. Mi pone alcune domande per far riaffiorare i ricordi: dove ti trovi? che cosa vedi intorno a te? quali odori senti?

    Ecco il secondo ricordo: Ho sei, sette anni d’età e mi trovo nella casa di campagna dei nonni. È estate e fa caldo. Sono nel mio letto per il sonnellino pomeridiano, ma non ho voglia di dormire. Fa caldo e le pale del ventilatore nella cameretta muovono l’aria. Ripercorro con lo sguardo la casa: il cancello di legno verde, l’entrata nel portico che divide il piano terra con la cucina a sinistra e il salotto a destra, dove si affaccia una scala che porta al piano superiore e alle camere da letto. Il portico si apre in un bel giardino con rose rampicanti e una parte terrazzata ricca di piante da frutto ed erbe aromatiche. Sento il profumo di legno bruciato nel camino e di erba bagnata in un giorno di pioggia.

    Ecco il terzo ricordo: È piena estate e corro per i prati e gioco con gli altri bambini. Fa caldo, sento il sole sulla pelle.

    Terminato il racconto la performer scrive brevi note e mi chiede il permesso di farle battere a macchina. Il foglio dei miei ricordi verrà posizionato a terra al centro della stanza dove si trovano oggetti e recipienti pieni di liquidi, simboli che Inga spiega ad un altro partecipante.

    Ora la mia storia non mi appartiene più, ma diventa un elemento di un racconto collettivo, come dice il titolo dell’evento: Your past belongs to them now.

    L’esperienza non si esaurisce nella performance, ma continua anche sull’applicazione Betwyll (su App Store e su Google Play) dove si possono trovare una selezione di testi e nel ‘Benvenuti nel 2039‘ il Manifesto del movimento di Resistenza che ci ha accompagnato lungo il percorso al Polo del ‘900.

    Per approfondire potete leggere l’intervista a Inga Gerner Nielsen sul sito dell’associazione culturale Twitteratura.

    Le fotografie sono tratte dalla pagina Facebook di Twitteratura.

  • Empatia, emozioni e creatività tra i #takeaway del XXXI Congresso AIF a Matera

    Come formatrice e storyteller cerco di approfondire il tema dell’empatia e delle sue applicazioni. Spesso affermiamo che raccontare significa riuscire a creare empatia tra narratore e pubblico, suscitare emozioni. Ma che cos’è l’empatia e come possiamo attivarla? Come reagisce il nostro cervello?

    Durante il XXXI Convegno nazionale dell’AIF (Associazione Italiana Formatori) che si è tenuto dal 7 al 9 novembre nella splendida cornice della città di Matera ho avuto modo di ascoltare molti speech dedicati a questo tema.

    Prima di focalizzarci sull’empatia e le nostre emozioni vediamo le motivazioni per cui il convegno del 2019 è stato dedicato alla neuroformazione, scienze della mente e del cervello applicate all’apprendimento. Comprendere sempre meglio come funziona il nostro cervello e i collegamenti che l’arte della formazione attiva al suo interno può aiutarci a rendere sempre più coinvolgente la nostra professione, ha spiegato nella giornata introduttiva, Antonello Calvaruso, economista e studioso di neuroformazione. E ha aggiunto: ‘Apprendimento è togliere il superfluo. Le neuroscienze possono aiutare i formatori a raggiungere quest’obiettivo. Arte della formazione attiva settori e collegamenti nel cervello.

    Maurizio Milan, presidente nazionale AIF, ha precisato anche che: ‘Neuroscienze sono menti che studiano le menti. La multidisciplinarietà può dare a noi formatori un ampio margine di indagine e riprogettazione dei nostri interventi .’

    Le neuroscienze possono aiutarci ad analizzare i fattori che determinano il successo a scuola e nel lavoro. Le competenze cognitive e non cognitive contribuiscono entrambe alla realizzazione accademica e lavorativa di un individuo, secondo la professoressa Raffaella Rumiati, docente di neuscienza cognitiva.

    Risulta essenziale che ‘non si comunichi, ma si conversi con le neuroscienze, alzando il profilo della nostra professionalità di formatori, perché essere artigiani significa essere rinascimentali’, ha suggerito a noi formatori lo psicosocioanalista, Pino Varchetta.

    Empatia ed emozioni

    Concentrandoci sul cervello e l’empatia ho trovato di grande interesse l’intervento del professor Giacomo Rizzolatti che ha ripercorso con noi il momento della scoperta dei neuroni specchio e gli studi effettuati sull’emozione del disgusto con la risonanza magnetica funzionale a Marsiglia con i colleghi Gallese e l’olandese Geiser.

    Il contenuto è indispensabile, se non si ha contenuto non ha senso comunicare, ma la maniera in cui si comunica è fondamentale.

    La prima scoperta è avvenuta nella scimmia e successivamente nell’uomo. Hanno riscontrato l’esistenza di neuroni che si attivano sia quando si fa un’azione sia quando si osserva un proprio simile che la sta compiendo.

    Nel cervello umano esiste un’area denominata insula che si attiva in presenza delle emozioni sia provate sia viste in un’altra persona.

    Empatia è quella condizione in cui tu ed io siamo nello stesso stato; i miei e i tuoi neuroni si attivano nella stessa maniera e allora io ti capisco veramente. L’empatia non corrisponde, tuttavia, alla bontà, perché anche i sadici capiscono le emozioni e sono bravissimi ad entrare nello stato delle altre persone’.

    Secondo Rizzolatti, l’empatia è uno stato molto importante ed è fondamentale in due professioni:

    • insegnamento
    • medicina

    Collegamento live con il prof.Rizzolatti

    Il tema dell’empatia è stato centrale anche nell’intervento di Cinzia Di Dio, ricercatrice di scienze psicologiche e neuroscienze. Quando ci soffermiamo ad osservare le opere d’arte si attiva l’insula, area del cervello responsabile dell’empatia. È possibile educare all’empatia attraverso la bellezza?- ha chiesto all’inizio del suo speech.

    Attraverso la percezione del bello si riescono a toccare le corde emotive delle persone, lasciando traccie emozionali positive che si riflettono nei loro comportamenti

    Pare che sia possibile educare la nostra insula attraverso la bellezza e l’arte. Da ricerche effettuate risulta che il nostro cervello è più libero di apprezzare l’arte che non il reale, anche nei bambini nella primissima infanzia.

    Mentre la mente conscia è influenzata da fattori esogeni come la moda, la conoscenza, il valore, la mente emozionale irrazionale ci fa vivere l’esperienza estetica consentendoci di sospirare in ammirazione‘.

    Cinzia Di Dio nel suo speech al Convegno di Matera

    L’arte ci apre a nuove esperienze, abbassa le nostre barriere e interfacciarci con l’arte può portare vantaggi dal punto di vista socio-emotivo. Non è ancora chiaro tuttavia se la neuroestetica possa impattare direttamente sulla formazione, perché si tratta di una scienza relativamente giovane.

    Secondo il professor Edoardo Boncinelli, genetista Presidente del Comitato scientifico l’empatia si può spiegare in modo molto semplice: ‘consiste nel mettersi nei panni dell’altro. Sta scritta nel ns cervello e nelle nostre cellule neuronispecchio.

    Tutti avete capacità di esercitare empatia. ‘, ci rassicura Boncinelli. La scoperta dei neuroni specchio e del loro ruolo nell’empatia ha segnato un grande passo avanti nella ricerca, ma restano ancora molte funzioni del cervello che sono poco conosciute, quali, ad esempio, come sono scritti i nostri ricordi. Anche con l’avanzare dell’età i ricordi non si perdono, in particolare quelli che risalgono all’infanzia, quasi come se fossero scolpiti nella nostra mente. Nasciamo con un cervello immaturo che si sviluppa ancora fino circa ai quattordici anni di età e si plasma mentre noi cresciamo.

    L’importanza della mente viene sottolineata da Giulio Giorello, filosofo della scienza, che ci mette in guardia contro uno dei principali rischi della rete, ossia l’ottundimento di senso critico e quindi cancellare lo spazio del dissenso. La mente è la cosa più importante, quella che ci permette di dire “non ci sto”, anche a costo della vita e della libertà.

    Giulio Giorello con Antonello Calvaruso

    Il filosofo economista, Matteo Motterlini ci ricorda che le scienze comportamentali ci hanno mostrato che siamo irrazionali. Siamo irrazionali in modo tuttavia prevedibile e sistematico tanto che la nostra irrazionalità, le nostre emozioni possono essere studiate razionalmente attraverso l’osservazione e l’esperimento. Nei contesti di educazione e formazione le neuroscienze ci portano a ripensare il concetto stesso di razionalità umana non solo come adesione alle regole corrette della logica. Dobbiamo conoscere meglio noi stessi come ci indicava Socrate, avere una metarappresentazione delle nostre capacità cognitive e del condizionamento delle nostre emozioni.

    Motterlini ha anche invitato noi formatori a sperimentare in aula, magari proponendo lo stesso argomento con un approccio più freddo e autoritario su un gruppo di discenti e con un atteggiamento empatico che coinvolga le emozioni su un altro gruppo per vedere le risposte ed i risultati d’apprendimento.

    Creatività

    Altro tema di grande interesse approfondito durante il convegno è la creatività. Per il professor Rizzolatti esiste una lunga fase necessaria prima della creatività detta ‘preparation‘. Si impara per imitazione che non deve essere considerata in modo negativo, perché è la base della creatività. Alcune persone hanno un’intelligenza fluida e vedono applicazioni particolari, ma devono essere comunque preparate. Non si improvvisa.

    Secondo il neurofisiologo Marcello Massimini la creatività non è necessariamente cosciente, ma è una sorta di predizione basata sul modello della realtà da parte del cervelletto (feedforward). Aggiunge che durante il sonno il nostro cervello è molto attivo. Più certe aree imparano durante il giorno più vanno offline nel sonno per un processo di consolidamento. Il sonno è il prezzo che paghiamo per avere cervello plastico. Si rinormalizzano i circuiti e si ricalibrano.

    Comprendere come funziona la nostra mente può essere un valido aiuto per rapportarci con gli altri durante le sessioni formative.

    Come formatori vendiamo l’empatia‘, afferma Antonello Calvaruso, che ci parla dei suoi studi sul passaggio da formazione basata su empatia a quella ispirata a concetto di modelling. La formazione basata sull’imitazione, ossia prendere gli altri come modello può essere indagata e applicata con successo da tutti noi.

    Molti altri temi di grande attualità sono stati trattati durante il XXXI Convegno nazionale AIF nell’approfondire il confronto tra formazione e neuroscienze. Potete rivivere i contenuti delle giornate, grazie al livetweeting organizzati su Wakelet.

    Prima giornata del convegno https://wakelet.com/wake/78f371ff-a50a-4654-a7b0-ab014152f86e

    Seconda giornata del convegno https://wakelet.com/wake/09f50ab4-e23c-4ede-9bbd-981434467a45

    Terza giornata del convegno https://wakelet.com/wake/f3292020-a0d9-417c-ab3d-7b17fb95e8c9

    Mi piace lasciarvi con un invito del professor Boncinelli a noi formatori: Prendete i semi di questi giorni e fateli germogliare!