• Storie in social VR: Bruna Athena Picchi

    Le storie riprendono nel mondo social VR. Avete seguito il mio progetto fin dall’inizio? Se desiderate saperne di più potete leggere la presentazione al link. Questa volta incontriamo una travel blogger, Bruna Picchi che sul web e in Altspace VR ha adottato il nickname Athena. Ci siamo conosciute grazie a The Pyramid Cafè e spesso ci siamo ritrovate agli eventi, condividendo interessi per i social e il turismo. Da tempo seguo il suo ‘Il mondo di Athena Blog‘ dove parla di: ‘racconti di viaggio, consigli di lettura e scrittura sul web e blogging, ossia contenuti speciali per chi vuole essere blogger e web writer’.

    Il 25 marzo scorso ha tenuto uno speech dal titolo ‘Travel blogger ai tempi del Covid-19‘ nel quale ha illustrato come l’attività del travel blogger abbia dovuto evolvere durante il periodo della pandemia, causa lockdown, azzeramento dei viaggi, timore del contagio. Non si è fermata, ma ha trovato nuove espressioni per aiutare a superare il periodo d’incertezza e ritrovare, sognando, il desiderio di viaggiare.

    Chi è Bruna Athena Picchi

    Bruna Picchi è una web copywriter, una travel blogger e social media strategist. Nel suo blog scrive della sua attività: ‘In altre parole, scrivo testi per il web e mi prendo cura delle strategie di comunicazione digitale per aziende e professionisti.’

    La storia di Athena

    Scopriamo insieme come Athena si è avvicinata ai mondi di social VR e alla realtà virtuale. Come può essere utile la VR a una travel blogger? L’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Ciao Bruna ci racconti come e quando ti sei avvicinata alla VR? 

    Ciao Simonetta, sono molto contenta di essere tua ospite! 

    Mi sono avvicinata alla VR durante il primo lockdown, decretato a causa della pandemia da Covid-19, nella primavera del 2020. 

    Conoscevo da tempo l’esistenza dei metaversi e dell’utilizzo della VR in diversi contesti, ma non mi ci ero mai accostata. Non è stato così per diffidenza, ma molto più banalmente perché non ne avevo avuto mai occasione. E poi l’occasione è arrivata.

    Sei una travel blogger che frequenta assiduamente e con passione il social VR. Come utilizzare al meglio questi mondi? 

    I mondi virtuali sono un valido strumento per conoscere persone e altre realtà – quelle analogiche, per capirci. 

    Sono mondi “democratici”, perché chiunque può accedervi. Si conoscono persone con le quali si condividono interessi o che si dedicano ad attività completamente differenti alle nostre. 

    In ogni caso, entrare in un metaverso significa avere un ulteriore varco di accesso alla Conoscenza. Per me questo è un elemento di grande valore.

    In VR si possono “vedere” anche luoghi che appartengono al mondo in cui viviamo in carne e ossa, e questo può essere una grande opportunità per chi non può o non vuole spostarsi. 

    Tuttavia, e qui parlo da persona che ama viaggiare, non è solo la possibilità di visitare diversamente città e nazioni che mi entusiasma. Mi alletta il confronto a proposito delle esperienze vissute, quindi la trasmissione del sapere. 

    È un po’ quel che credo debba essere il file ultimo e forse più nobile di un travel blog come il mio: non offrire, banalmente, consigli (un po’ stento a crederlo ma è così: i lettori desiderano sapere cosa fare, dove e come), ma raccontare esperienze e creare lo spazio giusto per discuterne. 

    Utilizzi altre piattaforme oltre ad AltspaceVR?

    Ad ora no, purtroppo, anche perché non sono ancora adeguatamente attrezzata. Quando avrò le tecnologie adatte, di sicuro sperimenterò altre piattaforme.

    Durante il tuo speech a MagicFlute Show hai parlato del mestiere di travel blogger e il digitale. Quali sono, a tuo parere, le opportunità che la realtà virtuale e soprattutto il video 360° possono offrire ai racconti di viaggio?

    Quando la realtà virtuale vedrà una maggiore partecipazione dell’utenza italiana (scrivo solo in italiano), essa permetterà di fare un’esperienza che altro non è che l’estensione, più vivida, del racconto di viaggio. 

    Questa narrazione potenziata dei luoghi potrebbe davvero fare la differenza, quando un lettore deciderà se visitare o meno un luogo. A maggior ragione, penso, dovrebbero essere proprio le destinazioni turistiche a doversi dedicare allo storytelling con il supporto della VR. 

    Che cosa consiglieresti di sperimentare ai tuoi colleghi?

    Consiglierei di familiarizzare con le piattaforme e, perché no, proprio a partire da Altspace, che è piuttosto semplice. Li inviterei a partecipare agli appuntamenti che siamo soliti darci con una certa regolarità, per poi partire tutti insieme in un bel tour di esplorazione dei mondi.

    La VR va per forza provata, altrimenti, al riguardo, si parla solo a vanvera.

    Hai già creato itinerari con contenuti in 360°? 

    Non l’ho fatto, ma in futuro vorrei creare la mia galleria per portare le persone nei luoghi che ho più amato.

    Quali programmi hai per il prossimo futuro?

    Chiaramente, il grosso delle mie energie è riservato al mio lavoro di web writer. 

    Tuttavia, dopo lo scorso inverno trascorso per lo più in casa, mi sto godendo la mia città e la mia regione. Ho intenzione di raccontarli il più possibile, attraverso il blog: non è solo un piacere, è proprio una vocazione. 

    Raccontare il viaggio

    Per forza di cose, ciò mi “costringe” a considerare quanta reale necessità esiste di narrare i luoghi attraverso nuovi e più potenti linguaggi. Ecco, nel mio piccolo mi piacerebbe diffondere l’idea che lo storytelling è più di una parola che va di moda, ma un modo per valorizzare e promuovere i luoghi, portarvi nuovi visitatori e riportarvi i cittadini, e creare valore per tutti.

  • Storie in XR: Artematiko

    Le storie in XR e social VR proseguono con un artista, Settimo Marrone, aka Artematiko, che ho conosciuto agli incontri di Pyramid Cafè in AltspaceVR. Vi ho già parlato del founder, Francesco Spadafina e degli eventi MagicFlute Show. Un giorno Francesco mi contatta in chat, dicendo di essere stato invitato da Artematiko come speaker a un evento della Cappella Orsini di Roma e di volermi coinvolgere. Spesso si pensa che i mondi di social VR siano legati solo al gaming, a mondi effimeri e poco concreti. In realtà posso dimostrarvi che mettono in contatto artisti, professionisti, sviluppatori, ecc., creando connessioni e legami reali e di grande interesse.

    Telefonate, chat e due speech in modalità phygital si sono susseguiti. In quei giorni alla Cappella Orsini di Roma si svolgeva una doppia mostra – virtuale e reale- con la partecipazione delle opere in realtà aumentata di Artematiko dal titolo: ‘Dalle Maschere Rituali a quelle Virtuali‘. 

    Il 10 febbraio abbiamo tenuto in forma ibrida il primo speech dal titolo ‘Comunicazione virtuale e stili di vita‘. Ecco una schermata dell’evento a cui ho avuto il piacere di partecipare.

    Evento alla Cappella Orsini dal titolo ‘Comunicazione virtuale e stili di vita’

    La collaborazione nel mondo reale è continuata con un secondo speech, sempre alla Cappella Orsini, dal titoloCosa c’è oltre Zoom. Modalità efficaci per la comunicazione online‘. Colgo quest’occasione per ringraziare Artematiko e il dr. Roberto Lucifero, antropologo e direttore artistico della Cappella Orsini.

    Dopo questa premessa, nella quale vi ho narrato com’è entrato nella mia vita professionale Settimo, veniamo alla storia che desidero condividere con voi.

    Chi è Settimo Marrone aka ARTEMATIKO

    Settimo ama presentarsi nella sua biografia come: un artigiano dello spettacolo, che produce spettacolari contenuti visuali, video e audio.Potrei definirlo uno sperimentatore o se preferite, facendo riferimento agli archetipi junghiani, un ‘esploratore’.

    La storia di Artematiko

    Scopriamo insieme com’è nata la passione di Artematiko per la realtà aumentata e perché ha scelto questo nickname. Una storia che risale al lontano 2009, ma non vi anticipo nulla di più, perché vi lascio all’intervista. Troverete spunti davvero interessanti, perché dietro gli avatar e le opere in extended reality (XR) si celano artisti e professionisti di grande spessore.

    L’intervista

    Artematiko raccontaci quando ti sei avvicinato per la prima volta alla realtà aumentata.

    Grazie per quest’occasione di raccontare un tipo di arte così effimera eppure così pervasiva ed emozionante.
    Ho cominciato ad approcciarmi alla Realtà Aumentata intorno al 2009. In quel periodo di traslochi continui, accedere a internet era problematico. Usavo il cellulare con i 3 Giga mensili o meglio una pennetta wifi collegata ad un cavo usb di un paio di metri, per posizionarla dove potessi captare i rari segnali wifi liberi intorno a me. A volte ho anche costruito piccole parabole in cartone e fogli di alluminio, per poter meglio ricevere i segnali.

    Il bisogno aguzza l’ingegno.

    La rete mi offriva letteratura varia sulla realtà virtuale e comprenderla per impiegarla in ambito artistico e poetico era prioritario. Dopo la tesi di qualche anno prima, sul piccolo museo degli automi, realizzata con la tecnologia vrml (Virtual Reality Modeling Language) volevo saperne di più. Nella tesi ho sostenuto che con la vrml chiunque potesse costruire il proprio spazio tridimensionale online, il proprio personaggio e socializzare con altri.

    Qualche tempo dopo, in effetti, nel 2003 in America viene lanciato il primo social network sviluppato in un mondo tridimensionale online, Second Life, e sappiamo il successo di questa piattaforma che divenne un fenomeno pop.

    Nelle mie ricerche mi imbattevo in articoli piuttosto generici, che descrivevano come alcune aziende o sfruttassero le animazioni tridimensionali “appiccicandole” su dei marcatori bidimensionali (ARtags) in bianco e nero e sfruttandole per dimostrazioni pubblicitarie.
    Quella che mi colpì di più fu un’animazione della General Electric Company (GE). Bastava andare sul loro sito, inquadrare con la webcam un particolar marcatore nero su un foglio bianco (non avendo la stampante ho dovuto disegnarlo a mano su un A4), e dal disegno usciva letteralmente fuori una mini centrale elettrica solare o eolica, come un popup.
    Questa cosa la trovai magica e divertente e, visto che questa è sempre stata la linea dei miei progetti e delle mie ricerche, mi conquistò totalmente.

    animazione della General Electric Company
    animazione della GE

    Con il tempo ho fruito di applicazioni sempre più complesse, giochi come quelle prodotti per la psp della Sony: Eyepet era sicuramente la più divertente perché era possibile interagire nell’ambiente reale, con un cucciolo simile ad una piccola scimmia da accudire.

    gioco della Sony: Eyepet
    gioco della Sony: Eyepet

    Ho entrambi i dischi di Invizimals, un altro gioco per psp in cui bisogna scovare e addomesticare creature particolari, ma dopo la fase di ricerca, mi sono stufato presto: non ho mai amato addomesticare e far combattere fra di loro qualunque tipo di creatura. Sì anche quelle virtuali.

    Invizimals, gioco per psp

    Nel 2012 la Nokia diede uno scossone nel campo delle applicazioni in Realtà Aumentata utilizzando il gps del cellulare per riconoscere l’ambiente reale. Quando usci l’app chiamata semplicemente City Lens, ne fui strabiliato. Con il Lumia 920, puntando la fotocamera intorno a me, potevo riconoscere i punti d’interesse, con recensioni, distanza, altezza del piano ecc. Quindi, ristoranti, negozi, musei e quant’altro.

    City Lens- Nokia

    Solo grazie alla compagnia Autonomy della HP, sono riuscito a fare i miei primi esperimenti come creatore di contenuti in AR. La compagnia aveva creato un App nel 2011 per device mobili chiamata Aurasma (In seguito chiamata Hp Reveal), e uno studio raggiungibile da browser del computer Aurasma Studio appunto, per applicare video, immagini o animazioni ad una qualunque immagine (visual trigger) da visualizzare poi con l’app di cui sopra. Ho cominciato ad usarla seriamente solo nel 2019, insieme ad altre piattaforme per creare contenuti in AR. Purtroppo il progetto HP Reveal ha chiuso i battenti nel 2020, anche se usato come strumento educativo in alcune scuole italiane.

    Sempre nel 2019 mi sono orientato su altre due piattaforme per creare contenuti in AR, Arize e Artivive, preferendo quest’ultima con la quale collaboro ormai ancora oggi.

    Artivive è particolarmente orientata ad artisti, illustratori, eventi museali e per poter fruire del servizio di creazione di contenuti, durante l’iscrizione, bisogna presentare un portfolio con le proprie opere. Una volta iscritti, l’azienda offre la possibilità di creare tre progetti gratuiti e poi di acquistare altri. Non ricordo il costo di ogni “progetto” perché collaborai con loro per la creazione di un video tutorial in italiano e l’azienda mi offri la possibilità di realizzare ben quindici progetti.
    Ovviamente l’app per smartphone e tablet è scaricabile gratuitamente: serve solo a riconoscere le illustrazioni (i visual triggers) su cui sono applicate animazioni in AR.

    Che cosa significa per te ‘aumentare la realtà’?

    Prendo spunto dal significato ufficiale di AR, una tecnologia con la quale è possibile rappresentare una realtà alterata e non percepibile grazie ai nostri sensi, ma solo grazie a device elettronici come speciali visori. Nel mio caso basta uno smartphone o un tablet.

    Personalmente l’uso che ne faccio è quello di creare un’anima di un’opera che racconti una storia silenziosa, nascosta, che non è percepibile con i sensi, ma per scoprirla è necessario un medium, uno strumento elettronico.

    La ricerca artistica che porto avanti da tanti anni è sempre poggiata su quattro pilastri, il gioco, la poesia, l’arte e la tecnologia. Poter creare dei dipinti che, grazie alla Realtà Aumentata, riescano a mostrare la propria anima musicale in movimento, è un processo che mi ha entusiasmato e commosso.

    Volevi diventare un artista fin da bambino? In che misura ti ha influenzato la famiglia o un mentore, se ne hai avuto uno?

    Mi considero più un artigiano e da bambino dicevo di voler diventare scienziato. Da quanto ricordo, la creatività e la curiosità mi hanno sempre contraddistinto. Mi è sempre stata riconosciuta una forte propensione alla pratica dell’arte sia dai miei che da chi mi è stato intorno, con i pro e i contro.

    Ero comunque quello strano del paese. L’artista bravo, ma che comunque progettava cose inutili. Inutili come l’arte, la poesia, la letteratura, il cinema,il teatro, la musica. Insomma quelle cose inutili che poi diventano necessarie e assolute durante una pandemia mondiale o per sostenere una nazione come l’Italia che siccome “non è che la gente la cultura se la mangia” (cit.), trascura tutto il suo patrimonio artistico e culturale, riconosciuto inestimabile, ricercato e conteso da tutto il mondo (ancora per poco se continua così – vedi la trascurata Roma).

    Imparare tecniche, imparare a progettare e a esprimermi è stato un processo che non è mai finito. Non sono più bravo di altri. Ho solo una visione differente e cerco di esprimerla attraverso gli strumenti artistici che scopro o che ho adattato alla pratica dell’arte. Volta per volta acquisisco esperienze professionali in ambiti tra i più disparati, dall’artigianato al mondo del web, dalla pittura all’illustrazione digitale, dal video making alla costruzione di manufatti.

    Non ho avuto mentori che mi abbiano seguito, ma sono certo di aver avuto stima e provato entusiasmo per tantissime figure artistiche viventi o meno. Con il tempo le figure di riferimento si sono moltiplicate e gli ambiti in cui tento di esprimermi sono tanti e spesso si compenetrano: arte, musica, gioco, poesia.

    Per esempio: essendo anche scenografo ed affascinato dal virtuale, mi sarebbe sempre piaciuto collaborare alle scenografie di un video game d’avventura. Forse anche per questo nel 2000 circa ho progettato il piccolo museo virtuale d’automi e co.

    Ingresso museo degli automi
    Ingresso museo degli automi

    Probabilmente sarò un artista e anche se ci vuole molto coraggio riuscire a condividere arte con la collettività in un posto come l’Italia, non potrei fare altrimenti.

    Qual è stata la tua prima opera in realtà aumentata?

    A marzo del 2019 fui invitato a partecipare ad una collettiva, da Roberto Lucifero il direttore artistico della Cappella Orsini, una galleria d’arte di Roma. La mostra avrebbe avuto come tema Roma e i suoi Inganni a Dicembre dello stesso anno. Così ho cominciato ad elaborare il mio piano per ingannare il pubblico.

    Fu un lavoro molto intenso e ci misi tantissimo ad elaborare un idea che mi soddisfacesse. Ricordo che ad Agosto stavo ancora progettando quella che poi avrei chiamato La Cupola.

    La cupola- opera in AR
    La cupola – opera in realtà aumentata

    L’idea è stata quella di creare una sintesi illustrata della cupola di San Pietro a Roma e animarla a tempo di musica, come un meccanismo ad orologeria.

    In effetti finora, nelle opere che ho progettato, la musica fa da regia. Suggerisce e determina la maggior parte delle cose che vengono raccontate dalle Anime delle opere e mantengono il ritmo della storia.

    Una volta terminata l’illustrazione con Illustrator e Photoshop, è stata scomposta in singoli elementi e poi animati in un Vegas pro, un editor audio video. Con la cupola, scelsi anche di farne una versione a bassorilevo e trovai un artigiano che a settembre, riuscì a tagliarmi tutti pezzi con il laser, ma ho dovuto ridisegnarli per poterli poi adattare. Il risultato fu incredibilmente d’effetto. Unico problema è che il tipo di tecnologia che usa Artivive è basato sul riconoscimento di immagini complesse. Il bassorilievo crea ombre differenti a seconda dell’ambiente e proprio queste ultime vengono riconosciute come parte integrante dell’immagine. Ecco perché tutte le volte che riposiziono questa versione dell’opera devo “rimarcarla”.

    Com’è nata l’idea dell’opera ‘Sampietrini’?

    Le opere che progettato finora sono tutte degli elogi della bellezza e della meraviglia, suggeriti per la maggior parte da luoghi di Roma che mi hanno colpito ed emozionato. Tra questi posti, ci sono anche i sampietrini che creano texture incredibili.
    Fino a prima di Sampietrini, le anime musicali si sono sviluppate sempre in parallelo ai dipinti. Volevo quindi che una di loro avesse una forte connotazione verticale, spirituale, effimera come l’attimo in cui si assiste a qualcosa di bello. Quindi un illustrazione da esporre in orizzontale, magari al livello del terreno.

    Nell’opera vediamo alcuni sampietrini bagnati da luci gialle e blu e in un interstizio, un piccolo punto rosso: un seme.

    Ora ti racconto.

    Contavo di terminare le opere per marzo 2020, quando le avrei esposto per la prima volta. Ormai avevo velocizzato i processi di realizzazione, ma dopo il blocco di febbraio ho compreso che questa cosa non sarebbe successa.

    Mi sono quindi messo a curare i dettagli di ogni opera e in particolare a curare l’intera realizzazione di Sampetrini che però è durata circa 4 mesi. Questo perché l’intero processo di crescita dello stelo della pianta è disegnato fotogramma per fotogramma, è un cartone animato. Solo per realizzare la pioggia che cade a tempo di musica, ci ho impiegato un mese.

    Durante la realizzazione di quest’opera è diventato palese che Sampietrini sarebbe diventato il manifesto dei miei processi artistici: il seme cresce e si sviluppa in un ambiente particolarmente difficile e non dà importanza a quello che succederà, il suo unico scopo è diventare fiore, condividere energia e bellezza fino al momento di sparire nel nulla.

    È l’idea che sta alla base in particolare di questa operazione in AR. Belle ed effimere, basterebbe un piccolo problema elettrico per far sparire per sempre le anime di queste illustrazioni.

    Il pubblico è stato fin ora eterogeneo, ma ha dimostrato di comprendere benissimo l’intera operazione, l’idea che c’è alla base di Sampietrini, delle mostre. Si è divertito ed emozionato.

    Il brano che fa parte dell’opera è di Charlie May, un dj produttore che stimo tantissimo a cui ho mostrato la mia prima opera. Mesi prima lo avevo contattato chiedendogli il permesso di usare due suoi pezzi, ma senza sapere bene come li avrei usati. Il secondo fa parte dell’opera che omaggia il teatro.

    Ho letto che per la realizzazione delle tue opere hai sempre una fase di studio e progettazione molto lunga. Ci spieghi il motivo?

    È vero! Sono di quelli che pensa che imparare richieda tempo ed esercizio, come imparare ad amare.

    Quello che comunemente si pensa su chi pratica arte, è che abbia il talento innato, una sorta di magia con la quale basta pensare una cosa e automaticamente si avvera. La realtà è che per ottenere un risultato il più possibile vicino al tuo pensiero, c’è bisogno di tanto studio, documentazione, esercizio, lavoro.

    Ho sempre ritenuto che chiunque possa imparare a disegnare e lo dimostra il fatto che esistono persone molto più brave e accurate di me nel disegno, ma che usano un piede o la bocca. Possiamo raccontarci la favola del talento anche per loro, ma la verità che ogni qualità e azione umana va esercitata e studiata costantemente. Alcune persone hanno delle agevolazioni fisiche e/o intellettuali rispetto ad altri, ma tutto qui.

    Se, come nel mio caso, le mie ricerche sono autofinanziate, il tempo cresce, perché per sostenere quello che dovrebbe essere il mio lavoro, devo fare altri lavori.

    Chi sceglie di fare ricerca scientifica in Italia, sa che avrà pochissimi sostegni. Non parliamo di chi come me voglia fare ricerca artistica e condividerne i risultati.

    Prima di presentare qualcosa che per me abbia valore, che possa chiamare opera d’arte, devo essere sicuro che per primo io sia meravigliato di ciò che ho prodotto. Esercitare la meraviglia, su di sé e sugli altri, per quanto mi riguarda, necessita di approfondimenti su tecniche e modalità espressive.

    Comprendere come utilizzare uno strumento e come utilizzarlo ai fini di emozionare e meravigliare, necessita di tempo, ed essendo uno spirito eclettico, spesso gli strumenti non sono convenzionali.

    Devi sapere che ho cominciato ad esporre tardissimo, la mia prima mostra è avvenuta alla fine del 2018 e ho esposto per la prima volta un’opera che avevo iniziato circa vent’anni prima. Era un lavoro su diapositive sviluppate, ma non impressionate, quindi nere. Tramite processi di micro incisioni con un sottile ago e colorazioni ottenute, esponendo le pellicole a piccole quantità di acidi, ho realizzato delle micro illustrazioni.
    I mini quadri di luce esposti sono più di 50, ma realizzati effettivamente sono molto di più. Mi piacerebbe mostrarteli dal vivo, purtroppo in foto non rendono.

    Solo pochissime persone avevano visto i risultati meravigliosi, ma solo nel 2018 dopo varie prove negli anni, sono riuscito a realizzare come esporle. Sono retro illuminate e osservabili grazie ad una lente posta sul davanti che ne esalta colori e crea un effetto tridimensionale. Queste opere sono poi state esposte sia al primo Bright Festival di Firenze che al Macro di Roma con il nome M.A.E.

    Quali sono i criteri per cui scegli le opere da ‘aumentare’?

    Per ora l’idea è stata quella di creare opere che fossero degli omaggi. Per esempio alla bellezza, al teatro, alla musica, alla danza, partendo da illustrazioni di luoghi romani, ma non ho idea se continuerò con questa linea. Magari progetterò delle opere completamente slegate da luoghi o tributi. Credo che continuerò comunque a voler raccontare mini storie silenziose.

    Descriviti con 3 parole chiave

    Ne basta una: Artematiko, è il nome che mi sono scelto che unisce Arte e Matematica (quindi tecnica e tecnologia).

    Perché, a tuo parere, la AR esalta l’arte e come si potrebbe fare cultura?

    Augmented Reality potrebbe esaltare l’arte, animando, per esempio, dipinti di altri o Murales preesistenti.

    Io non la uso così. La considero uno strumento e in quanto tale può essere impiegato per creare opere completamente nuove, tridimensionali e fruibili come percorsi meravigliosi, grazie all’uso del gps. La realtà aumentata è paragonabile ad un pennello, ai colori: il risultato sta nelle mani di chi la usa e delle sue competenze.

    Ti faccio un esempio che mi sarebbe piaciuto realizzare. Non vinco mai concorsi, ma per uno di questi mi è stato chiesto di progettare un’opera da posizionare in un ambiente urbano. Rimovibile e poco impattante per un borgo medievale vicino Roma. Quale modo migliore di sfruttare la Realtà Aumentata?

    L’idea che ho proposto è stata una vera e propria installazione scenografica con cambi scena, animazioni, suoni e musica. Chiunque avrebbe potuto visualizzarla, senza alcuna difficoltà, scaricando un’app gratuita semplicissima da usare: si scarica e si inquadra. Nessun materiale fisico avrebbe sfiorato i muri del borgo. Una scenografia animata visibile solo tramite telefono o tablet.

    Un arco cieco in pietra e muratura si sarebbe trasformato in un vero e proprio portale, attraverso cui il tempo e lo spazio avrebbero danzato a tempo di musica, offrendo al pubblico la visione di un paesaggio fantastico e suggestivo. Magari raccontando senza parole eventi avvenuti in quel luogo.

    Come ho detto, la Realtà Aumentata è uno strumento molto potente, che può esaltare la cultura di un borgo medievale, raccontarla, renderla immersiva e comprensibile, meravigliosa.

    Ora immagina di essere in un parco di una città. Passeggi su quel sentiero che ti piace tanto e in cui vedi correre puntualmente alcuni runner che vogliono tenersi in forma. Accendi il telefono, avvii un’app e inquadri il paesaggio intorno. Magari indossi anche le tue cuffie preferite.

    Sullo schermo del telefono di colpo ti ritrovi a camminare tra i corridoi fantastici di un luogo meraviglioso, ricco suoni incredibili, di animazioni tridimensionali e opere d’arte. Corridoi in cui il parco viene raccontato, la città ti viene illustrata, artisti stanno esponendo le loro opere o band musicali virtuali si stanno esibendo per farti ascoltare il loro ultimo brano.

    Tutto questo grazie alla realtà aumentata che sfrutta il gps del telefono.

    Quali sono i tuoi progetti futuri?

    Prendendo spunto dall’idea del borgo medievale, sto pensando di usare le facciate dei palazzi per creare Street Arte in AR, senza dipingere nulla sulle facciate, ma usando le peculiarità dei palazzi per creare opere in Realtà Aumentata.

    Ovviamente è un’operazione che richiede come al solito, tempo, documentazione, test, lavoro. Quindi non ho idea di quando potrò mai realizzare la prima.

    Sai che mi occupo anche di ambiti che non riguardano il virtuale. Alcuni progetti riguardano la produzione audio immersiva, in particolare di podcast. La produzione audio la trovo incredibilmente affascinante e poter lavorare sui suoni per produrre scenografie sonore lo trovo esaltante quanto costruire scenografie teatrali.

    In ogni caso sui vari social di Artematiko pubblico aggiornamenti e scoperte.

    Chi desidera sostenere il mio lavoro e miei progetti può farlo attraverso la pagina Tipeee di Artematiko.

    Grazie Simo, un abbraccio e spero di vederti presto.

  • Storie in social VR: Cristiana Pivetta

    Il progetto delle storie in social VR e XR si apre con Cristiana Pivetta, una docente che ho conosciuto al MagicFlute Show di giugno 2020 dal titolo: ‘I mondi virtuali e l’apprendimento‘. Questa conferenza in Altspace VR era dedicata al mondo della scuola e all’apprendimento in VR ed era organizzata da Francesco Spadafina, founder di Pyramid Cafè. Perché iniziare il nostro percorso con la storia di Cristiana? Semplicemente perché il suo entusiasmo, il suo desiderio d’apprendere e sperimentare mi hanno piacevolmente colpita e penso che possa essere d’ispirazione per tutti noi.

    Cristiana è riuscita a rendere il mondo della scuola coinvolgente ed interessante per i più giovani attraverso le sperimentazioni in realtà virtuale e i mondi di social VR.

    Chi è Cristiana Pivetta

    Relatrice al MagicFlute Show di giugno 2020 Cristiana insegna lettere all’ITCG ANGIOY di Carbonia ed è esperta di tecnologie applicate alla didattica.

    La storia di Cristiana

    Scopriamo insieme che cosa si cela dietro l’avatar di Cristiana che ho avuto il piacere d’incontrare in Altspace VR. Perché ha scelto di dedicarsi alle tecnologie? Come si possono sfruttare la realtà virtuale e i mondi di social VR nella didattica?

    Per approfondire la sua storia l’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Cristiana ciao, raccontaci com’è nato il tuo interesse per la VR.

    Il mio interesse per la VR è nato quasi parallelamente all’attenzione per le tecnologie. Mi hanno sempre affascinato gli ambienti immersivi e le loro potenzialità in campo didattico per la loro prospettiva multimodale (suoni, voci, immagini, chat testuali, artefatti, simboli, script e quant’altro). Inoltre ritengo che modellare lo spazio virtuale a proprio piacimento, agitare la bacchetta magica a disposizione dell’avatar per dare forma agli oggetti costituiscono delle preziose opportunità per ingaggiare e sostenere i discenti nel loro percorso.

    "I care in the world" in edMondo

    “I care in the world” in edMondo

    Quando hai iniziato ad utilizzare le tecnologie a scuola? Hai trovato degli ostacoli da parte dei colleghi o degli studenti?

    È stato esattamente nel 2004. Lo ricordo benissimo perché in quel periodo trovavi i pc esclusivamente nelle aule informatiche e per giunta non in tutte le realtà scolastiche. La situazione disastrosa di un gruppo di studenti sotto il profilo didattico-sociale costituì una valida motivazione per provare a costruire delle esperienze significative con l’uso delle tecnologie

    Gli studenti in aula predisponevano dei mockup preparatori con i compagni del loro gruppo per poi realizzare nel laboratorio informatico semplici pagine web. Le problematiche del tempo erano legate alla difficoltà di ottenere il permesso di accedere ai laboratori informatici e alla mancanza di connessione.

    Ho incontrato diffidenza o per meglio dire indifferenza quando ho portato avanti il progetto di inserire in ogni aula delle whiteboard. Ma anche in questo caso i feedback degli studenti e delle famiglie mi hanno convinto della validità del cammino intrapreso.

    Non mi sono più fermata anzi ho creato il sito Fantascrivendo, mi sono iscritta a vari social, ho aperto un canale YouTube, animata dallo spirito di condividere un approccio metodologico efficace d’uso delle tecnologie.


    Prime attività di gruppo alla LIM

    Al Magicflute Show hai parlato dei mondi virtuali per l’apprendimento. Quali vantaggi possono apportare rispetto alla didattica ‘reale’?

    I vantaggi sono enormi. Per gli studenti costituiscono delle occasioni reali per mettersi alla prova, per fare osservazioni e operare nel mondo virtuale raccordandosi alle attività svolte in aula.

    Le parole chiave sono motivazione, coinvolgimento, inclusività e creatività.

    Per i discenti agire nel mondo virtuale non è differente dal mondo reale perché la propria e/o le proprie identità reali vengono messe in relazione con il loro personaggio avatar.

    Sollecito i discenti a costruire degli ambienti (campi semantici) in cui porre artefatti significativi, espressione del loro personale e collaborativo modo di fare esperienza del mondo. Questo è il punto di arrivo di un percorso co-costruito, che implica da parte degli studenti l’apprendimento di modelli e concetti legati alla grammatica del mondo immersivo in uso.


    MagicFlute Show: Seminario Edu3d

    Quali ambienti immersivi hai sperimentato e hai trovato più adatto per coinvolgere gli studenti? Che percorso consiglieresti ad un/una collega che desiderasse iniziare ad utilizzare la didattica nei mondi virtuali?

    Il mio percorso esperienziale si è concretizzato inizialmente con edMondo, il mondo virtuale per la scuola dell’Indire. Nel tempo ho interagito con il mondo immersivo di Edu3d in Craft World, AltspaceVR, Mozilla Hubs. Questi ambienti sono tutti estremamente coinvolgenti e offrono la possibilità di interagire con comunità di docenti e di professionisti per uno scambio efficace di pratiche ed esperienze.

    Sono affascinata allo stesso modo dalle potenzialità di questi mondi e parimenti i miei studenti. A chi si voglia cimentare in un percorso simile consiglio di iscriversi alle rispettive comunità, di partecipare a uno o più corsi che periodicamente vengono proposti, e successivamente vi invito a “gettarvi nella mischia” con i vostri studenti per apprendere insieme.

    Escape room: Il ballo delle fiabe, Progetto Edu3d in Craft Word

    Ci racconti un episodio che può fare comprendere il valore di questo tipo approccio?

    Vi porto ad esempio la mia ultima esperienza, un laboratorio immersivo[1] di letteratura in edMondo. Lo spazio è stato interamente modellato dai miei studenti, due classi seconde e una classe prima dell’ITCG Angioy di Carbonia.

    La nostra sfida è stata quella di rendere la letteratura attuale in un momento in cui si è dovuto fare di necessità virtù a causa della pandemia e della didattica a distanza.

    Il mondo virtuale realizzato ruota intorno al castello dell’innominato e agli ambienti di supporto realizzati, relativi non solo all’opera “I Promessi Sposi” di Manzoni ma di tanti altri autori in prosa e poesia. Oltre agli oggetti architettonici sono state create linee del tempo, mostre, giochi di fuga (escape room), presentazioni interattive e molto di più.


    “Laboratorio Letterario” in edMondo

    Nel 2018 hai pubblicato il libro ‘In viaggio intorno al mondo. Itinerari didattici in rete’. Quale tipo di didattica illustri nel tuo libro e a chi può essere utile?

    Il 2018 è stato un anno particolare. Dopo aver scritto numerosi articoli e contributi presenti in rete e in vari libri, ho deciso di autopubblicarmi.

    Non vi dovete far ingannare dal titolo, non è un manuale e neppure un romanzo, ma il racconto, in una forma narrativa coinvolgente, dei viaggi virtuali realizzati nel web per visitare musei, siti archeologici, per fare comunità con gli studenti dei paesi di tutto il mondo. Una lezione differente che gli studenti costruiscono secondo un modello condiviso con altre classi, animata da un approccio interculturale, creativo e empatico, caratterizzato dal problem solving.

    Nel libro ho inserito risorse, proposte di attività, strumenti pronti all’uso o modificabili secondo lo stile di ogni insegnante.

    Doveva ancora travolgerci la pandemia, ma questa idea risulta più che mai attuale come i tanti progetti che propongo, sempre proiettata nel futuro.

    Concludo invitandovi a leggerlo, a seguirmi sui social e perché no a collaborare con me.

    Ringrazio Simona per l’invito. È stato molto interessante confrontarci su queste tematiche.


    [1] Per approfondimenti leggete l’articolo “Pratiche di debate nei mondi virtuali” http://www.rivistabricks.it/wp-content/uploads/2021/02/18_Bricks1-2021_Pivetta.pdf


  • 2039: accendere e condividere storie

    Ho deciso di partecipare alla performance immersiva Eutopia Dystopia “Your past belongs to them now” dell’artista danese Inga Gerner Nielsen ambientata nel 2039 e proposta dall’associazione culturale Twitteratura al Polo del ‘900 di Torino. Un tweet mi ha incuriosita e, da appassionata di narrazione, non ho saputo resistere.

    Eutopia Dystopia è un progetto biennale realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del “Bando CivICa, progetti di Cultura e Innovazione Civica”. L’evento ha aperto venerdì 22 novembre alle 11:00 e, con sessioni ogni trenta minuti, è durato fino a domenica 24 novembre.

    Faccio parte del primo gruppo che vive quest’esperienza e vengo accolta con altre quattro persone da due giovani che ci spiegano il senso della performance, le dinamiche e come poter interagire.

    Siamo nel 2039 e uno shock energetico ha reso impossibile usufruire della tecnologia, l’energia elettrica è fruibile a intermittenza e non si riesce più ad accedere al patrimonio culturale e agli strumenti digitali. Siamo un gruppo di giovani che hanno deciso di creare un movimento di resistenza per ricostruire la memoria collettiva attraverso oggetti e le storie dei singoli, ricordi di vita quotidiana.

    <<Verrete accompagnati da un performer, non potrete utilizzare il cellulare o altra tecnologia perché nel 2039 non disponiamo più di nulla>>, ci avvertono.

    La performance inizia vicino alle scale attigue all’area didattica del Polo del ‘900 in lingua inglese per poi proseguire in italiano. I performer sono seduti e sdraiati sui gradini e Inga, leggendo una sorta di manifesto, ci introduce a questa realtà parallela. Si susseguono più momenti con perfomer diversi che ci accolgono e accompagnano in questo viaggio.

    Ogni performer sceglie un partecipante. Una ragazza mi invita a camminare in coppia nel corridoio verso l’entrata avvolte e nascoste tra 2 veli leggeri che rendono la vista un po’ offuscata. Durante la passeggiata mi fa notare elementi presenti nell’ambiente circostante. Ogni frase inizia con una domanda: ‘ricordi quando…‘. Si sofferma, ad esempio, sul ticchettio delle dita sulla tastiera del pc, sulle luci a led del corridoio, sui rumori delle voci o degli oggetti spostati all’improvviso e così via. Non devo interagire, ma solo ascoltare e concentrarmi sui ricordi.

    Foto dalla pagina Facebook di Twitteratura

    Torniamo al punto di partenza dove mi accoglie un’altra performer che mi accompagna sulle scale dove è stato posizionato un telo bianco in stoffa leggera e trasparente che cade libero verso il piano sottostante. Mi chiede se può bendarmi e mi guida, scendendo pochi gradini, verso il telo che è bloccato ad un’estremità da un bastone in legno. Mi invita ad accarezzare il tessuto, ad avvolgerlo sul bastone e a far affiorare i ricordi.

    Ecco il primo ricordo: Al tatto la trama mi riporta all’infanzia quando mia nonna, appassionata di cucito, confezionava per sé e per mia madre delle camicette in seta. Non era la sua professione, ma il suo hobby.

    Mi pone delle domande per capire meglio e, mentre sono ancora bendata, mi invita a sedermi vicino a lei sui gradini dove cerca di sintetizzare il ricordo che le ho narrato. Finito questo momento di condivisione, mi accompagna nella sala didattica e mi chiede se può consegnare le frasi da lei composte a due ragazze che stanno battendo i testi su macchine da scrivere d’epoca, la Lettera 44 Olivetti.

    Mi affida allora ad un’altra performer che mi accompagna vicino ad una nicchia della stanza dove sono posizionati alcuni oggetti. Mi invita a sceglierne uno e a spiegare la mia scelta in base ai ricordi che affiorano alla mia mente. Scelgo un mini ventilatore portatile. Quali ricordi mi suscita?

    Ci spostiamo verso una nicchia della stanza, vicino ad una finestra e ci sediamo su cuscini, schiena contro schiena. Mi pone alcune domande per far riaffiorare i ricordi: dove ti trovi? che cosa vedi intorno a te? quali odori senti?

    Ecco il secondo ricordo: Ho sei, sette anni d’età e mi trovo nella casa di campagna dei nonni. È estate e fa caldo. Sono nel mio letto per il sonnellino pomeridiano, ma non ho voglia di dormire. Fa caldo e le pale del ventilatore nella cameretta muovono l’aria. Ripercorro con lo sguardo la casa: il cancello di legno verde, l’entrata nel portico che divide il piano terra con la cucina a sinistra e il salotto a destra, dove si affaccia una scala che porta al piano superiore e alle camere da letto. Il portico si apre in un bel giardino con rose rampicanti e una parte terrazzata ricca di piante da frutto ed erbe aromatiche. Sento il profumo di legno bruciato nel camino e di erba bagnata in un giorno di pioggia.

    Ecco il terzo ricordo: È piena estate e corro per i prati e gioco con gli altri bambini. Fa caldo, sento il sole sulla pelle.

    Terminato il racconto la performer scrive brevi note e mi chiede il permesso di farle battere a macchina. Il foglio dei miei ricordi verrà posizionato a terra al centro della stanza dove si trovano oggetti e recipienti pieni di liquidi, simboli che Inga spiega ad un altro partecipante.

    Ora la mia storia non mi appartiene più, ma diventa un elemento di un racconto collettivo, come dice il titolo dell’evento: Your past belongs to them now.

    L’esperienza non si esaurisce nella performance, ma continua anche sull’applicazione Betwyll (su App Store e su Google Play) dove si possono trovare una selezione di testi e nel ‘Benvenuti nel 2039‘ il Manifesto del movimento di Resistenza che ci ha accompagnato lungo il percorso al Polo del ‘900.

    Per approfondire potete leggere l’intervista a Inga Gerner Nielsen sul sito dell’associazione culturale Twitteratura.

    Le fotografie sono tratte dalla pagina Facebook di Twitteratura.

  • Gusto e passione in una scatola: My Cooking Box

    La passione per le storie, la cucina gourmet e il Made in Italy mi porta a conoscere diverse realtà italiane dalle botteghe storiche alle aziende familiari riscoperte dalle nuove generazioni alle idee innovative e startup che colpiscono la mia immaginazione. Ho scoperto il progetto My Cooking Box in occasione del Gammaforum, l’evento internazionale dell’imprenditoria giovanile e femminile che si è svolto lo scorso novembre a Milano.

    Come storyteller ho partecipato al social media team per raccontare il convegno e tra le dieci finaliste del premio Gammadonna 2018 ho conosciuto Chiara Rota, founder di My Cooking Box, che ha vinto il premio QVC Next per il prodotto più innovativo. Ho voluto approfondire e conoscere meglio la sua storia, fatta di coraggio, determinazione e tanta passione per il Made in Italy. Buona lettura!

    Chiara Rota vince il Premio QVC Next Award al Gammaforum 2018

    Buongiorno Chiara, la sua passione per la cucina è nata in famiglia? Ha qualche ricordo d’infanzia? 

    La mia passione per la cucina è iniziata ancora quando ero piccola ed è arrivata un po’ da mia nonna e un po’ da mia mamma. La prima riusciva a cucinare qualsiasi piatto con un’abilità e una semplicità invidiabile, la seconda invece non era così brava, ma si impegnava sempre per prepararmi qualcosa di gustoso. Quando sono andata via di casa e mi sono ritrovata a dover cucinare da sola, ho iniziato a mettere in pratica tutto quello che avevo imparato da loro e il mio amore per la cucina ha iniziato ad aumentare sempre di più, tanto che per me è diventato un vero e proprio lavoro.

    Dalla prima ricetta si è arrivati a 12 piatti (9 primi e 3 secondi). Qual è il criterio con cui vengono scelte le ricette della tradizione italiana? Le ricette sono tradizionali o rivisitate secondo l’interpretazione dei cuochi? 

    Per la realizzazione delle nostre ricette andiamo in cerca di realtà produttrici artigianali, dove la grande maestria del saper tramandare e fare è il fattore di qualità e garanzia del prodotto. Selezioniamo piccole aziende che lavorano le eccellenze del loro territorio, proprio per creare dei cofanetti che, come le nostre My Cooking Box, racchiudono una specialità regionale di alta qualità. Nella selezione degli ingredienti e nella creazione della ricetta coinvolgiamo l’Accademia del Gusto, un centro di formazione d’eccellenza del settore enogastronomico nel panorama lombardo e affermati professionisti della ristorazione, ciascuno dei quali firma la ricetta del suo territorio di origine, talvolta personalizzandola o rivisitandola.

    Che cosa distingue My Cooking Box dai preparati già in commercio? 

    My Cooking Box è un meal kit che contiene al suo interno tutti gli ingredienti, nelle giuste dosi, per cucinare un piatto regionale italiano con la ricetta di uno chef. All’interno di ogni cofanetto ci sono solo ingredienti ricercati e naturali, tutti made in Italy e a lunga conservazione, per evitare sprechi e cucinare con comodità e semplicità quando si preferisce. A differenza di aziende che offrono servizi analoghi, però, My Cooking Box è un prodotto che viene venduto sia attraverso il canale fisico, presso vari rivenditori (shop enogastronomici, panetterie, aeroporti, store Mondadori, per citarne alcuni), sia attraverso il canale online. Tutto ciò è possibile perché all’interno delle nostre box gli ingredienti sono tutti a lunga conservazione e con una shelf-life ad ampio margine e questo ci ha permesso di vendere il nostro prodotto in più di 20 Paesi.

    Qual è il target a cui avete pensato quando avete creato il progetto? I Millennials, la generazione Z che non sanno cucinare e spesso hanno genitori troppo indaffarati per passare i segreti di cucina? 

    Il consumatore di oggi ha l’abitudine di acquistare per prodotto e, spesso e volentieri, si ritrova con la dispensa piena ma senza quell’ultimo ingrediente necessario per realizzare il piatto preferito. Quindi, perché non cambiare questo processo e indurre il consumatore ad acquistare per ricetta? My Cooking Box trova la risposta a tutto questo, con riduzione di tempo e di spreco assicurata, diventando così ideale per tutti: per una coppia che lavora e ha poco tempo per fare la spesa e per cucinare, per chi decide di trascorrere il fine settimana nella propria casa vacanza senza dover trasferire l’intera dispensa di cucina e per tutti quelli che hanno l’esigenza di improvvisare un pranzo o una cena all’ultimo minuto, ma senza rinunciare alla qualità. Le nostre box sono perfette anche (e soprattutto) per i turisti stranieri che in genere, avendo poca dimestichezza con la cucina e volendo ripetere a casa un piatto assaggiato in Italia, si trovano in difficoltà sia a reperire particolari ingredienti, sia a come realizzare la ricetta in modo impeccabile.

    Qual è la storia del logo e del packaging a forma di casetta? Avete da subito pensato alla casa nel vostro immaginario? 

    Abbiamo cercato di studiare un logo che potesse essere internazionale e comprensibile a tutti fin da subito. Abbiamo scelto di chiamare la nostra startup My Cooking Box per sottolineare che il nostro prodotto può essere: “MY COOKING” perché ognuno nella propria cucina di casa può vivere la sua personale esperienza culinaria; “BOX” perché tutto questo è racchiuso nei nostri cofanetti.

    La forma della box invece, simile a una casetta, è un rimando alla semplicità e praticità di My Cooking Box, che offre appunto la possibilità di cucinare come un vero chef direttamente a casa propria in tutta tranquillità.

    Mi è piaciuta la sua storia fatta di passione e determinazione da ingegnera gestionale a imprenditrice di food. Quando ha capito che l’idea era vincente? Quanto è stata utile la campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd?  

    L’equity crowdfunding è una forma di finanziamento forse ancora poco conosciuta in Italia, ma che permette di ottenere ottimi risultati che spesso vanno ben oltre le aspettative. Ad oggi sono state due le campagne di crowdfunding alle quali abbiamo aderito: la prima ad agosto 2016 a fianco della piattaforma CrowdFundMe, in cui abbiamo raggiunto in soli venti giorni il budget prefissato di 50mila euro, e abbiamo chiuso con nostra grande sorpresa con un overfunding del +400%; la seconda campagna di crowdfunding, invece, è stata avviata quest’anno all’inizio di maggio con MamaCrowd, la prima piattaforma di equity crowdfunding in Italia, e si è conclusa in breve tempo più di 500.000 euro raccolti.

    Entrambe le campagne di equity crowdfunding sono state per noi uno strumento utilissimo, dal quale abbiamo ricevuto molteplici vantaggi: al di là del finanziamento raccolto, sono state un vero e proprio trampolino di lancio, che ci ha permesso di avere contatti con molti investitori e di conseguenza di aprire la nostra attività in nuovi canali. Ogni investitore, infatti, si sente parte del progetto e contribuisce non solo economicamente ma anche dal punto di vista di contatti e relazioni commerciali. Grazie a tutti loro siamo riusciti ad entrare a contatto con realtà magari difficili da raggiungere da soli e a stringere collaborazioni importanti. Non solo, l’aver superato di molto il nostro budget iniziale ci ha conferito grande visibilità, permettendoci di essere notati da grandi aziende già consolidate che hanno deciso infine di partecipare investendo nel nostro progetto.

    Quali sono le caratteristiche fondamentali che deve avere uno startupper per riuscire e quali suggerimenti si sente di dare a una giovane con un’idea brillante? 

    Quando si intraprende un percorso come questo è fondamentale essere il più determinati possibili e credere fortemente in quello che si sta facendo, senza avere timore a comunicare le proprie idee, soprattutto nella fase iniziale. Il rischio maggiore che si può compiere, infatti, è quello di cercare di tenere nascosto il proprio prodotto: essere gelosi della propria idea o della propria intuizione in certi casi è utile, ma esserlo troppo può diventare un problema, perché non dà la possibilità di ricevere quei consigli e opinioni che permettono di migliorare e magari vedere qualcosa che da soli non riusciremmo a notare. Confrontandosi con altre persone, invece, si possono ricevere consigli e nuovi spunti che ti permettono di crescere e migliorare. Infine, ma non ultimo per importanza, è fondamentale avere tanta pazienza e capacità di reazione anche di fronte a risposte negative, senza lasciarsi abbattere alla prima difficoltà: in questo percorso la strada è spesso in salita, ma posso assicurare che ogni traguardo raggiunto è una grande soddisfazione.

  • Raccontare un convegno: quali storytool o platform?

    Come raccontare un convegno, rendendolo indimenticabile? Spesso ho l’occasione di partecipare a meeting nazionali e internazionali e, come storyteller, sono chiamata a collaborare al social media team. Normalmente la mia attività non si esaurisce nel livetweeting,  pur importante dal punto di vista dell’engagement, ma verte soprattutto nell’accompagnare il lettore nel rivivere l’evento e tener vivi i ricordi.

    Accanto a post ed articoli sui temi trattati dai relatori amo utilizzare piattaforme e tools narrativi per esprimere attraverso immagini, video e testi il mood che si viveva e respirava nelle giornate del convegno.

    Credits foto: Sabrina Gazzola photographer

    Quali sono i media che consiglio?  Come sapete da anni studio e sono tester di alcune piattaforme e amo dialogare con i responsabili marketing e CEO per meglio comprendere ed utilizzare i tools stessi.

    Ne ho sperimentati molti e la mia scelta si orienta soprattutto su tre che sono totalmente gratuiti: Moments, Wakelet e Steller.

    L’ordine non è casuale, perché, anche se tutti consentono di raccogliere, rielaborare e condividere contenuti, sono citati in base alla complessità e completezza: dal più easy al più completo.

    Senza l’utilizzo di codici e in modo molto guidato e immediato, sono le piattaforme ideali per convegni, concerti, mostre e qualunque evento che possa essere narrato con immagini, video e testi.

     

    Vediamoli nel dettaglio per capire le specificità e l’utilizzo di ciascuna piattaforma.

    Moments

    Considerato lo strumento narrativo di Twitter, Moments è un aggregatore di tweet da desktop ed è arrivato in Italia a settembre 2016, dopo ca. un anno dal lancio da parte dei creatori.

    Viene definito come:

    curated stories about what’s happening around the world—powered by Tweets.

    Per creare un Momento accedete direttamente dal vostro profilo, cliccando su ‘Momenti’, si aprirà quindi una sezione nella quale trovate tutte le storie create e pubblicate. Mentre sul lato destro vi apparirà un box per creare una nuova storia ‘Crea un Momento’.

    Una volta online è possibile editare, condividere con Twitter, copiare il link ed embeddare nel proprio sito. Potete anche visualizzare le metriche di interazione per uno specifico Moment su twitter.com.

    Da qualche mese non è più disponibile la versione mobile su iOS e Android per la creazione dei Momenti. Per approfondimenti potete consultare l’assistenza di Twitter al link o il breve tutorial da me pubblicato al link.

    Wakelet

    Wakelet è una piattaforma  di content curation, disponibile in versione desktop e mobile (sia iOS che Android)Viene definita sul sito:

     The best way to share and collect content.

    Il Wake, ossia la raccolta, è a tutti gli effetti una pagina web in cui i testi e gli elementi multimediali che sono stati scelti e incorporati possono essere visualizzati come flusso, magazine, griglia.

    Si è posizionata sul mercato come una valida alternativa a Storify, piattaforma molto utilizzata dai twitteri che ha annunciato la chiusura nel dicembre 2017 e da maggio 2018 non ha più consentito di condividere contenuti di Twitter e IG e livetweeting.

    Inizialmente Wakelet ha attuato una politica molto interessante: oltre a far creare nuove narrazioni, ha permesso d’importare quelle già create e pubblicate da Storify, fornendo un servizio molto utile. Le storie non andavano perse per sempre nel web, ma erano catalogate e conservate nella nuova piattaforma. Sono all’interno di una community, nella quale è possibile seguire le storie di altri membri e da pochi giorni è consentito copiare le collection di altri e integrarle con propri link, testi e immagini.

    Vediamo come si può creare una narrazione step by step:

    • dare un titolo alla collezione
    • scegliere un’immagine della cover o di sfondo (se si desidera)
    • link a risorse presenti sul web (articoli, video, immagini, mappe, pdf)
    • scegliere tra diversi Layout per presentare le collezioni: media view, compacted view e grid view.
    • collegare la piattaforma al proprio account di Twitter e fare una ricerca per account o per hashtag e andare a selezionare i tweet desiderati.  È possibile anche fare un’upload dei primi 50 tweet che la piattaforma mostra in automatico. Non ve lo consiglio, in quanto potrebbero essere inseriti anche tweet non relativi al tema da voi scelto.
    • rileggere tutti i tweet raccolti e operare una scelta, eliminando i doppioni e conservando quelli più chiari per un lettore che non abbia avuto modo di partecipare.

    Potete aggiungere anche tweet singoli, cancellare e posizionare ogni item.

    Una volta creata la storia può essere salvata sotto forma di bozza e, dopo la pubblicazione sulla piattaforma, condivisa creando un QRcode, oppure embeddata sul sito o sul blog o semplicemente condivisa con i maggiori social network.

    Per rendere più ricca la narrazione inserite del testo tra un tweet o blocchi di tweet che spieghi il contesto e fornisca maggiori informazioni sul tema o sull’evento.

    Nel racconto di un convegno è molto importante non fare solo una raccolta cronologica di tweet, ma aggiungere osservazioni, sensazioni, approfondimenti. In poche parole vi consiglio di rielaborare le informazioni e non limitarvi a copiare e incollare link.

    Personalizzando la raccolta di contenuti si consente:

    • a chi ha partecipato di ricordare e rivivere i momenti più coinvolgenti o attimi che ha perso per qualche motivo
    • a chi ha letto solo il livetweeiting o non era a conoscenza dell’evento di avere una panoramica approfondita, di comprendere l’atmosfera che si respirava nella giornata
    • di citare i relatori e le aziende sponsor, dando importanza al ruolo da loro ricoperto durante il convegno.

    Steller

    Steller è un’applicazione mobile che si presenta sottoforma di sfogliabile e permette di realizzare delle storie molto creative. Creata da Mombo Labs, viene lanciata a marzo 2014 e lo stesso anno vince il premio “Apple Best of 2014 App”.

    È un vero e proprio tool narrativo di visual storytelling e consente di raccontare storie visive attraverso testi, immagini e video, creando engagement con il pubblico e la numerosa community internazionale.

    Le storie sono editabili solo da mobile, ma visibili anche da desktop in piccolo formato. Gli step da seguire sono molto semplici:

    • scegliere tra un’ampia selezione di templates dedicati a tematiche specifiche
    • procedere all’upload di foto (fino a 20 immagini per ogni upload) dalla galleria del vostro smartphone e/o di video in mp4.
    • completare il racconto con pagine di testo
    • inserire link a siti, a Vimeo e YouTube.
    • salvare la bozza
    • pubblicare sulla piattaforma e condividere in rete.

    I racconti pubblicati nella community, possono essere condivisi sui maggiori social media ed embeddati sul sito o sul blog del brand per aumentare il coinvolgimento del pubblico e dei followers. Con Steller è possibile aumentare l’amplification e l’engagement con l’audience dei social media.

    Al momento le metriche disponibili riguardano solo i like, ma a settembre 2018 il marketing ha avvisato gli utenti dell’arrivo imminente di nuovi insights che consentono di rendere più efficace la piattaforma. Tante novità sono già state introdotte, come ad esempio, la possibilità di includere music nelle storie, la creazione di Humans of Steller, una selezione di top users e community leaders a livello mondiale e il progetto di organizzare meetup a livello locale per conoscersi offline.

    Case Study

    Volete avere un’idea precisa di come raccontare un convegno sulle piattaforme? Possiamo esaminare insieme una case history molto recente, relativa all’evento GammaForum che si è svolto il 15 novembre a Milano c/o la sede de Il Sole 24 Ore.

    Si tratta della 10a edizione dell’evento internazionale sull’imprenditoria giovanile e femminile in collaborazione con la Commissione Europea e sotto l’Alto Patronato del Parlamento Europeo. Oltre ad aver collaborato con i colleghi del social media team live durante la giornata del convegno ho realizzato un Momento della mattinata e raccontato il livetweeting. Dal momento che la giornata è stata molto ricca di panel con relatori di grande importanza a livello nazionale e internazionale ho deciso di suddividere il racconto del convegno in due Wake distinti:

    • uno per la mattinata durante la quale sono stati assegnati il Premio GammaDonna e quelli QVC Next Award per il prodotto più innovativo e Giuliana Bertin Communication Award assegnato da Valentina e Marco Parenti dall’Agenzia Valentina Communication in ricordo della fondatrice.
    • uno per il pomeriggio dedicato a molti panel sull’impresa di domani: coesiva, aperta al mondo e all’innovazione

    Ecco i link a  Twitter MomentSteller e ai Wake:

     

    Photo by rawpixel on Unsplash

  • Cinque Quinti: una storia di castelli e di vigneti

    Ho conosciuto Cinque Quinti grazie ad un gruppo social di cui faccio parte. Martina Arditi aveva invitato le socie a partecipare ad un tour organizzato in Monferrato, per scoprire vigneti e borghi storici. Dopo qualche messaggio e telefonata ho raggiunto Cella Monte, non solo uno dei Borghi più belli d’Italia dal settembre 2018, ma anche il luogo in cui ha sede l’Ecomuseo della Pietra da Cantoni, che da anni studia gli infernot (o infernòt). Sapete di cosa si tratta? Se, come me, siete nati in Piemonte ne avrete sicuramente sentito parlare dai nonni e ne avrete visitato almeno uno. In occasione dell’incontro ho avuto il piacere di conoscere anche gli altri 4 fratelli, insieme hanno dato vita a Cinque Quinti, ovvero 5 giovani uniti non solo dalla parentela, ma anche dalla passione per i vigneti ed il vino tramandata dai nonni. Con grande entusiasmo, da diversi anni, stanno portando avanti l’attività agricola, con tante idee nuove ed un tocco fresco e innovativo. Conosciamo meglio i giovani Arditi.

    Martina ciao, ci racconti chi era il famoso nonno che ha dato vita alla “saga familiare”?

    I racconti che abbiamo sono di nostro nonno Mario, che quasi sognante parlava del suo papà Giuseppe Giorgio Camillo, nato a Cella Monte nel 1872 e venuto a mancare nel 1928, sposato con Giuseppina. Insieme hanno vissuto nel castello di Cella Monte con i loro 9 figli: Adele, Teresa, Gesuina, Francesca, Paolo, Carlo, Camillo, Demetrio e, appunto, nostro nonno Mario. Considerata la grandezza dell’abitazione, l’altra ala era abitata dal fratello di Giuseppe, Pio, con la moglie Santina.
    L’agricoltura era il principale mezzo di sostentamento della famiglia e la produzione in eccesso veniva venduta. La cantina sotto alla nostra abitazione, in disuso dal 1956, era utilizzata per la produzione di vino. Da alcuni documenti storici abbiamo scoperto che la famiglia “Arditi del Castello” era particolarmente famosa per la qualità dei suoi vini, già ai tempi, distribuiti in tutta Italia. Tra gli anni ’50 e ’60 molte cantine private hanno deciso di chiudere, per dare vita alla cantina sociale, collaborare e dividersi le spese. Vi ho accennato che la nostra abitazione un tempo era un castello, ma vi starete chiedendo: davvero un castello? Eh già, siamo stati particolarmente fortunati ad aver ereditato l’unica fortezza rimasta in piedi dal 1100 circa; nel tempo è stata abitata da diverse famiglie nobili per arrivare nel 1700 ad essere proprietà degli Arditi e i nostri nonni l’hanno poi ristrutturata con un gusto molto contemporaneo, senza snaturarla.
    Sai Simonetta, il commento che più ci ha emozionato durante il recente evento di IT.A.CÀ è stato quello di Andrea Cerrato, presidente di “Sistema Monferrato”:

    Varcare la soglia della vostra corte è come fare un tuffo nel passato, ma nello stesso tempo c’è una grande energia positiva e coinvolgente.

    È esattamente quello che proviamo noi quotidianamente ed è bello che le nostre mura trasmettano questo anche agli altri. Ti confesso, inoltre, che quest’inverno inizieremo qualche lavoro di miglioria nella cantina storica, non per la produzione vera e propria, questo purtroppo sarebbe complicato logisticamente parlando, essendo proprio nel cuore di Cella Monte, ma con l’obiettivo di trasformarla in una sorta di sala degustazione e di invecchiamento per i nostri vini.

    È vero che vostro padre non ha continuato la tradizione di famiglia. Quando avete rilevato le vigne? Com’è cambiata la produzione negli anni?

    Il nonno ha sempre spinto nostro papà Giuseppe ad allontanarsi dall’agricoltura e così, ottenuto il diploma di Ragioniere, dopo una prima lezione alla facoltà di Giurisprudenza, non andata molto bene, ha deciso di buttarsi nel mondo del lavoro, riuscendo in una brillante carriera. Partito da apprendista a soli 19 anni, è diventato con il tempo un manager affermato in un’importante azienda di legnami della zona. Tra un viaggio di lavoro e l’altro e l’impegno di 2 mandati come sindaco per il Comune di Cella Monte, ha sempre dato il suo contributo per portare avanti l’attività del nonno. Compresa, poi, la grande passione di Fabrizio e Michele, primo e terzo quinto, li ha aiutati e sostenuti nella decisione di rilevare l’attività, che nel 2010 è passata nelle loro mani. Fabrizio aveva 24 anni e Michele era poco più che ventenne, quindi come puoi immaginare le difficoltà sono state molte all’inizio. Grazie però ad alcuni importanti investimenti e agli sforzi profusi da tutta la famiglia, ma soprattutto trainati della profonda passione trasmessa dal nonno, gli uomini di casa hanno decuplicato il terreno tra quello di proprietà e quello gestito, in affitto o in conto terzi, passando quindi a lavorare da 7/8 ettari a quasi 100.
    Con l’ingrandirsi dell’azienda sono aumentati i collaboratori e le responsabilità, l’organizzazione si è fatta più complessa per arrivare ad una chiave di volta nel 2015 quando, dopo una prima produzione di vino nata quasi per gioco, abbiamo dato vita a Cinque Quinti. Qui siamo entrate in gioco io e Francesca, che fino ad allora ci eravamo dedicate all’università, allo studio delle lingue e a diversi lavori principalmente in ambito marketing e comunicazione, che sono ancora la nostra prima occupazione.
    Cinque Quinti è un brand della società agricola Fratelli Arditi, è la nostra creazione, alla quale ha collaborato anche il più piccolo di noi cinque, Mario, che tra la scuola e la passione per la chitarra ci ha sempre dato una mano nelle varie attività, soprattutto in occasione della vendemmia. Un tassello fondamentale, che non ho ancora menzionato, è stata la nostra mamma Manuela. Senza di lei, che ci ha cresciuto, supportato e sopportato (abbiamo tutti dei bei caratterini…) non saremmo qui a lavorare fianco a fianco.
    Forse mi sto dilungando troppo, ci sarebbero tante cose da raccontare, ma direi di passare alla prossima domanda.

    Ci spieghi che cosa sono gli infernot?

    Gli infernot sono locali sotterranei costruiti scavando a mano una particolare roccia, la pietra da cantoni, ovvero una pietra arenaria di agevole escavazione. Sono un’appendice della cantina, priva di luce ed aerazione naturale, ubicata comunemente sotto le case, i cortili e talvolta sotto le strade dei nostri borghi monferrini.
    Vere e proprie opere d’arte, capolavori architettonici, sono nati dalla tradizione e dal sapere contadino, realizzati nei lunghi inverni, non da esperti cavatori, ma da semplici agricoltori, diventati scultori monferrini, veri artisti rimasti anonimi nella quasi totalità dei casi. Sul territorio sono tanti gli infernot presenti: 47 sono quelli censiti a partire dal 2002 dall’Ecomuseo della Pietra da Cantoni in collaborazione con l’Istituto Superiore Statale “Leardi” di Casale Monferrato. Nel giugno del 2014 poi “I paesaggi vitivinicoli del Piemonte” (Langhe – Roero e Monferrato) sono diventati il 50° sito italiano iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, proprio grazie alla presenza degli infernòt.
    Noi lo diciamo sempre, sono uno dei validissimi motivi per venirci a trovare!

    Qualche ricordo di quando eravate bambini?

    Stüddia, stüddia!” ci diceva in dialetto nostro nonno. Lo ripeteva sempre, soprattutto quando non avevamo voglia di fare i compiti, quando facevamo i pigri e preferivamo rimanere in cortile a giocare a palla. Ancora oggi ce lo ripetiamo tra di noi e sorridiamo imitando il suo tono di voce.
    Diciamo che ognuno, a modo suo, ha seguito il prezioso consiglio. Terminati gli studi canonici, scuole superiori per Fabrizio e Michele, universitari per me e Francesca, in questi ultimi anni siamo ritornati tutti tra i “banchi di scuola” specializzandoci in diversi ambiti riguardanti il mondo del vino e della sua comunicazione, aspetto assolutamente da non trascurare.
    Io frequento il corso sommelier, Fabrizio ha terminato il corso Mastro di Cantina, che ora ha cominciato Michele, mentre Francesca, la creativa di famiglia, prova e sperimenta quotidianamente nuove soluzioni digitali che ci permettono di migliorare il nostro sito ed il nostro blog e di avere un e-commerce attivo e che spedisce in tutta Italia. Il più piccolo, Mario, ha terminato a giugno l’Istituto agrario e ora si trova in Australia per un’esperienza lavorativa davvero unica, alla scoperta di un mondo vitivinicolo così lontano e diverso dal nostro, ma che sicuramente tornerà utile a tutti.
    Il nonno Mario lo vediamo ancora lì, seduto sulla panchina in cortile, con il suo gelato “Camillino” a spronarci a fare bene, ad impegnarci in qualunque cosa dovessimo fare. Un ricordo vivo nella nostra memoria che cerchiamo di onorare ogni giorno e custodiamo con affetto nei nostri cuori.

    Cella Monte è considerato uno dei Borghi più belli d’Italia. Che cosa rappresenta per voi?

    Per prima cosa una grande emozione! Adoriamo il nostro paese, è un borgo incantato. Siamo cresciuti per quelle strade, godendoci tante primavere di assoluta libertà, giocando in bicicletta d’estate, trascorrendo magnifiche giornate d’autunno sul trattore con il nonno e passando gli inverni a lanciarci palle di neve.

    Ora per noi vuol dire visibilità, nuovi turisti provenienti non solo da città vicine, ma da tutta Europa.

    Il primo grande passo verso un risveglio del settore terziario si è avuto quando siamo stati riconosciuti Patrimonio Unesco nel 2014. Ci sono sempre più persone desiderose di scoprire e riscoprire le tradizioni monferrine, appassionati di vino e della buona cucina che vengono a trovarci.

    Certo, il paese è davvero piccolo e bisogna anche attrezzarsi per poter accogliere nel modo migliore questa nuova e crescente domanda, partendo dal potenziamento delle strutture ricettive che sono ancora poche, ma sono certa che miglioreremo. A tal proposito, abbiamo da poco attivato una partnership con il bed and breakfast “Dalla Nonna”, proprio a due passi dalla nostra sede. Una nuova ed emozionante avventura!

     

    Uno dei fratelli è partito da pochi giorni per l’Australia. Uno scambio di culture vinicole? Perché non ha scelto ad es. Napa Valley in California?

    Durante il quarto anno di scuola superiore Mario era stato in Colorado, un’esperienza unica che gli ha aperto decisamente nuovi orizzonti. In quei 12 mesi ha avuto la possibilità di spostarsi molto, crescere, sperimentare, così al suo rientro era già deciso a pianificare una seconda importante avventura. Fin da subito si è mostrato interessato all’Australia, un Paese che offre la possibilità di ottenere un visto chiamato Working Holiday, ovvero la possibilità lavorare e viaggiare per un anno intero. Questo continente ha l’estensione dell’Europa, un’immensità tutta da vivere! Hanno una buona cultura vitivinicola che Mario avrà la possibilità di toccare con mano, vendemmiando per diversi produttori nell’Hunter Valley e seguendo i lavori in cantina. Che dire, beato lui!

    Ho letto che la produzione di vino con le vostre etichette è nata 3 anni fa. Quali progetti per il futuro?

    Tantissimi! Siamo partiti con 750 bottiglie di Vino Rosso della vendemmia 2015, in realtà una Barbera del Monferrato, ma proprio perché non eravamo partiti con l’intenzione di metterle sul mercato, non abbiamo potuto per legge scriverlo sulle etichette, abbiamo quindi lasciato la denominazione generica vino da tavola.

    L’anno successivo abbiamo quasi duplicato la produzione con 1400 bottiglie e stiamo per imbottigliarne una piccola selezione di 600, sempre di uva barbera che ha fatto 20 mesi di tonneau, “Roverò”, una vera chicca che sarà pronta da assaggiare intorno al prossimo febbraio e non vediamo l’ora!

    La società agricola Fratelli Arditi è nata come produttore di uva, cereali, girasoli, e un ettaro di tartufaia, oltre i pioppeti, quindi non abbiamo ancora una cantina nostra, ma collaboriamo con alcune aziende vicine e seguiamo il processo di vinificazione dall’inizio alla fine. Una nostra aspirazione è di renderci completamente indipendenti, speriamo di poterlo fare presto. Come ci diciamo e ripetiamo spesso: un passo alla volta!

    Da poche settimane siamo anche diventati fattoria didattica. Michele ha frequentato i corsi indispensabili per l’ottenimento del patentino e nei prossimi mesi inizieremo i lavori di ristrutturazione di una parte dell‘azienda che dedicheremo alla degustazione e alle attività istruttive.

    Insomma, abbiamo in cantiere tante novità che trasformeranno non solo alcuni locali dell’azienda ma anche le nostre giornate, perché il lavoro si intensificherà e diversificherà sempre di più.
    Concludo Simonetta confidandoti che spesso, purtroppo, la burocrazia che sta dietro a questa tipologia di progetti non è semplice e non è per nulla incoraggiante, ma noi ci crediamo e lavoreremo sodo per portare tanti nuovi turisti a scoprire le bellezze di Cella Monte e del Monferrato, offrendo vini di qualità, senza mai trascurare la tradizione!

  • #mytraveljournal18: il viaggio su platforms e tools narrativi

    Un viaggio in Australia nel 2016 ha fatto nascere l’idea del progetto personale #mytraveljournal. L’obiettivo è quello di raccontare un’esperienza di viaggio, utilizzando contemporaneamente diverse piattaforme social e tools narrativi in ottica transmediale. Che cosa si intende per crossmedia e transmedia? Perché scegliere queste modalità di comunicazione? Recentemente avevo letto questa frase che esprime bene il concetto.

    We tell stories across multiple media because no single media satisfies our curiosity or our lifestyle.

    In concreto lo storytelling è:

    • digital quando la narrazione avviane sui canali digitali
    • crossmedia se la progettazione e la creazione del racconto avvengono su più tool digitali o su più media (online e offline), ma si tratta di un prodotto unico condiviso e adattato a media diversi
    • transmedia se l’ideazione, la progettazione e la produzione dell’universo narrativo avvengono su diversi strumenti online e offline

    Il termine ‘Digital Storytelling’ è stato usato per la prima volta da  Ken Burns, nella serie The Civil War sulla Guerra civile Americana, serie che viene indicata come uno dei primi esempi realizzati. Andata in onda per 5 sere consecutive dal 23 al 27 settembre 1990 è stata vista da 40 milioni di americani, diventando il programma con lo share più alto sulla rete PBS. E’ stata riproposta nel 2002 e restaurata nel 2015 in alta definizione.  Burns ha narrato la Guerra dal punto di vista militare, sociale e politico, utilizzando immagini, musica, aneddoti e narrazioni.  (http://www.pbs.org/kenburns/civil-war/)

    La definizione cross media è attribuita a Paul Zazzera, CEO di Time Inc. che la usò per la prima volta nel 1996 per il Big Brother (reality show presentato come format cross mediale che integra da allora TV e Web, magazine e telefonia e letteratura). Si diffuse sempre nello stesso anno per il successo mondiale del videogioco Pokémon di Nintendo (1996).

    Il concetto di transmedialità è stato utilizzato per la prima volta da Henry Jenkins nel suo articolo Transmedia Storytelling, pubblicato nel gennaio 2003 su TecnologyReview. Secondo Jenkins

    una narrazione transmediale si sviluppa su una moltitudine di piattaforme mediali, dove ciascuna apporta un contributo diverso alla trama complessiva della narrazione.

    Si tratta di creare contenuti unici su un tema specifico, in questo caso una destinazione turistica e collegarli con call to action, come un puzzle composto da tessere che, una volta riunite, forniscono una visione d’insieme più ampia.

    Durante i corsi di storytelling parlo spesso dell’opportunità di comporre una narrazione su più media, sfruttando al meglio la tecnologia a nostra disposizione e con il progetto ho voluto dimostrare concretamente gli steps necessari. Il primo passo è definire una strategia e scegliere opportunamente i media che sosterranno la narrazione. In base all’esperienza che si intende proporre si può ricorrere al testo, al visual rappresentato da fotografie o da video, al voice con voce narrante oppure, se possibile, con interviste.

    Nel 2018 il progetto racconta Budapest attraverso 2 piattaforme e un tool narrativo: Instagram, Tumblr e Steller.

    • Instagram dove ho postato solo fotografie di persone a volte a colori a volte in B/N. Obiettivo –> narrare la gente di Budapest intenta a fare gesti e attività quotidiane
    • Tumblr dove ho creato una mini guida di viaggio per far scoprire Budapest in 5 giorni. Obiettivo –> fornire un diario con molte idee e suggerimenti pratici
    • Steller su tre temi: Buda: alla scoperta della città vecchia con panorami, scorci che mi hanno colpita, Nagycsarnok: il grande mercato di Pest con i suoi colori e profumi, Street Art & Lettering: scoprire Budapest attraverso l’arte. Obiettivo –> soffermarsi su particolari e far vivere le emozioni che ho provato attraverso video, immagini e brevi testi.

    Quale il vantaggio? La possibilità di arricchire l’esperienza con emozioni, rivolgendosi a pubblici diversi. Ricordiamo infatti che alcuni di noi amano più le immagini, alcuni i longform e i gusti sono molto diversi così come la sensibilità. Nello spirito del crossmedia e transmedia si potrà entrare nell’esperienza attraverso ‘porte’ diverse e approfondire su molteplici canali.

    La narrazione del 2018 è stata progettata prima della partenza per Budapest ed è stata realizzata on the road, proprio come un diario di viaggio.

    Durante il giorno ho fatto una scelta del materiale fotografico da postare su Instagram e da riservare al tool Steller, individuando temi da approfondire e narrare e alla sera ho preparato i testi e gli itinerari di viaggio su Tumblr, arricchendoli, ove possibile, anche con mappe create su Google Maps.

     

    Ecco i link alla guida di viaggio su Tumblr:

    Di seguito i link anche alle storie su Steller che hanno superato sul tool una media di 10.100 pagine viste.

    Steller è un tool narrativo fruibile sotto forma di sfogliabile composto da parti testuali e visuali (foto o video). Viene molto utilizzato a livello internazionale da food blogger, travel blogger, designer, artisti ed aziende che desiderano proporre i prodotti ad un pubblico

    giovane e interessato all’innovazione. Le storie possono essere visualizzate attraverso l’app disponibile per iOS o per Android oppure anche da desktop, come potete vedere dallo screenshot a lato.

    Viene da sempre inserito nel progetto #mytraveljournal per la sua versatilità, la possibilità di embeddarlo nel sito e condividerlo sui social media. Da non sottovalutare anche l’attività della community che segue con molto interesse le produzioni. La community italiana che si raccoglie sotto l’hashtag #stelleritalia è molto numerosa e concentrata soprattutto sui temi travel e food.

    Ho utilizzato frequentemente questo tool e l’ho proposto anche a clienti per narrare esperienze di prodotto in modo differente oppure eventi che hanno coinvolto il brand, riuscendo a creare engagement anche nella pagina Facebook ufficiale con call to action dal tool a Facebook e viceversa.

    Non resta che sperimentare un nuovo approccio di narrazione. Seguitemi e scoprirete sempre nuovi tool e piattaforme che vi consentiranno (anche gratuitamente) di creare e divulgare contenuti innovativi e originali

     

     

  • L’arte del pitch: raccontarsi in pochi minuti

    Chi si ricorda ‘Cogito ergo sum‘ di Cartesio? Oggi l’espressione più attuale è quella suggerita da Guy Kawasaki: ‘I pitch therefore I am‘. Parliamo sempre più frequentemente in pubblico in pitch più o meno brevi,  prepariamo presentazioni inerenti la nostra attività o i nostri progetti, momenti importanti della nostra vita professionale che richiedono sintesi, chiarezza ed efficacia. Non tutti siamo preparati a questo nuovo compito e, a volte, non riusciamo a raggiungere i goal sperati.

    Negli anni ho seguito molti pitch, relazioni e presentazioni aziendali e il 13 giugno 2018 ho tenuto un workshop alla SMW di Milano in cui ho cercato di trasmettere alcune riflessioni basate sulla mia esperienza diretta e su approfondimenti condotti su alcuni testi dedicati all’argomento.

    Sono totalmente d’accordo con Rahul Jain, Social Media Enthusiast HR Professional, che non esiste un format perfetto.

    There is no PERFECT pitch format. Understand your audience and adjust’

    Ma se non esiste una formula, quali regole seguire per essere efficaci? Studiare e sperimentare, imparando dagli errori propri e da quelli degli altri; questa a mio parere è una buona prassi.

    Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop Lego Seriuos Play e SCRUM organizzato da Fabrizio Faraco, Andrea Romoli e Michael Forni e mi sono messa in gioco. Abbiamo dovuto simulare un elevator pitch di solo cinque minuti. Nonostante la validità dell’idea, il nostro gruppo non ha vinto a causa di un’esposizione poco coinvolgente. Mi sono interrogata sulle motivazioni e, dopo aver riascoltato la registrazione delle due presentazioni e aver fatto un’analisi obiettiva della performance del nostro team,  mi sono resa conto che spesso, messi alle strette, dimentichiamo i fondamentali.

    Quali spunti utili ho tratto da quest’esperienza?

    1. dedichiamo più tempo al progetto che alla preparazione e alle prove del pitch, dimenticando l’importanza di entrare in empatia con il nostro pubblico e gli eventuali investitori.
    2. è necessario tanto esercizio per risultare fluenti. Questo non significa imparare a memoria il pitch, in quanto si risulterebbe poco spontanei. Tuttavia bisogna essere sicuri sull’incipit e sulla call to action, perché capiterà spesso di dover ridurre i tempi della presentazione a causa della mancanza di tempo, ritardi nell’organizzazione, speech precedenti che si sono prolungati.
    3. se decidiamo di coinvolgere più membri del team dobbiamo necessariamente coordinarci bene e provare in gruppo in modo da non avere stacchi bruschi, ma un gioco di squadra armonico.
    4. se desideriamo e possiamo proiettare delle slide è opportuno seguire il metodo 10/20/30 di Guy Kawasaki  ossia 10 slide per 20 minuti con testo corpo 30.

    Come leggiamo nel libro “The art of start 2.0” di Guy Kawasaki,  il pitch non ha solo finalità di ottenere finanziamenti, ma di creare consenso nei nostri confronti e verso il nostro prodotto e metterci in connessione per poi approfondire. Si parla di fiducia e le storie ispirano fiducia.

    They want faith faith in you, your product, your success, and in the story you tell. Faith, not facts, moves mountains. Meaningful stories inspire faith in you and your product

    Grazie alla diffusione soprattutto degli investor pitch negli hackathon, Pitch è diventata quasi una buzzword, ma le occasioni in cui ci troviamo a dover parlare in pubblico e presentare il nostro progetto sono le più svariate: dagli incontri con fornitori e clienti alle conferenze, agli eventi di networking, ecc. I guru americani consigliano di esercitarci con parenti e amici su 3 tipi di pitch di durata differente per presentare noi stessi:

    1. The Full elevator pitch
    2. The Handshake
    3. The Eyeblink.

    Discorsi di pochi minuti che dovrebbero essere sempre pronti e aggiornati, perché l’occasione di presentarci può nascere all’improvviso anche solo con una stretta di mano. Per avere degli elementi di riflessione e cercare di individuare delle buone pratiche partiamo dai cinque errori più frequenti.

    Errori frequenti

    Di seguito ho provato ad elencare gli errori che ho notato, assistendo a pitch e a presentazioni nell’ultimo anno:

    • slide con troppi dettagli e tecnicismi,
    • assenza di narrazione
    • poco entusiasmo
    • improvvisazione
    • debole call to action

    Ho quindi cercato di individuare delle metodologie utili su testi di autori italiani e stranieri dedicati a questo tema. Nel suo libro “Pitch anything” Oren Klaff precisa che, secondo i neuroscienziati, il cervello umano è costituito da 3 cervelli che lavorano insieme, ma separatemente: corteccia, limbico e rettiliano.

    Quando teniamo una presentazione la nostra neocorteccia pensa di rivolgersi alla neocorteccia dell’interlocutore, in realtà il messaggio arriva al rettiliano che è il cervello primordiale che ignora il messaggio a meno che non sia nuovo, accattivante o pericoloso.

    L’autore suggerisce un metodo per catturare l’attenzione e conquistare il rettiliano. Il metodo è identificato dall’acronimo STRONG, ossia:

    • Set the frame  – definisci una situazione e punto di partenza,
    • Tell the story – coinvolgi nel tuo racconto anche con immagini,
    • Reveal the intrigue  – stimola la curiosità,
    • Offer the prize – offri una ricompensa che sei tu e il tuo prodotto che risolve un problema
    • Nail the hookpoint – aggancia l’audience
    • Get the deal – convinci il tuo interlocutore

    In poche parole pensiamo al pitch come ad una storia breve che deve contenere elementi di tensione. Non è detto che debba essere sempre positiva.

     

    STORIA O RACCONTO?

    Spesso si pensa che un semplice aneddoto inserito nel discorso possa essere efficace, senza comprendere la differenza che esiste tra storia e racconto. Su questo tema possiamo ricorrere alla definizione fornita da Andrea Fontana nel suo libro ‘ Storytelling d’Impresa – la guida definitiva’.

    Storytelling significa comunicare attraverso racconti

    ‘storia e racconto non sono la stessa cosa’ – afferma l’autore. Possiamo dire che la storia (in inglese history), corrisponda ad una sequenza di dati ed eventi con una base cronologica mentre il racconto (in inglese story) è un ‘sistema di rappresentazione percettivo’.

    Elemento base del racconto sono le emozioni che ci mettono in connessione con i nostri pubblici. Le narrazioni seguono uno stesso schema, ossia un inizio con un stato di equilibrio, la rottura dell’equilibrio, le peripezie, la trasformazione e il ripristino dell’equilibrio finale.

    Questo schema può essere applicato anche ad un pitch? Secondo Nancy Duarte il pitch per essere ‘persuasive’ deve seguire uno schema in 3 atti (inizio, parte centrale e conclusione) con molti momenti che si dividono tra ‘ la situazione così com’è e come potrebbe essere’.

    Nella fase iniziale la Duarte suggerisce di presentare la situazione o il problema che si intende risolvere e far vedere gli sviluppi che potrebbe avere. Appare quindi evidente una frattura, un gap. Nella parte centrale è importante mantenere alta la tensione e in conclusione spiegare i benefici e fare una call to action coinvolgente.

    Segue la struttura in 3 atti anche il modello S.Co.R.E di Andrew Abela, utile per narrare le storie complesse nell’investor pitch. Maurizio La Cava nel suo libro ‘Investor Pitch’ ci spiega l’acronimo e come applicarlo anche con esempi pratici:

    Situation – Complication – Resolution   a cui Abela aggiunge anche un quarto: Examples, indispensabile per meglio chiarire i concetti chiave che si desiderano esprimere.

    Sempre di stories parla anche Carmine Gallo nel suo libro “Talk like TED” , ma le inserisce in una fase precisa del Message Map Template basato sulla regola del 3.  Si parte da una Headline che riassume come in un tweet di 140 caratteri il concetto chiave che si vuole far arrivare agli interlocutori, poi seguono 3 messaggi o key points e a ciascuno 3 bullet points che sono storie, statistiche o esempi. Solo 3 concetti, perché la mente umana può processare solo 3 informazioni nella memoria a breve termine

    Ma dove trovare l’ispirazione per i racconti? Un semplice evento può essere una storia d’ispirazione per il nostro pubblico? Per non trovarci impreparati possiamo creare una raccolta, considerando alcuni aspetti della nostra attività:

    • momenti importanti della tua vita o del team
    • mentori che ti hanno aiutato nel percorso e nel cambiamento
    • avversari che hai incontrato nel percorso
    • luoghi che hanno avuto significato
    Le quattro fasi del pich

    Per procedere in un’analisi approfondita ho suddiviso il processo in 4 fasi principali:

    • preparazione,
    • esposizione,
    • conclusione,
    • analisi.

    Per quanto concerne la preparazione consideriamo il tempo che abbiamo a disposizione per lasciare spazio alle domande finali ed approfondimenti. Dobbiamo creare uno storyboard, ossia una sceneggiatura con testi e tempi. Lo storyboard può essere un semplice schizzo su un foglio condiviso con il team oppure può essere più professionale realizzato in digitale con il tool, Storyboard That.

    Dobbiamo infine considerare i pubblici a cui ci rivolgiamo: clienti, potenziali investitori e potenziali soci o team. Il pitch deve adattarsi allo scopo che ci prefiggiamo e ai nostri interlocutori.

    Nella fase di esposizione i primi 10” sono fondamentali, in particolar modo negli investor pitch degli hackathon, in quanto molte presentazioni si susseguono con un calo d’attenzione significativa. Pare infatti che il livello d’attenzione si riduca dopo i primi 5 minuti. E se saremo il decimo gruppo a presentare il nostro progetto? Non possiamo che trovare soluzioni per farci ascoltare e ricordare.

    Durante gli ultimi Opening Days che si sono tenuti alla Scuola Holden la scorsa settimana ho assistito a diversi pitch e ho tratto alcuni spunti interessanti. Ecco qualche suggerimento per creare la scena e aprire il nostro discorso:

    • musica di fondo
    • lettura di un brano
    • oggetti evocativi
    • voce fuori scena
    • video

    Per la creazione delle slide possiamo trarre ispirazione dal sito Product Hunt, molto noto nel mondo delle startup dove sono consultabili molte presentazioni di piccole o grandi aziende quali ad esempio Airbnb, mentre una base di pitch deck template è reperibile da Google doc presentation . 

    Se desideriamo invece creare un video di presentazione suggerisco di provare due tools interessanti:

    • Adobe Spark Video che consente d’inserire testo e voice oltre a immagini. Disponibile per iOS
    • PowToon, un’app web con cui creare un avatar e aggiungere al video immagini, sfondi, transizioni, segni o testi secondo la propria idea creativa.

    Nella fase della conclusione diamo spazio a una call to action chiara e coinvolgente, utile a farci emergere e a farci ottenere un secondo incontro d’approfondimento. In questo caso, se si tratta di un investor pitch, potremo presentare il nostro Business Plan corredato di dati e report dettagliati, attività e vision imprenditoriale.

    L’ultima fase è quella dell’analisi, indispensabile per comprendere gli elementi positivi e negativi della presentazione. Ricordiamoci di essere molto obiettivi e severi per riuscire a migliorare e non ripetere gli stessi errori.

    Per altri suggerimenti potete consultare le slide presentate a SMW Milano e caricate su slideshare.  Contattatemi per maggiori dettagli e per creare insieme il vostro pitch efficace!

     

     

     

     

    Fonti

    “The art of start 2.0 – autore Guy Kawasaki – ed. Penguin – cap. 6 ‘The art of pitching’

    “Pitch anything- la presentazione perfetta” – autore Oren Klaff  – ed. Roi Edizioni- cap.1 ‘Il metodo’

    “Persuasive Presentations” – autore Nancy Duarte – ed. Harvard Business Review Press – section 3 ‘Story’

    “Talk like TED” – autore Carmine Gallo – ed. Pan Books – section 7 ‘Stick to the 18-Minute Rule’

    “Investor Pitch” – autore Maurizio La Cava – ed.  Dario Flaccovio

    “Storytelling d’Impresa – la guida definitiva” – autore Andrea Fontana – ed. Hoepli – cap. 3 ‘Racconti, storie, narrazioni

  • Interpretare e raccontare l’arte

    Comprendiamo davvero il significato dell’arte e delle installazioni? Spesso ci soffermiamo appena e facciamo scorrere lo sguardo senza vedere realmente. La fruizione dell’arte si intreccia con la narrazione.

    In queste ore è in pieno svolgimento Artissima a Torino, la fiera d’arte contemporanea che vede coinvolte più di 200 gallerie a livello internazionale e artisti emergenti. Moltissimi visitatori percorreranno gli spazi espositivi, ma quanti davvero riusciranno a comprendere appieno il senso dell’arte?

    Un momento di approfondimento mi è stato offerto il 18 ottobre scorso quando ho avuto l’occasione di partecipare ad una open lecture dell’artista Paolo Inverni all’interno del corso di Interactive Storytelling del professor Giulio Lughi dell’Università di Torino.

    Di seguito qualche frase che ho ritrovato nei miei appunti su cui vorrei riflettere con voi.

    Il confine artista e autore non esiste più, costruisce mondi.

    La gestione dell’informazione è nelle mani dell’autore. L’autore sa ciò che lo spettatore non sa in partenza e decide quali informazioni offrire. Deve gestire l’informazione, dandola riorganizzata.

    Se l’autore genera mondi, la narratività è uno spaccato di mondi e il suo ruolo è quindi legato all’etica e alla morale. Seleziona le informazioni, decidendo i tempi e l’ordine oltre a quanto e come. Quante informazioni al mq è giusto offrire al lettore/fruitore, si chiede il relatore? Testo fitto o meno denso?

    L’artista ha portato l’esempio di un quotidiano degli anni ’50 a confronto con uno attuale per far comprendere quanto la percezione del lettore cambi a seconda dei tempi e della tecnologia. Quello che sembrava normale negli anni ’50 attualmente risulta troppo denso per una lettura efficace e senza gerarchia. Oggi si pubblicano testi meno fitti e densi. Dobbiamo tenere presenti due fattori fondamentali degli anni passati:

    • gli alti costi di stampa
    • la lettura era destinata ad un pubblico di nicchia.

    Nei quotidiani si è sentita influenza dell’hypertext, per cui si prediligono non testi interi, ma titolo, inserto e rimando a pagina interna. Neanche l’editoriale è più intero sulla prima pagina, ma leggiamo solo blocchi informativi che fanno riferimento alla pagina interna.

    Anche la convergenza tra immagini e informazioni testuali era differente, perché le tecniche di stampa erano diverse: le riproduzioni erano sempre in B/N e non sulla stessa pagina e spesso cambiava la carta (patinata per un’efficacia visiva maggiore). Oggi la convergenza è completa e un esempio perfetto è offerto dalle infografiche che sono spesso parte integrante, anzi sostituiscono in alcuni casi l’articolo. Una modalità narrativa che ha una grande efficacia ed impatto sul lettore.

    Da autore a progettista –> deve conoscere i limiti dei media e dei linguaggi per sapere come verrà applicato e realizzato. Deve controllare il risultato finale.

    Nell’arte contemporanea si possono applicare figure retoriche nello spazio e secondariamente nel tempo. Esiste un controllo totale dello spazio (luce, accessi, distanza dello spettatore, etc) utile per le installazioni.

    Il relatore si sofferma sulla Site-specific art dove l’opera d’arte non risolve il suo significato all’interno di una cornice, ma nello spazio.

    Se leggiamo su Wikipedia scopriamo che

    Site is a current location, which comprises a unique combination of physical elements: depth, length, weight, height, shape, walls, temperature.

    Ci porta anche l’esempio di una sua installazione, Fremito e ci fornisce gli elementi narrativi per comprenderla. Storytelling spaziale –> sviluppo narrativo nello spazio.

    Obiettivo dell’opera: mettere in discussione la staticità. Un lampadario, normalmente statico se non in presenza di fenomeni naturali quali un terremoto è stato dotato di un motorino interno che provoca una vibrazione delle gocce. L’artista ha studiato le vie di accesso: a 30 metri il visitatore vede un movimento quasi impercettibile e può pensare di avere la vista stanca, ma non appena si avvicina si rende conto che le gocce vibrano davvero. In sottofondo sente una musica di elicotteri che suscita una certa ambivalenza da una parte sicurezza (vegli su di me) dall’altra (pericolo e ansia).

    Sentimenti ed emozioni vengono vissuti in modo differente dagli spettatori.

    Nell’arte contemporanea il timing di fruizione non è imposto.

    A differenza del cinema ognuno può prendersi i propri tempi per la fruizione. Tornare e rivedere l’installazione e viverla in modo soggettivo.