• Beni culturali e realtà immersiva: intervista a Roberto Carraro di Carraro Lab


    Nel mese di marzo ho partecipato ad un evento organizzato dall’Accademia di Brera all’interno della Milano Digital Week 2019 dal titolo ‘Cultura immersiva. Realtà virtuale e realtà aumentata nella trasformazione delle arti e nella cura dei beni culturali.‘ I temi discussi durante la giornata sono stati molteplici dalle neuroscienze e cultura con il prof. Gallese al museo M9 di Mestre, dall’anteprima italiana del visore in mixed reality, Magimask alla sperimentazione ‘Portatori di storie’ di StudioAzzurro, solo per citarne alcuni.

    Tra i relatori era presente anche Livio Karrer, curatore del Museo M9 di Mestre, il museo multimediale più interattivo d’Europa che ha presentato il progetto e ha illustrato le sezioni tematiche che esaltano la visitor experience, grazie alle nuove tecnologie immersive (VR, AR).

    Ho voluto approfondire il tema musei e tecnologie immersive con il moderatore dell’evento, il professor Roberto Carraro della Carraro Lab, docente di Didattica Multimediale all’Accademia di Brera, che per M9 ha curato la sezione dedicata alla trasformazione dei paesaggi urbani e agrari del ‘900 con 15 installazioni interattive immersive nei territori, ricostruzioni 3D, compositing e morphing interattivi, come, ad esempio, l’ascensore spazio temporale.

    Vi invito a leggere l’intervista nella quale abbiamo affrontato argomenti molto attuali dal 5G alla realtà immersiva per i musei storici, al rischio di obsolescenza dei device e molto altro. Enjoy!

    In occasione dell’evento ‘Cultura immersiva’ da voi organizzato all’Accademia di Brera è stato presentato M9 di Mestre, nel quale Carraro Lab ha curato un’importante sezione interattiva e immersiva. Il museo, inaugurato il 1 dicembre 2018, ha unito perfettamente cultura – tecnologia – didattica in un progetto globale. Come si può integrare la tecnologia VR e AR in poli museali storici?

    Certamente Realtà Virtuale ed Aumentata possono dare un fondamentale contributo per ampliare il target e intensificare l’esperienza di visita nei musei storici. I musei, tradizionalmente collezioni di reperti, oltre a preservare i beni culturali hanno da tempo il compito di fare ricerca e diffondere conoscenza.
    Le tecnologie immersive hanno come primo obiettivo il recupero del rapporto tra reperto e contesto originario, perduto con la musealizzazione.
    Grazie ad AR e VR i reperti di un museo possono inoltre essere analizzati, sezionati, comparati tra loro, ricondotti alle tecniche e alle fasi di lavorazione;  autori ed eventi storici possono presentificarsi nel museo.  Oggi i musei sono diventati anche luoghi identitari fondamentali per la valorizzazione di un territorio. Con la trasformazione digitale i musei possono sviluppare intense esperienze immersive e interattive, senza perdere la centralità delle loro collezioni. 

    Nel rapporto Federculture 2018 vengono riportati i dati dell’ultimo Censimento ISTAT  nel quale emerge che: ‘ è possibile constatare come appena il 30% dei quasi cinquemila musei presenti in Italia offra almeno un servizio digitale in loco (comprendendo tra questi app, QR code, wifi, ma anche le più tradizionali audioguide) e almeno uno online (sito web, account social, biglietteria online). La percentuale si riduce all’11% se consideriamo i musei che ne offrono almeno due.’ Secondo lei quanto potrà incidere l’avvento del 5G nello sviluppo della digitalizzazione dei distretti culturali e dei musei? 

    La diffusione della rete 5G renderà possibili nuove soluzioni per musei, città d’arte, siti archeologici. La grande capacità e la riduzione della latenza nella trasmissione dei dati renderà disponibili al visitatore contenuti di grande efficacia.
    È necessario peró pensare nuove tipologie di contenuti, pensati per la fruizione in mobilità e contestuali . Anche in questo caso AR e VR, ovviamente nelle loro versioni online, sono tecnologie centrali, insieme alle soluzioni IoT (Internet Of Things).

    Il rilascio di nuovi visori e piattaforme è sempre più veloce. L’anno scorso è stato lanciato Oculus Go e stiamo aspettando entro il mese corrente Oculus Quest, mentre durante l’evento a Brera è stato presentato Magimask, il nuovo visore in mixed reality. Può esserci il rischio di una rapida obsolescenza degli strumenti tecnologici per un polo museale? E come contrastare questo eventuale rischio? 

    L’obsolescenza tecnologica è un problema da considerare quando si progetta un museo. È consigliabile relativizzare i device tecnologici e concentrarsi sui contenuti, che devono essere di alta qualità,  aderire a standard condivisi, e sviluppare metafore interattive capaci di creare valore autonomamente dalla specifica tecnologia adottata.

    Durante la conferenza della scorsa settimana Google I/O è stata presentata la novità della AR nei risultati della Search. Ritiene possa avere un impatto positivo sull’utilizzo dell’AR da parte del grande pubblico? Potrà favorire l’adozione delle nuove tecnologie anche da parte dei musei più resistenti alla Digital Transformation? 

    Il consolidamento della Realtà Aumentata nel web, e quindi nei motori di ricerca, è la strada maestra per la sua affermazione, oggi limitata da piattaforme proprietarie chiuse e incompatibili.
    WebAR e webVR sono due componenti chiave del nascente Web 3.0, contraddistinto dall’immersivitá.
    In questi scenari i musei potrebbero dare vita ai futuri palazzi virtuali della memoria, siti web tridimensionali  consultabili sia nel museo che a distanza, che diventeranno centrali nella diffusione della cultura nell’era digitale.

  • Apprendimento ed extended reality


    S i può migliorare l’apprendimento grazie alle nuove tecnologie e all’extended reality? Un tema di grande attualità che è stato oggetto di discussione e di workshop lo scorso aprile a Genova durante “Futura”, l’evento itinerante organizzato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per raccontare, promuovere e sperimentare sui territori la scuola digitale. Le classi virtuali e l’apprendimento in extended reality si stanno diffondendo nella scuola 2.0, accanto a coding e robotica e coinvolgono i docenti più sensibili all’innovazione. Gli insegnanti si confrontano sui temi della formazione, utilizzano nuovi tools e avviano, con il supporto di dirigenti scolastici illuminati, nuovi metodi e percorsi. Negli ultimi anni si sono diffuse anche piattaforme gratuite o a costo contenuto che favoriscono la co-creazione con gli studenti, come le open source Scratch, Blender per modellazione 3D ed eTwinning per scambi con istituti stranieri.

    Personalmente già da qualche anno cerco di studiare nuove modalità d’apprendimento rivolte a pubblici più o meno giovani e seguo con interesse esperimenti in realtà mediata adottati in scuole italiane e straniere.

    Durante il convegno Riconnessioni Festival  che si è tenuto a  Torino lo scorso marzo ho ascoltato con grande interesse testimonianze di scuole che hanno unito innovazione ed inclusione e che hanno visto nel digitale una grande opportunità. Vi consiglio di approfondire all’articolo ‘L’alunno al centro della scuola del XXI secolo’ pubblicato su Medium.

    Apprendimento delle lingue straniere in extended reality

    Il processo d’innovazione della scuola è seguito con attenzione anche dalle università che partecipano a sperimentazioni di nuovi approcci educativi in concerto con i colleghi delle scuole primarie e secondarie. Un esempio è stato fornito qualche settimana fa dalla prof.ssa Claudia Repetto dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia durante un seminario organizzato da Cultura e Sviluppo sul tema ‘Luci ed ombre nell’uso dei social network e delle nuove tecnolgie della comunicazione‘ con l’intervento del prof. Giuseppe Riva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

    La prof.ssa Repetto ha parlato dell’apprendimento della lingua inglese con l’utilizzo della realtà virtuale e ha illustrato l’esperienza condotta in due ITIS, istituti superiori rispettivamente di Alessandria e di Milano. Il test è durato un mese e consisteva in visualizzazioni libere fuori dal contesto scolastico di 10 video a 360 gradi fruibili con cardboard. I video erano stati arricchiti da una madrelingua inglese, voce narrante che guidava l’attenzione dello studente verso gli elementi rilevanti.

    Quali sono state le motivazioni che hanno convinto all’adozione della realtà virtuale? Vi riporto quanto proposto in slide dalla professoressa:

    • imparare una lingua straniera può essere noioso e frustrante
    • l’apprendimento è più efficace con l’esposizione diretta
    • la realtà virtuale permette di creare ambienti ad hoc ed offre esperienze arricchite in cui insieme allo stimolo linguistico (la parola) viene presentato anche una stimolazione sensomotoria (ciò che vedo e sento, la sensazione di movimento)

    L’arricchimento dello stimolo promuove l’apprendimento

    Le esperienze in lingua sono immersive e fondamentali per favorire l’aspetto ludico-formativo, coinvolgono i pubblici più giovani e vengono interiorizzate più facilmente.

    Classi virtuali: AR sonora

    Sempre sul tema delle classi virtuali vi suggerisco di approfondire l’esperimento condotto in un istituto superiore del Belgio ‘Élèves en Liberté, una sperimentazione che ha creato engagement e immersione grazie alla realtà aumentata sonora. Non più un visore, ma cuffie dotate di giroscopio e sensori che inviano le informazioni ad un telefono ‘intelligente’ da portare appeso al collo ti fanno entrare in un universo sonoro.

    Un casque audio qui vous localise dans une large pièce et crée un univers sonore en fonction de vos déplacements et de vos interaction

    Secondo François Fripiat, fondatore dello studio Demute

    Le son nourrit un rapport émotionnel plus fort que l’image. L’oeil est un instrument plus absolu que l’oreille. Par contre, le son permet d’accéder plus rapidement aux émotions, et de tromper plus facilement le cerveau que l’image.

    Parte delle informazioni sono condivise dall’intera classe, altre sono fruibili dal solo utilizzatore quando si avvicina o sfiora un oggetto.

    Quali piattaforme sono utili all’apprendimento?

    Nel settore delle piattaforme ha fatto scuola Google Expeditions che consente di ampliare i limiti della conoscenza fuori dalle aule scolastiche, integrando VR e AR. Leggiamo sul sito:

    With VR and AR, teachers are no longer limited by the space of the classroom. VR lets you explore the world virtually while AR brings abstract concepts to life—allowing teachers to guide students through collections of 360° scenes and 3D objects, pointing out interesting sites and artifacts along the way.

    A maggio 2018 Google ha lanciato anche la piattaforma Google Tour Creator che permette a costo zero di caricare le proprie fotografie a 360 gradi o utilizzare immagini da Google Steet View e renderle interattive, aggiungendo testo e immagini. Si possono realizzare dei tour virtuali personalizzati da fruire anche attraverso un cardboard. Al momento tuttavia non è possibile passare da un ambiente all’altro semplicemente visualizzandolo da cardboard. Seguiròi prossimi sviluppi e vi terrò aggiornati.

    Altra piattaforma molto completa e diffusa nel mondo della scuola a livello internazionale è ThingLink che, nata nel 2010, permette di creare tour virtuali sia per la didattica sia per il settore business con abbonamenti differenziati. L’utilizzo è user-friendly, anche se richiede strategia nella scelta delle foto, creazione del percorso o i percorsi nei quali guidare l’utente e narrare una location, un sito storico.

    Nella sezione didattica si possono coinvolgere gli studenti nella creazione del tour. La formazione è quindi interattiva con un livello di partecipazione inimmaginabile fino a pochi anni fa, utile per sviluppare la creatività e il pensiero critico.

    Qual è il vantaggio offerto dalla piattaforma? A parte l’integrazione con numerosi contenuti multimediali (note, tag, video in mp4, link a YouTube e Vimeo, Google Map, ecc.), a mio parere, la presenza di una community molto attiva di docenti a livello internazionale che può contribuire alla diffusione e all’apprendimento di colleghi meno esperti.

    Per approfondire vi invito a leggere l’articolo pubblicato da Ulla-Maaria Koivula, founder e CEO di ThingLink education and media technology company, su Medium in cui parla di ‘a narrated VR tour with sequential hotspot‘ come una ‘asynchronous shared VR experience’ ed evidenzia tre importanti vantaggi formativi:

    • accessibilità
    • flessibilità
    • risparmio

    La docente resta al centro dell’attività didattica, anche se l’esperienza coinvolge gli studenti anche fuori dall’ambito scolastico. Un’introduzione registrata può essere fruita in ogni momento, in ogni luogo e su ogni device, lasciando totale libertà e possibilità d’interagire all’interno dei gruppi. Le scuole non devono necessariamente affrontare importanti investimenti per l’acquisto di visori, perché i tour possono essere fruiti in piccoli gruppi o individualmente.

    L’incontro tra tecnologia e mondo classico

    Di piattaforme e di incontro tra nuove tecnologie e cultura umanistica in ambito didattico abbiamo parlato in occasione di Narrability, il convegno organizzato dall’Osservatorio di Storytelling a dicembre 2018. Al panel intitolato ‘Il racconto della cultura. L’incontro tra tecnologia e mondo classico.’ ho invitato Licia Landi, esperta di cultura classica, ricercatrice didattica e docente che da oltre 20 anni conduce attività di formazione e di ricerca all’Università di Verona.

    Grazie alla tecnologia i ragazzi diventano ricercatori e lavorando insieme possono essere produttori. Abbandoniamo la visione nozionistica e verticistica, lo studio diventa una partecipazione e i ragazzi assumono delle responsabilità. […] La tecnologia non ha un uso strumentale, ma diventa un vero ambiente di lavoro, di co-creazione e di riflessione.

    La dottoressa Landi ci ha parlato anche delle piattaforme che ha utilizzato da pioniera nell’ottica di ‘elaborare degli spazi nuovi e riprendere materiali che sono stati prodotti anche da altri. […] Ad esempio la foto 360 gradi diventa l’ambiente su cui costruire delle storie. ‘

    Se desiderate ascoltare lo speech potete trovare il video tra gli Atti del Convegno e su Youtube al minuto 22:11.

    Tendenze future

    Quale potrà essere il futuro, tenendo conto che, secondo AR Insider, alla fine del 2020, si prevedono 1.5 miliardi di smartphone e device compatibili con augmented reality e 3.4 miliardi nel 2023?

    A mio parere la diffusione della tecnologia sarà legata non tanto agli investimenti in device da parte delle scuole, ma soprattutto alle esigenze di formazione dei docenti che dovranno sempre più ampliare le conoscenze in ottica blended learning.

    Interessante sul tema apprendimento ed extended reality è l’intervista pubblicata da Kathryn Minnick su Medium a Moon Park, un Program Manager di Google ARCore. Secondo Park ci sono ancora dei problemi tecnici di fattibilità per l’adozione diffusa della tecnologia in particolar modo a tutti gli istituti scolastici, ma è solo questione di tempo.

    Presto vedremo anche gli studenti italiani integrare le lezioni frontali del docente di chimica con esperienze immersive in extended reality? Ecco un esempio di esperienza in VR per la didattica di Mel Science proposto su Twitter dall’imprenditore Rimah Harb.

    Fonti:

    http://www.benhoguet.com/eleves-en-liberte-un-cas-decole-de-realite-augmentee-sonore/

    https://medium.com/age-of-awareness/the-classroom-of-tomorrow-99f90c569033

    https://arvrjourney.com/how-to-increase-your-virtual-instruction-time-without-putting-in-more-hours-b5cb1bceeb42

    https://edu.google.com/products/vr-ar/expeditions/?modal_active=nonF

  • L’arte prende vita in AR: il museo MAUA a Torino


    La mia passione per la realtà virtuale e aumentata applicata alla cultura visuale e storytelling urbano è cresciuta negli anni. Ricordate sicuramente quando nel 2015 il New York Times magazine introdusse una nuova forma di comunicazione narrativa in VR, testata dal NYT stesso e regalò ai lettori i cardboard per poterne fruire. Nello stesso periodo avevo partecipato al convegno, ‘Urban Augmented Reality fra Arte, Gaming, Storytelling‘, organizzato dal professor Lughi dell’Università di Torino al Castello del Valentino, evento durante il quale vennero presentate alcune esperienze italiane e internazionali in realtà aumentata, racconti che avevano coinvolto il pubblico in un’esperienza indimenticabile. Potete approfondire su Pulse al link.

    A settembre 2018, mentre stavo preparando il Google Day dedicato alla realtà mediata (VR e AR) con Work Wide Women, ho ricevuto su LinkedIn un messaggio e una richiesta di contatto. Era Joris Jaccarino, regista, curatore e manager culturale di Bepart che aveva letto informazioni sul workshop e desiderava presentarmi MAUA, il museo di Arte Urbana Aumentata, realizzato a Milano nel 2017. Il nostro incontro è avvenuto alla GAM di Torino e in quell’occasione ho scoperto un progetto di grande fascino che unisce arte e realtà aumentata, in particolare street art resa viva dall’AR. Le opere escono dai muri e prendono vita davanti a noi. Una magia.

    MAUA – è una galleria a cielo aperto, fuori dal centro di Milano, che consta di oltre 50 opere di street art animate con altrettanti contenuti virtuali fruibili attraverso la realtà aumentata.

    Joris era a Torino ad organizzare il secondo MAUA italiano che stava nascendo proprio in quei giorni. I numeri del museo di Torino sono davvero interessanti. La città è stata mappata in 4 aree:

    • Lungo la Dora “Alla ricerca dell’ACQUA: le fondamenta della città
    • Verso Sud “Alla ricerca del FUOCO: le stanze della fabbrica
    • Verso le montagne “Alla ricerca dell’ARIA: le pareti delle montagne
    • Verso Nord “Alla ricerca della TERRA: i muri interiori

    Sono state fotografate 300 opere, svolte 82 ore di workshop e coinvolti 123 ragazzi/e sul territorio, 57 digital artist e 39 street artist con la creazione di 46 murales in realtà aumentata.

    Dopo mesi di intenso lavoro il MAUA TORINO verrà inaugurato il prossimo 6 e 7 aprile al Parco Aurelio Peccei di Piazza Ghirlandaio.
    È stato realizzato grazie a una rete di partenariato composta da Bepart, come capofila, insieme ad altre sei realtà: BASE Milano, Avanzi – Sostenibilità per Azioni, Terre di Mezzo, PUSH., Camera – Centro Italiano per la fotografia, Iur –Innovazione sostenibile e l’associazione SAT – Street Art Torino.

    46 opere di street art animate in realtà aumentata diventano l’occasione per esplorare zone meno conosciute della città. Si parte scegliendo il proprio percorso. Poi, arrivati sul posto, l’esperienza prosegue in forma digitale: ogni opera, inquadrata con lo smartphone, ne genera una nuova e si trasforma in un lavoro di digital art, appositamente creato per il museo grazie a tecnologie di realtà aumentata.

    Vi chiederete che cosa mi abbia affascinato di questo progetto. Oltre alla tecnologia che amo, sicuramente lo scopo sociale di inclusione e di formazione. Un’opera partecipata e co-creata con il coinvolgimento di street artist, ragazzi, programmatori e i cittadini che possono fruire delle opere, partecipando ai tour organizzati o pianificando il proprio percorso. Un’opera educativa che mira a formare i più giovani alle nuove tecnologie e che promuove la riqualificazione delle aree meno conosciute delle città.

    Queste finalità sono state ampiamente illustrate da Giovanni Franchina, fondatore ed amministratore di Bepart, al convegno Narrability, che avevamo organizzato come Osservatorio di Storytelling lo scorso dicembre a Base Milano.

    In occasione della prossima inaugurazione del museo di Torino ho voluto fare una chiacchierata con Joris Jaccarino ed ecco l’intervista che desidero condividere con voi. Buona lettura!

    Ciao Joris ci racconti com’è nata l’idea di coinvolgere i giovani nel progetto MAUA?

    Mi è sempre piaciuta l’idea di creare arte in maniera partecipata. Per me il processo di creazione artistica deve essere democratico, condiviso, inclusivo. Ho cominciato durante gli anni dell’università, organizzai un laboratorio di cortometraggi per i ragazzi del mio quartiere, il Giambellino. Ogni fase era discussa e realizzata in gruppo, dalla sceneggiatura, alle riprese ed infine al montaggio. E’ un’esperienza che si è declinata in varie forme, dal laboratorio di Sociologia Visiva che ho tenuto alla Statale di Milano fino a MAUA.

    A valle delle due esperienze a Milano e a Torino, quali sono le maggiori difficoltà incontrate dai ragazzi durante lo svolgimento del progetto?

    Al di là delle problematiche strettamente tecniche, direi che la parte più difficile è quella di creare un’opera su una già esistente. L’artista digitale si trova a dover interpretare l’opera di un altro artista, con tutte le incertezze del caso. Proprio per questo motivo, a Torino abbiamo voluto fortemente coinvolgere più street artist possibili, facendoli interagire con i digital artist durante il workshop. Il confronto tra di loro ha dato vita a interessanti scambi di idee e narrazioni inaspettate. E’ stata un’esperienza arricchente per tutti.

    Una domanda tecnica: quali piattaforme utilizzate?

    Bepart è un cocktail di tecnologie che abbiamo assemblato, con lo scopo di fornire la migliore esperienza possibile della AR per l’utente. L’app permette di fruire contenuti in AR semplicemente inquadrando l’opera con la fotocamera del device. Si possono vedere questi contenuti anche non in presenza, ovvero inquadrando una foto come quelle del catalogo o delle cartoline. Inoltre è dotata di una mappa delle opere, cliccando sul pin si vede un’anteprima del contenuto digitale, i credit e una breve descrizione.  

    Quali caratteristiche devono avere i murales per entrare nel MAUA? Esiste una regola o solo la narrazione e la creatività guidano la scelta?

    Uno dei concetti alla base del progetto MAUA è quello della curatela partecipata. Per questo coinvolgiamo associazioni di quartiere attraverso cui dare vita a laboratori con gli studenti. Sono questi ultimi a mappare le opere di street art e a scegliere quelle che trovano più interessanti, basandosi non solo sul loro valore artistico intrinseco, ma anche sul valore esperienziale ed affettivo.

    Come funzionano i workshop attraverso cui prende forma MAUA?

    I workshop prendono l’avvio da una open call nazionale, un vero e proprio invito a prendere parte al progetto. Sono rivolti ai giovani dai 13 ai 35 anni. Vogliamo che MAUA non abbia valore solo come prodotto finale, ovvero il museo aumentato, ma anche come processo tramite cui i giovani possono acquisire competenze professionali specifiche e spendibili sul mercato del lavoro.


    Quali sono i momenti che ricordi con maggior intensità?

    Amo i momenti di esplorazione della città per cercare e mappare le opere. È come tornare bambini e giocare alla caccia al tesoro, scoprendo la città con occhi diversi. Magari sei in un posto abbandonato, ricoperto di cemento, senza nessuna attrattiva, giri l’angolo e ti trovi davanti a un bellissimo murales, colorato, vivo. C’è tutta la magia dell’infanzia e della scoperta.

    Quali sono i vostri progetti futuri e la prossima città di MAUA?

    Stiamo creando un progetto turistico per valorizzare e raccontare l’Oltrepo mantovano attraverso l’archeologia. Realizzeremo delle installazioni in AR lungo percorsi slow, ecosostenibili per favorire un turismo più consapevole.

    Per quanto riguarda MAUA, ci piacerebbe esportare il progetto ad altre città fuori dall’Italia, magari in America Latina. Buenos Aires, Rio? Vedremo.

  • Scoprire le botteghe di San Salvario: Press tour 2019


    Per il secondo anno ho partecipato al press tour organizzato dal Festival del giornalismo alimentare e dalla Camera di Commercio di Torino (Maestri del Gusto) alla scoperta delle botteghe storiche di Torino. Il ritrovo con gli altri giornalisti e foodblogger è alle 8:45 davanti al Mercato di San Salvario e precisamente al Caffè Orso in via Berthollet.

    Arriviamo alla spicciolata e iniziamo le presentazioni. Siamo originari di varie zone d’Italia, tutti desiderosi di conoscere il quartiere e alcuni Maestri di Torino. Ci attendono Daniela Fenoglio della Camera di commercio (Maestri del Gusto) e Antonella Ghio del Festival del Giornalismo Alimentare oltre alla guida Bogianen. 

    Quest’anno la scelta dei blog tour era molto varia e, devo ammettere, di essere stata un po’ indecisa tra le proposte dentro e fuori Torino. Il desiderio di scoprire angoli della città che non frequento abitualmente ha prevalso.

    Il percorso

    I locali da visitare sono molto vicini, addirittura attigui e durante la visita scopriamo che hanno creato una buona sinergia tra di loro in ottica di co-marketing: organizzano e partecipano ad eventi comuni e alcuni sono molto attivi anche sui social media.

    Le botteghe storiche

    Si parte dal Caffè Laboratorio Orso in via Berthollet. Un locale con un’atmosfera un po’ fuori dal tempo, con carta da parati e tazzine diverse una dall’altra. Chi mi conosce bene sa che colleziono tazzine da caffè che acquisto in mercatini in Italia e all’estero, quindi sono incuriosita e al contempo incantata dall’ambiente.

    <Mi sono ispirato a locali che ho conosciuto all’estero> racconta il proprietario che vuole diffondere a Torino la cultura del caffè, proponendo anche corsi di degustazione per appassionati o semplici sperimentatori. Durante la visita scopriamo un po’ di storia:

    • la Giuliano Caffè di Caluso era stata fondata nel 1950 da Michele Giuliano Albo
    • il caffè Orso si trova nei locali che prima ospitavano un laboratorio di un restauratore di mobili.
    • il nome e il logo del locale deriva dall’immagine di una sciamana, una donna che indossa una testa d’orso e sul fondo delle tazzine è disegnato un numero che può essere letto e interpretatao secondo i ‘Fondi di verità’ appesi all’ingresso del locale.

    Si prosegue il tour alla panetteria Ficini dove il proprietario ci narra della sua ricerca sulle farine antiche e sui pani ricchi di fibra senza lievito e pasta madre. Dolci di ogni tipo, pizze e pizzette occhieggiano dagli scaffali e dal laboratorio a vista. Il profumo di pane fresco ci avvolge e non vorremmo più uscire.

    La terza tappa prevede la gelateria attigua a Caffè Orso dal nome evocativo: Mara dei Monti. Dai due soci e amici di lunga data, Riccardo Ronchi e Edoardo Patrone, scopriamo com’è nato il nome del locale: da una fragolina francese che sa di fragola di bosco. In realtà pare che Mara sia il nome di una fidanzata di uno di loro. Sarà vero o solo una divertente narrazione?

    L’arte del gelato si basa su un’accurata ricerca delle materie prime e una lavorazione con pochi zuccheri che esalta il sapore anche se comporta anche 2 produzioni al giorno. Dal gelato che propone fino a venti gusti alle torte (ad oggi solo tre ricette) e la sperimentazione del cioccolato con più varianti tra cui quello al tartufo.

    Il quarto Maestro del gusto è la Pescheria Il Corallo presso il mercato storico di San Salvario. Un banco che ha una lunga storia, perché da 30 anni propone pesce di allevamento e di mare ai consumatori che affollano il mercato.

    La quinta bottega è Lait e Formagg  che fin dal 1956 propone eccellenze del territorio. Specializzata nei formaggi (120 tipi) si è aperta anche ai salumi con una selezione contenuta, ma di grande qualità.

    L’ultimo Maestro del Gusto che visitiamo durante il press tour è l’Enoteca Rosso Rubino. Un’eccellenza nel campo dei vini e del cibo gourmet che conoscevo e frequentavo già da anni. Aperto nel 2003 si è trasformata da enoteca a vineria, integrando poi il servizio di ristorazione e i servizi on-line per raggiungere consumatori anche lontani dal quartiere e da Torino.


    Come ho pianificato la narrazione del press tour e quali media ho scelto?

    Ho distinto la comunicazione in due fasi distinte, una live ed immediata basata sul visual e una successiva più esaustiva.


    Fase 1. Twitter + IG Story

    Ho informato i follower di Twitter che avrei raccontato il press tour con un live tweeting e li ho invitati a seguirmi. Nello stesso tempo ho iniziato una Story su Instagram con foto di ogni location che man mano visitavamo. Terminata la Story l’ho salvata e messa in evidenza sul mio profilo. Potete vederla sul mio account: simonetta.pozzi (SIMO POZZI).


    Fase 2. Twitter Moment + Wakelet + Sito

    La fase due ha richiesto una maggiore concentrazione e lavoro da desktop in tranquillità.

    Ho iniziato a raggruppare i tweet migliori in un Moment su Twitter e l’ho pubblicato subito il 24 febbraio. Ecco il link a cui potete fare riferimento.

    Per mantenere viva l’attenzione sul tour qualche settimana dopo l’evento ho creato una narrazione su Wakelet, in cui ho raggruppato i contenuti e ho specificato le degustazioni che i Maestri hanno proposto ai giornalisti e blogger. In un secondo tempo l’ho condivisa su Twitter. Qui trovate il link da consultare.

    L’ultima attività riguarda un articolo pubblicato sul sito nel quale ho parlato non solo del tour e dei Maestri del Gusto, ma anche della strategia di comunicazione, dei medium adottati per la narrazione. Su Google Maps ho creato una mappa personalizzata che riporta il percorso, i map pointer dei locali visitati e un’immagine per ogni location e ho realizzato delle gallery fotografiche con immagini raccolte durante la giornata e in alcuni casi non divulgate sui social media.

    Buona lettura!

  • Gusto e passione in una scatola: My Cooking Box

    La passione per le storie, la cucina gourmet e il Made in Italy mi porta a conoscere diverse realtà italiane dalle botteghe storiche alle aziende familiari riscoperte dalle nuove generazioni alle idee innovative e startup che colpiscono la mia immaginazione. Ho scoperto il progetto My Cooking Box in occasione del Gammaforum, l’evento internazionale dell’imprenditoria giovanile e femminile che si è svolto lo scorso novembre a Milano.

    Come storyteller ho partecipato al social media team per raccontare il convegno e tra le dieci finaliste del premio Gammadonna 2018 ho conosciuto Chiara Rota, founder di My Cooking Box, che ha vinto il premio QVC Next per il prodotto più innovativo. Ho voluto approfondire e conoscere meglio la sua storia, fatta di coraggio, determinazione e tanta passione per il Made in Italy. Buona lettura!

    Chiara Rota vince il Premio QVC Next Award al Gammaforum 2018

    Buongiorno Chiara, la sua passione per la cucina è nata in famiglia? Ha qualche ricordo d’infanzia? 

    La mia passione per la cucina è iniziata ancora quando ero piccola ed è arrivata un po’ da mia nonna e un po’ da mia mamma. La prima riusciva a cucinare qualsiasi piatto con un’abilità e una semplicità invidiabile, la seconda invece non era così brava, ma si impegnava sempre per prepararmi qualcosa di gustoso. Quando sono andata via di casa e mi sono ritrovata a dover cucinare da sola, ho iniziato a mettere in pratica tutto quello che avevo imparato da loro e il mio amore per la cucina ha iniziato ad aumentare sempre di più, tanto che per me è diventato un vero e proprio lavoro.

    Dalla prima ricetta si è arrivati a 12 piatti (9 primi e 3 secondi). Qual è il criterio con cui vengono scelte le ricette della tradizione italiana? Le ricette sono tradizionali o rivisitate secondo l’interpretazione dei cuochi? 

    Per la realizzazione delle nostre ricette andiamo in cerca di realtà produttrici artigianali, dove la grande maestria del saper tramandare e fare è il fattore di qualità e garanzia del prodotto. Selezioniamo piccole aziende che lavorano le eccellenze del loro territorio, proprio per creare dei cofanetti che, come le nostre My Cooking Box, racchiudono una specialità regionale di alta qualità. Nella selezione degli ingredienti e nella creazione della ricetta coinvolgiamo l’Accademia del Gusto, un centro di formazione d’eccellenza del settore enogastronomico nel panorama lombardo e affermati professionisti della ristorazione, ciascuno dei quali firma la ricetta del suo territorio di origine, talvolta personalizzandola o rivisitandola.

    Che cosa distingue My Cooking Box dai preparati già in commercio? 

    My Cooking Box è un meal kit che contiene al suo interno tutti gli ingredienti, nelle giuste dosi, per cucinare un piatto regionale italiano con la ricetta di uno chef. All’interno di ogni cofanetto ci sono solo ingredienti ricercati e naturali, tutti made in Italy e a lunga conservazione, per evitare sprechi e cucinare con comodità e semplicità quando si preferisce. A differenza di aziende che offrono servizi analoghi, però, My Cooking Box è un prodotto che viene venduto sia attraverso il canale fisico, presso vari rivenditori (shop enogastronomici, panetterie, aeroporti, store Mondadori, per citarne alcuni), sia attraverso il canale online. Tutto ciò è possibile perché all’interno delle nostre box gli ingredienti sono tutti a lunga conservazione e con una shelf-life ad ampio margine e questo ci ha permesso di vendere il nostro prodotto in più di 20 Paesi.

    Qual è il target a cui avete pensato quando avete creato il progetto? I Millennials, la generazione Z che non sanno cucinare e spesso hanno genitori troppo indaffarati per passare i segreti di cucina? 

    Il consumatore di oggi ha l’abitudine di acquistare per prodotto e, spesso e volentieri, si ritrova con la dispensa piena ma senza quell’ultimo ingrediente necessario per realizzare il piatto preferito. Quindi, perché non cambiare questo processo e indurre il consumatore ad acquistare per ricetta? My Cooking Box trova la risposta a tutto questo, con riduzione di tempo e di spreco assicurata, diventando così ideale per tutti: per una coppia che lavora e ha poco tempo per fare la spesa e per cucinare, per chi decide di trascorrere il fine settimana nella propria casa vacanza senza dover trasferire l’intera dispensa di cucina e per tutti quelli che hanno l’esigenza di improvvisare un pranzo o una cena all’ultimo minuto, ma senza rinunciare alla qualità. Le nostre box sono perfette anche (e soprattutto) per i turisti stranieri che in genere, avendo poca dimestichezza con la cucina e volendo ripetere a casa un piatto assaggiato in Italia, si trovano in difficoltà sia a reperire particolari ingredienti, sia a come realizzare la ricetta in modo impeccabile.

    Qual è la storia del logo e del packaging a forma di casetta? Avete da subito pensato alla casa nel vostro immaginario? 

    Abbiamo cercato di studiare un logo che potesse essere internazionale e comprensibile a tutti fin da subito. Abbiamo scelto di chiamare la nostra startup My Cooking Box per sottolineare che il nostro prodotto può essere: “MY COOKING” perché ognuno nella propria cucina di casa può vivere la sua personale esperienza culinaria; “BOX” perché tutto questo è racchiuso nei nostri cofanetti.

    La forma della box invece, simile a una casetta, è un rimando alla semplicità e praticità di My Cooking Box, che offre appunto la possibilità di cucinare come un vero chef direttamente a casa propria in tutta tranquillità.

    Mi è piaciuta la sua storia fatta di passione e determinazione da ingegnera gestionale a imprenditrice di food. Quando ha capito che l’idea era vincente? Quanto è stata utile la campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd?  

    L’equity crowdfunding è una forma di finanziamento forse ancora poco conosciuta in Italia, ma che permette di ottenere ottimi risultati che spesso vanno ben oltre le aspettative. Ad oggi sono state due le campagne di crowdfunding alle quali abbiamo aderito: la prima ad agosto 2016 a fianco della piattaforma CrowdFundMe, in cui abbiamo raggiunto in soli venti giorni il budget prefissato di 50mila euro, e abbiamo chiuso con nostra grande sorpresa con un overfunding del +400%; la seconda campagna di crowdfunding, invece, è stata avviata quest’anno all’inizio di maggio con MamaCrowd, la prima piattaforma di equity crowdfunding in Italia, e si è conclusa in breve tempo più di 500.000 euro raccolti.

    Entrambe le campagne di equity crowdfunding sono state per noi uno strumento utilissimo, dal quale abbiamo ricevuto molteplici vantaggi: al di là del finanziamento raccolto, sono state un vero e proprio trampolino di lancio, che ci ha permesso di avere contatti con molti investitori e di conseguenza di aprire la nostra attività in nuovi canali. Ogni investitore, infatti, si sente parte del progetto e contribuisce non solo economicamente ma anche dal punto di vista di contatti e relazioni commerciali. Grazie a tutti loro siamo riusciti ad entrare a contatto con realtà magari difficili da raggiungere da soli e a stringere collaborazioni importanti. Non solo, l’aver superato di molto il nostro budget iniziale ci ha conferito grande visibilità, permettendoci di essere notati da grandi aziende già consolidate che hanno deciso infine di partecipare investendo nel nostro progetto.

    Quali sono le caratteristiche fondamentali che deve avere uno startupper per riuscire e quali suggerimenti si sente di dare a una giovane con un’idea brillante? 

    Quando si intraprende un percorso come questo è fondamentale essere il più determinati possibili e credere fortemente in quello che si sta facendo, senza avere timore a comunicare le proprie idee, soprattutto nella fase iniziale. Il rischio maggiore che si può compiere, infatti, è quello di cercare di tenere nascosto il proprio prodotto: essere gelosi della propria idea o della propria intuizione in certi casi è utile, ma esserlo troppo può diventare un problema, perché non dà la possibilità di ricevere quei consigli e opinioni che permettono di migliorare e magari vedere qualcosa che da soli non riusciremmo a notare. Confrontandosi con altre persone, invece, si possono ricevere consigli e nuovi spunti che ti permettono di crescere e migliorare. Infine, ma non ultimo per importanza, è fondamentale avere tanta pazienza e capacità di reazione anche di fronte a risposte negative, senza lasciarsi abbattere alla prima difficoltà: in questo percorso la strada è spesso in salita, ma posso assicurare che ogni traguardo raggiunto è una grande soddisfazione.

  • Raccontare un convegno: quali storytool o platform?

    Come raccontare un convegno, rendendolo indimenticabile? Spesso ho l’occasione di partecipare a meeting nazionali e internazionali e, come storyteller, sono chiamata a collaborare al social media team. Normalmente la mia attività non si esaurisce nel livetweeting,  pur importante dal punto di vista dell’engagement, ma verte soprattutto nell’accompagnare il lettore nel rivivere l’evento e tener vivi i ricordi.

    Accanto a post ed articoli sui temi trattati dai relatori amo utilizzare piattaforme e tools narrativi per esprimere attraverso immagini, video e testi il mood che si viveva e respirava nelle giornate del convegno.

    Credits foto: Sabrina Gazzola photographer

    Quali sono i media che consiglio?  Come sapete da anni studio e sono tester di alcune piattaforme e amo dialogare con i responsabili marketing e CEO per meglio comprendere ed utilizzare i tools stessi.

    Ne ho sperimentati molti e la mia scelta si orienta soprattutto su tre che sono totalmente gratuiti: Moments, Wakelet e Steller.

    L’ordine non è casuale, perché, anche se tutti consentono di raccogliere, rielaborare e condividere contenuti, sono citati in base alla complessità e completezza: dal più easy al più completo.

    Senza l’utilizzo di codici e in modo molto guidato e immediato, sono le piattaforme ideali per convegni, concerti, mostre e qualunque evento che possa essere narrato con immagini, video e testi.

     

    Vediamoli nel dettaglio per capire le specificità e l’utilizzo di ciascuna piattaforma.

    Moments

    Considerato lo strumento narrativo di Twitter, Moments è un aggregatore di tweet da desktop ed è arrivato in Italia a settembre 2016, dopo ca. un anno dal lancio da parte dei creatori.

    Viene definito come:

    curated stories about what’s happening around the world—powered by Tweets.

    Per creare un Momento accedete direttamente dal vostro profilo, cliccando su ‘Momenti’, si aprirà quindi una sezione nella quale trovate tutte le storie create e pubblicate. Mentre sul lato destro vi apparirà un box per creare una nuova storia ‘Crea un Momento’.

    Una volta online è possibile editare, condividere con Twitter, copiare il link ed embeddare nel proprio sito. Potete anche visualizzare le metriche di interazione per uno specifico Moment su twitter.com.

    Da qualche mese non è più disponibile la versione mobile su iOS e Android per la creazione dei Momenti. Per approfondimenti potete consultare l’assistenza di Twitter al link o il breve tutorial da me pubblicato al link.

    Wakelet

    Wakelet è una piattaforma  di content curation, disponibile in versione desktop e mobile (sia iOS che Android)Viene definita sul sito:

     The best way to share and collect content.

    Il Wake, ossia la raccolta, è a tutti gli effetti una pagina web in cui i testi e gli elementi multimediali che sono stati scelti e incorporati possono essere visualizzati come flusso, magazine, griglia.

    Si è posizionata sul mercato come una valida alternativa a Storify, piattaforma molto utilizzata dai twitteri che ha annunciato la chiusura nel dicembre 2017 e da maggio 2018 non ha più consentito di condividere contenuti di Twitter e IG e livetweeting.

    Inizialmente Wakelet ha attuato una politica molto interessante: oltre a far creare nuove narrazioni, ha permesso d’importare quelle già create e pubblicate da Storify, fornendo un servizio molto utile. Le storie non andavano perse per sempre nel web, ma erano catalogate e conservate nella nuova piattaforma. Sono all’interno di una community, nella quale è possibile seguire le storie di altri membri e da pochi giorni è consentito copiare le collection di altri e integrarle con propri link, testi e immagini.

    Vediamo come si può creare una narrazione step by step:

    • dare un titolo alla collezione
    • scegliere un’immagine della cover o di sfondo (se si desidera)
    • link a risorse presenti sul web (articoli, video, immagini, mappe, pdf)
    • scegliere tra diversi Layout per presentare le collezioni: media view, compacted view e grid view.
    • collegare la piattaforma al proprio account di Twitter e fare una ricerca per account o per hashtag e andare a selezionare i tweet desiderati.  È possibile anche fare un’upload dei primi 50 tweet che la piattaforma mostra in automatico. Non ve lo consiglio, in quanto potrebbero essere inseriti anche tweet non relativi al tema da voi scelto.
    • rileggere tutti i tweet raccolti e operare una scelta, eliminando i doppioni e conservando quelli più chiari per un lettore che non abbia avuto modo di partecipare.

    Potete aggiungere anche tweet singoli, cancellare e posizionare ogni item.

    Una volta creata la storia può essere salvata sotto forma di bozza e, dopo la pubblicazione sulla piattaforma, condivisa creando un QRcode, oppure embeddata sul sito o sul blog o semplicemente condivisa con i maggiori social network.

    Per rendere più ricca la narrazione inserite del testo tra un tweet o blocchi di tweet che spieghi il contesto e fornisca maggiori informazioni sul tema o sull’evento.

    Nel racconto di un convegno è molto importante non fare solo una raccolta cronologica di tweet, ma aggiungere osservazioni, sensazioni, approfondimenti. In poche parole vi consiglio di rielaborare le informazioni e non limitarvi a copiare e incollare link.

    Personalizzando la raccolta di contenuti si consente:

    • a chi ha partecipato di ricordare e rivivere i momenti più coinvolgenti o attimi che ha perso per qualche motivo
    • a chi ha letto solo il livetweeiting o non era a conoscenza dell’evento di avere una panoramica approfondita, di comprendere l’atmosfera che si respirava nella giornata
    • di citare i relatori e le aziende sponsor, dando importanza al ruolo da loro ricoperto durante il convegno.

    Steller

    Steller è un’applicazione mobile che si presenta sottoforma di sfogliabile e permette di realizzare delle storie molto creative. Creata da Mombo Labs, viene lanciata a marzo 2014 e lo stesso anno vince il premio “Apple Best of 2014 App”.

    È un vero e proprio tool narrativo di visual storytelling e consente di raccontare storie visive attraverso testi, immagini e video, creando engagement con il pubblico e la numerosa community internazionale.

    Le storie sono editabili solo da mobile, ma visibili anche da desktop in piccolo formato. Gli step da seguire sono molto semplici:

    • scegliere tra un’ampia selezione di templates dedicati a tematiche specifiche
    • procedere all’upload di foto (fino a 20 immagini per ogni upload) dalla galleria del vostro smartphone e/o di video in mp4.
    • completare il racconto con pagine di testo
    • inserire link a siti, a Vimeo e YouTube.
    • salvare la bozza
    • pubblicare sulla piattaforma e condividere in rete.

    I racconti pubblicati nella community, possono essere condivisi sui maggiori social media ed embeddati sul sito o sul blog del brand per aumentare il coinvolgimento del pubblico e dei followers. Con Steller è possibile aumentare l’amplification e l’engagement con l’audience dei social media.

    Al momento le metriche disponibili riguardano solo i like, ma a settembre 2018 il marketing ha avvisato gli utenti dell’arrivo imminente di nuovi insights che consentono di rendere più efficace la piattaforma. Tante novità sono già state introdotte, come ad esempio, la possibilità di includere music nelle storie, la creazione di Humans of Steller, una selezione di top users e community leaders a livello mondiale e il progetto di organizzare meetup a livello locale per conoscersi offline.

    Case Study

    Volete avere un’idea precisa di come raccontare un convegno sulle piattaforme? Possiamo esaminare insieme una case history molto recente, relativa all’evento GammaForum che si è svolto il 15 novembre a Milano c/o la sede de Il Sole 24 Ore.

    Si tratta della 10a edizione dell’evento internazionale sull’imprenditoria giovanile e femminile in collaborazione con la Commissione Europea e sotto l’Alto Patronato del Parlamento Europeo. Oltre ad aver collaborato con i colleghi del social media team live durante la giornata del convegno ho realizzato un Momento della mattinata e raccontato il livetweeting. Dal momento che la giornata è stata molto ricca di panel con relatori di grande importanza a livello nazionale e internazionale ho deciso di suddividere il racconto del convegno in due Wake distinti:

    • uno per la mattinata durante la quale sono stati assegnati il Premio GammaDonna e quelli QVC Next Award per il prodotto più innovativo e Giuliana Bertin Communication Award assegnato da Valentina e Marco Parenti dall’Agenzia Valentina Communication in ricordo della fondatrice.
    • uno per il pomeriggio dedicato a molti panel sull’impresa di domani: coesiva, aperta al mondo e all’innovazione

    Ecco i link a  Twitter MomentSteller e ai Wake:

     

    Photo by rawpixel on Unsplash

  • #mytraveljournal18: il viaggio su platforms e tools narrativi

    Un viaggio in Australia nel 2016 ha fatto nascere l’idea del progetto personale #mytraveljournal. L’obiettivo è quello di raccontare un’esperienza di viaggio, utilizzando contemporaneamente diverse piattaforme social e tools narrativi in ottica transmediale. Che cosa si intende per crossmedia e transmedia? Perché scegliere queste modalità di comunicazione? Recentemente avevo letto questa frase che esprime bene il concetto.

    We tell stories across multiple media because no single media satisfies our curiosity or our lifestyle.

    In concreto lo storytelling è:

    • digital quando la narrazione avviane sui canali digitali
    • crossmedia se la progettazione e la creazione del racconto avvengono su più tool digitali o su più media (online e offline), ma si tratta di un prodotto unico condiviso e adattato a media diversi
    • transmedia se l’ideazione, la progettazione e la produzione dell’universo narrativo avvengono su diversi strumenti online e offline

    Il termine ‘Digital Storytelling’ è stato usato per la prima volta da  Ken Burns, nella serie The Civil War sulla Guerra civile Americana, serie che viene indicata come uno dei primi esempi realizzati. Andata in onda per 5 sere consecutive dal 23 al 27 settembre 1990 è stata vista da 40 milioni di americani, diventando il programma con lo share più alto sulla rete PBS. E’ stata riproposta nel 2002 e restaurata nel 2015 in alta definizione.  Burns ha narrato la Guerra dal punto di vista militare, sociale e politico, utilizzando immagini, musica, aneddoti e narrazioni.  (http://www.pbs.org/kenburns/civil-war/)

    La definizione cross media è attribuita a Paul Zazzera, CEO di Time Inc. che la usò per la prima volta nel 1996 per il Big Brother (reality show presentato come format cross mediale che integra da allora TV e Web, magazine e telefonia e letteratura). Si diffuse sempre nello stesso anno per il successo mondiale del videogioco Pokémon di Nintendo (1996).

    Il concetto di transmedialità è stato utilizzato per la prima volta da Henry Jenkins nel suo articolo Transmedia Storytelling, pubblicato nel gennaio 2003 su TecnologyReview. Secondo Jenkins

    una narrazione transmediale si sviluppa su una moltitudine di piattaforme mediali, dove ciascuna apporta un contributo diverso alla trama complessiva della narrazione.

    Si tratta di creare contenuti unici su un tema specifico, in questo caso una destinazione turistica e collegarli con call to action, come un puzzle composto da tessere che, una volta riunite, forniscono una visione d’insieme più ampia.

    Durante i corsi di storytelling parlo spesso dell’opportunità di comporre una narrazione su più media, sfruttando al meglio la tecnologia a nostra disposizione e con il progetto ho voluto dimostrare concretamente gli steps necessari. Il primo passo è definire una strategia e scegliere opportunamente i media che sosterranno la narrazione. In base all’esperienza che si intende proporre si può ricorrere al testo, al visual rappresentato da fotografie o da video, al voice con voce narrante oppure, se possibile, con interviste.

    Nel 2018 il progetto racconta Budapest attraverso 2 piattaforme e un tool narrativo: Instagram, Tumblr e Steller.

    • Instagram dove ho postato solo fotografie di persone a volte a colori a volte in B/N. Obiettivo –> narrare la gente di Budapest intenta a fare gesti e attività quotidiane
    • Tumblr dove ho creato una mini guida di viaggio per far scoprire Budapest in 5 giorni. Obiettivo –> fornire un diario con molte idee e suggerimenti pratici
    • Steller su tre temi: Buda: alla scoperta della città vecchia con panorami, scorci che mi hanno colpita, Nagycsarnok: il grande mercato di Pest con i suoi colori e profumi, Street Art & Lettering: scoprire Budapest attraverso l’arte. Obiettivo –> soffermarsi su particolari e far vivere le emozioni che ho provato attraverso video, immagini e brevi testi.

    Quale il vantaggio? La possibilità di arricchire l’esperienza con emozioni, rivolgendosi a pubblici diversi. Ricordiamo infatti che alcuni di noi amano più le immagini, alcuni i longform e i gusti sono molto diversi così come la sensibilità. Nello spirito del crossmedia e transmedia si potrà entrare nell’esperienza attraverso ‘porte’ diverse e approfondire su molteplici canali.

    La narrazione del 2018 è stata progettata prima della partenza per Budapest ed è stata realizzata on the road, proprio come un diario di viaggio.

    Durante il giorno ho fatto una scelta del materiale fotografico da postare su Instagram e da riservare al tool Steller, individuando temi da approfondire e narrare e alla sera ho preparato i testi e gli itinerari di viaggio su Tumblr, arricchendoli, ove possibile, anche con mappe create su Google Maps.

     

    Ecco i link alla guida di viaggio su Tumblr:

    Di seguito i link anche alle storie su Steller che hanno superato sul tool una media di 10.100 pagine viste.

    Steller è un tool narrativo fruibile sotto forma di sfogliabile composto da parti testuali e visuali (foto o video). Viene molto utilizzato a livello internazionale da food blogger, travel blogger, designer, artisti ed aziende che desiderano proporre i prodotti ad un pubblico

    giovane e interessato all’innovazione. Le storie possono essere visualizzate attraverso l’app disponibile per iOS o per Android oppure anche da desktop, come potete vedere dallo screenshot a lato.

    Viene da sempre inserito nel progetto #mytraveljournal per la sua versatilità, la possibilità di embeddarlo nel sito e condividerlo sui social media. Da non sottovalutare anche l’attività della community che segue con molto interesse le produzioni. La community italiana che si raccoglie sotto l’hashtag #stelleritalia è molto numerosa e concentrata soprattutto sui temi travel e food.

    Ho utilizzato frequentemente questo tool e l’ho proposto anche a clienti per narrare esperienze di prodotto in modo differente oppure eventi che hanno coinvolto il brand, riuscendo a creare engagement anche nella pagina Facebook ufficiale con call to action dal tool a Facebook e viceversa.

    Non resta che sperimentare un nuovo approccio di narrazione. Seguitemi e scoprirete sempre nuovi tool e piattaforme che vi consentiranno (anche gratuitamente) di creare e divulgare contenuti innovativi e originali

     

     

  • Realtà mediata: rock your content

    Seguendo il Golden Circle di Simon Sinek partiamo dal perché. Perché ho iniziato a occuparmi di realtà mediata? Non sono una programmatrice, bensì una storyteller. Così inizia il mio speech alla Social Media Week di Milano dello scorso 14 giugno. Nella prima slide la fotografia di alcuni partecipanti a un corso di storytelling di qualche anno fa che indossavano un cardboard. Correva l’anno 2015 e mi occupavo da tempo di narrazione in particolar modo digitale e storytools. Nell’anno 2015 il New York Times aveva introdotto le storie immersive, dando vita al VR journalism. Era nata una vera passione che mi ha portato

    Credits: Roberto Morelli

    negli anni a studiare e a cercare nuove forme di comunicazione. Qual era la novità? Per la prima volta una testata giornalistica invece di portare le notizie ai lettori, li metteva al centro della storia e faceva vivere loro un’esperienza grazie al video 360. Da allora molti giornali tra cui Wall Street Journal, AlJazeera, NBC fino al Corriere 360 hanno seguito la via ormai aperta di un racconto immersivo.

    Nel 2016 un’altra novità interessava il mondo del giornalismo e il grande pubblico: veniva introdotta la realtà aumentata. Il magazine Focus proponeva ai lettori alcuni contenuti e approfondimenti fruibili solo con lo smartphone. Nello stesso anno esplodeva la passione per Pokémon Go e tutti vagavamo per le città a caccia di Pokémon e di Pokéstop che erano presenti anche in attività commerciali di grande traffico. Ora che il gioco ha perso un po’ di smalto e solo i più fanatici continuano a seguire gli aggiornamenti possiamo comunque riconoscere a Pokémon Go di aver avuto il grande merito di far conoscere la AR al grande pubblico. Dal 2016 è nato un grande interesse anche presso gli sviluppatori verso  ArKit e ArCore, le due piattaforme rispettivamente Apple e Google di realtà aumentata e verso gli utilizzi giocosi in Snapchat.

    Il Content Marketing ha dovuto prendere atto dei nuovi contenuti che si sono diffusi negli ultimi anni in un mondo ‘always on every where on‘, come ha sottolineato al Netcomm Forum di maggio il presidente NetComm, Roberto Liscia. In questa ‘tempesta tecnologica cambia lo scenario competitivo’ con soluzioni personalizzate, UX e VR anche nei punti vendita. La virtualità è uno dei temi centrali, perché aumenta l’interazione con il cliente. Ma come sta cambiando il consumatore?

    Roberto Liscia, presidente NetComm

    Fornisce alcune evidenze Maresca di Google. Il consumatore, oltre a essere omnichannel e sempre più mobile, è:

    • curioso
    • cerca l’eccellenza su Google
    • impaziente.

    Le tecnologie vanno incontro a queste esigenze con la realtà aumentata che consente di acquisire informazioni in mobilità e di procedere dalla visione al processo d’acquisto, inquadrando un oggetto, ad esempio, con Google Lenses.

    Possiamo dire di essere costantemente immersi nella realtà mediata quasi senza accorgercene? Sicuramente sì!

    Applicazione SketchAR

    Si moltiplicano le applicazioni di realtà aumentata che ci consentono di misurare lo spazio intorno a noi, usando lo smartphone, di vedere oggetti ambientati prima dell’acquisto,  come Ikea Place o Amazon AR View , di configurare grazie al VR la nostra crociera personalizzata su uno schermo olografico come con MSC Crociere, di imparare a disegnare con SketchAR oppure di visitare un appartamento che intendiamo affittare o acquistare senza recarci sul luogo, ma vedendolo in video 360.

    La realtà virtuale trova utili applicazioni in campo scientifico e tecnico. Se da un lato i dipendenti della NASA o di importanti compagnie automobilistiche quali ad esempio del gruppo Volkswagen seguono corsi di addestramento con la VR nei reparti di produzione e di logistica , dall’altro i medici studiano gli organi del corpo umano nella cosiddetta “cyberanatomia”, la simulazione di un intervento chirurgico che prepara il medico ad operazioni complesse.

    Gli studenti possono apprendere la storia, la geografia e addirittura il latino senza spostarsi dalla loro aula, ma viaggiando con i visori grazie a Google Expeditions oppure a Thinglink, piattaforma interattiva che permette a publisher, marketer, brand, blogger e formatori di creare contenuto ad alto engagement in foto e video 360 o in realtà virtuale. Nei musei italiani e stranieri si stanno diffondendo sia i visori per vivere esperienze immersive (vedi ad esempio al Mudec di Milano era possibile visitare virtualmente lo studio del pittore Mirò) sia applicazioni in AR che consentono, inquadrando l’opera  con lo smartphone, di acquisire maggiori informazioni sull’autore e sul periodo artistico.

    Tanti settori tante soluzioni tecnologiche che vengono in nostro soccorso per semplificarci la vita, allontanandoci dal mondo reale (VR) in ‘presence‘ oppure arricchendolo di informazioni e d’interattività (AR). Secondo Chris Milk, founder di  VRSE and VRSE.Works la realtà virtuale può essere definita: ‘the ultimate empathy machine‘.

    VR is difficult to explain because it’s a very experiential medium. You feel your way inside of it. It’s a machine, but inside of it, it feels like real life, it feels like truth. And you feel present in the world that you’re inside and you feel present with the people that you’re inside of it with.

     

    La ricerca di Google del 2017 sul gradimento delle esperienze VR e di questa nuova forma di comunicazione (adv) ci dice che:

    VR enables viewers to better see, hear, feel and identify with what others are experiencing.

    Passiamo quindi da ‘Story telling a ‘Story living’, ossia a  ‘experiencing stories and brand messages through VR‘.

    Stiamo assistendo da un lato alla diffusione di esperienze legate al Web VR che consente di vivere la realtà virtuale nel brower a prescindere dal tipo di visore di cui si dispone, dall’altro ad una riduzione di prezzo dei visori che si stanno orientando verso la soluzione standalone. Grande apertura al mercato e attenzione ha riscosso il lancio di Oculus Go da parte di Facebook durante incontro annuale F8 con i programmatori, così come i post in 3D lanciati ad aprile.

    Oltre ad aggiornarci sugli ultimi upgrade presentati in occasione delle riunioni con gli sviluppatori da Facebook, Google, Microsoft dobbiamo valutare quali applicazioni possiamo utilizzare per rendere innovativi e coinvolgenti i nostri contenuti.

    Nell’ultimo anno ho raccolto molti esempi in eventi ed esposizioni alla costante ricerca di suggerimenti e di nuove idee per le aziende di medie dimensioni. Per le grandi aziende esistono molte soluzioni dalla formazione elearning ad hoc alle app create per fidelizzare i pubblici più giovani e tecnologici.

    Pensiamo solo al settore beauty dove da anni Sephora, Rimmel e L’Oréal sperimentano applicazione in AR che permettono, grazie al riconoscimento facciale, d’indossare nuovi rossetti o provare nuovi fard o fondotinta. Altri esempi nel settore retail sono offerti dai fashion e luxury brand Lacoste  o da Burberry con l’app realizzata in ARKit (Apple).

     

    Di seguito alcune applicazioni che mi hanno interessato e che ho potuto vedere realizzate in diversi eventi ed esposizioni da Futurland a Talent Garden Calabiana, alla Maker Faire di Roma, dal Fuori Salone di Milano al  Technology Hub a Milano e infine al Salone del libro di Torino:

    • la business card in AR che consente di vedere tutti i link social
    • l’arte e grafica in AR
    • i santini e i manifesti di propaganda elettorale in AR
    • le favole imbustate e animate grazie all’AR nel progetto  ‘L’imbustastorie’ al Salone del libro di Torino

     

    Che cosa succederà nel prossimo futuro? Secondo Matt Coleman, the head of innovation for the Magnify World AR and VR expo:

    We really believe that AR and VR is the next computer platform that everyone will be using in the future and it should be as big as the Internet in the coming years

    Non ci resta che seguire con grande attenzione gli sviluppi e introdurre nei nostri piani di marketing le applicazioni più vicine al nostro business per essere tra i primi a cogliere queste nuove opportunità.

    L’appuntamento è il 5 ottobre prossimo per un workshop dedicato al VR e AR nel Google Day organizzato da Work Wide Women presso la sede milanese di Google. Sarà un momento teorico-pratico in cui proveremo i visori e ci metteremo in gioco in un laboratorio: utilizzeremo la fotocamera per immagini Ricoh Theta e creeremo tour VR grazie a piattaforme online.

     

     

    Fonti:

    -www.viar360.com

    -https://www.youtube.com/watch?v=JcMOyMudH88

    -https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-09-27/burberry-turns-to-apple-for-augmented-reality-fashion-app

  • Passioni sonore: audio e voice per incontrare nuovi pubblici

    Una nuova moda o una passione duratura? Audio e voice stanno riscuotendo sempre più successo; sui social media si diffondono i live di influencer che ci intrattengono con consigli e informazioni e sempre più spesso nelle nostre città incrociamo persone assorte ad ascoltare in cuffia podcast e audiolibri.

    Un popolo di ‘auditivi’ che desidera acquisire informazioni attraverso l’ascolto e che oggi, grazie al mobile e al web, può fruirne ‘always and everywhere‘. Che cosa si intende per auditivi? Fin dal 1920 psicologi e pedagoghi avevano sviluppato il modello VAK, acronimo di visivo, auditivo e cinestetico, utile per comprendere lo stile di apprendimento umano e il canale di comunicazione preferito. La PNL definisce 3 sistemi rappresentazionali quali modalità sensoriali secondo cui le persone codificano, organizzano e attribuiscono un significato alle esperienze e al mondo attorno a loro:

    • visivo – immagini
    • auditivo – suoni, parole e rumori
    • cinestetico – sensazioni, gusto, olfatto e tatto.

    Ognuno di noi ha un sistema rappresentazionale preferenziale, ossia utilizza sempre lo stesso sistema sensoriale al momento di filtrare uno stimolo che proviene dall’esterno. Di fronte ad uno spettacolo teatrale, ad esempio, i visivi ricorderanno e saranno colpiti dalla scenografia, gli auditivi dalla musica e dalla recitazione e i cinestetici dall’atmosfera dell’opera.

    Da visiva ammetto di sentirmi sempre in difficoltà con il canale auditivo, anche se, tornando indietro negli anni mi rivedo alla sera mentre da ragazzina ascoltavo racconti alla radio. Ero immersa in libri di avventura e lasciavo spazio libero alla fantasia; un giorno ero un corsaro o un militare e il giorno seguente un’eroina che viveva mille avventure. Voci piene di colore avvolgono i miei ricordi. Aggiungo che non ho mai avuto un rapporto molto felice con la mia voce tanto che qualche anno fa, spinta anche dall’esigenza di parlare in pubblico, ho intrapreso un percorso di studio proprio sull’utilizzo della voce.

    L’occasione era nata in azienda quando avevo conosciuto Ciro Imparato, grande professionista della voce che aveva inventato il metodo Four Voice Colours. Da formatrice ero rapita da quella voce profonda che passava da un colore all’altro, riuscendo ad esprimere dalla rabbia alla calma e all’autorevolezza. Mi aveva colpita a tal punto da acquistare il libro e seguir passo passo gli esercizi proposti e iscrivermi anche ad un corso privato di dizione per attenuare quei ‘piemontesismi’ che fanno parte del mio bagaglio personale. Ricordi Sabrina? Tanti esercizi di respirazione, tante risate per improvvisarsi attrice di teatro. <Spostati in fondo alla stanza e bisbiglia ad alta voce> mi dicevi e io, con la voce sempre un po’ roca sperimentavo e seguivo i consigli di un’esperta che aveva lavorato in RAI.

    Se i corsi di dizione e di gestione della voce restano prerogativa di una nicchia, le letture, i podcast, gli audiolibri trovano sempre più adepti. Quali sono i settori  in cui l’audio e il voice si sta affermando? Ho cercato d’indagare facendo anche qualche riflessione personale sulle tendenze in atto.

    Letture ad alta voce

    Nello scorso autunno mi sono avvicinata alle letture ad alta voce e ho frequentato presentazioni di libri e incontri di lettura. Da qualche anno infatti librerie e circoli culturali sono diventati luoghi di aggregazione per appassionati. Troverete sicuramente molte iniziative anche nelle vostre città.

    A Torino vi posso segnalare il Circolo dei lettori che nel corso dell’anno offre un’ampia scelta di letture ad alta voce, oltre a classici incontri con scrittori. Nel mese di aprile si è svolto anche ‘Torino che legge‘, un progetto della Città di Torino e del Forum del Libro, in collaborazione con il MIUR e il Centro UNESCO, promosso in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, istituita dall’UNESCO il 23 aprile. Una settimana dedicata alla lettura nelle biblioteche o viaggiando sul tram storico 3104 che percorre le vie del centro cittadino dove si sono tenute letture tratte dall’Antologia Lingua Madre e su Torino, a cura della Scuola ODS-Operatori Doppiaggio e Spettacolo.

    Per l’estate 2018 la Scuola Holden  ha organizzato un trekking serale, dal titolo Accendere un fuoco, che conduce su un sentiero nel bosco fino alla Basilica di Superga. Ascoltando la lettura di Jack London, i partecipanti seguono ‘il filo che ci unisce alla natura e agli animali, e  in ascolto della parte più selvaggia dell’anima.

    Audiolibri

    Dopo un periodo di disaffezione, l’audiolibro sta vivendo una nuova giovinezza: è aumentata l’offerta di titoli e il pubblico li sta riscoprendo. La giornalista Ilaria Amato in un articolo pubblicato a gennaio sul magazine ‘Donna moderna’ fornisce alcuni dati sul consumo degli audiolibri in Italia. ‘13.400 sono i titoli disponibili sulla piattaforma Audible nel 2017. Nel 2016 erano 12.000. 41% la percentuale di chi compra audiolibri li ascolta sullo smartphone; il 31% lo fa sul pc e il 29% sul tablet (dati tratti da rapporto dell’Associazione italiana editori, Aie)‘.

    Ascoltare è il nuovo leggere.

    Sempre dall’analisi fornita dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori si evince che nel 2017 il mercato e-book e audiolibri ha ottenuto quota 64milioni di euro con un +3,2% sul 2016 e l’11%  legge audiolibri contro il 62% carta e il 27% ebook. 

     

    Podcast

    Nel 2017 ho seguito un Google Day organizzato da Work Wide Women dedicato al podcast e ho scoperto, grazie a Tonia Maffeo di Spreaker, un mondo in grande fermento e sviluppo. Molto utilizzati all’estero i podcast hanno avuto una diffusione significativa negli ultimi anni in Italia a carattere sia di business sia d’intrattenimento. Quali sono i pubblici e qual è l’utilizzo?

    Qualche dato del mercato USA: 112 mio hanno ascoltato almeno 1 volta nella loro vita e 67 mio lo ascoltano almeno 1 volta al mese. Interessante anche il dato relativo a dove avviene l’ascolto:

    • 52%  da casa
    • 18% in auto 
    • 12% al lavoro.

    Vi riporto una frase di Tiziano Bonini, ricercatore in media studies all’Università Iulm di Milano, che ho letto recentemente su http://www.linkideeperlatv.it/ e che mi è piaciuta molto:

    I podcast sono diventati la nuova frontiera dell’hipster a caccia di un nuovo bene di consumo che gli permetta di distinguersi dalla marmaglia del consumo generalista.

    Sempre secondo Bonini i generi di podcast più scaricati al mondo appartengono a 3 macrocategorie:

    • storytelling (es. Radiolab e 99% Invisible)
    • fiction (serie finzionali, tipo “sceneggiati”- es. in Italia Ad alta voce e in UK The Archers, che va in onda sulla Bbc dal 1951)
    • giornalismo di approfondimento o investigativo.

    Ma qual è la fascia d’età del pubblico dei podcast? Secondo Podtrac – società che rileva degli ascolti del settore i fruitori più appassionati in USA appartengono alla fascia 25 -45 e oltre. Non un pubblico giovanissimo, da quanto sembra.

    Podtrac Audience Surveys, 2016; * Edison Research, 2016 Fonte: http://analytics.podtrac.com

     

    Tra le varie piattaforme che sono ora disponibili sul mercato si sta affacciando anche Google Podcasts, una nuova applicazione sviluppata e distribuita su Play Store. Notizia di qualche giorno fa parla del lancio ormai imminente. Quali caratteristiche innovative avrà?

    Da un articolo pubblicato nel sito Webnews pare che un dipendente di Google abbia rilevato a Product Hunt:

    l’ interazione con l’intelligenza artificiale dell’Assistente Google e l’utilizzo della sincronizzazione tra più dispositivi come gli smart speaker della linea Home sfruttando l’account dell’utente. Le feature principali offerte saranno legate alla ricerca, al download, alla riproduzione e alla gestione dei podcast, partendo da un catalogo in cui verranno indicizzate oltre due milioni di fonti provenienti da tutto il mondo, accuratamente suddivise per genere e categoria.’

    Suoni per raccontare

    Non solo voci, ma anche suoni. Il pubblico italiano è più concentrato sull’ascolto. Circa un anno fa è nato il progetto “I suoni della vostra vita” promosso da Repubblica e i quotidiani locali del Gruppo Espresso e  pubblicato su profilo Soundcloud.

    L’idea è creare ‘una colonna sonora collettiva, un racconto in musica con tutti quei piccoli rumori che accompagnano i nostri percorsi quotidiani.‘  I lettori sono stati invitati a registrare ed inviare in redazione i suoni dei quartieri, del mare, delle città, suoni che rappresentino momenti di vita.

    Un progetto molto simile viene realizzato da Alessandro, un mio amico che da anni registra i suoni della sua giornata, creando un diario sonoro della propria vita.

    Audiobranding

    La scorsa settimana ho partecipato al convegno CXNow – retail and beyond organizzato da Innovability presso La Casa dell’Energia e dell’Ambiente di Milano sul tema del retail e della customer experience.  Vi evidenzio due slide di Pietro Tonussi di Axis Communication nello speech ‘La Customer Experience, oggi’  sulla riscoperta del valore dell’audio nel customer journey.

     


    Secondo l’Audio Branding Academy la diffusione di tecnologia dagli smartphone ai cosiddetti streaming media e podcast può offrire grandi opportunità per questa forma di comunicazione multisensoriale :

     Audio Branding can aid in optimizing brand communication and in designing a better sounding environment.

    Che cosa intendiamo con audio branding? Una definizione viene proprio offerta dall’Academy:

    ‘Audio Branding describes the process of brand development and brand management by use of audible elements within the framework of brand communication. […] Audio Branding aims at building solidly a brand sound that represents the identity and values of a brand in a distinctive manner. The audio logo, branded functional sounds, brand music or the brand voice are characteristic elements of Audio Branding.’

    Ricordiamo tutti il suono che accompagna il logo di Ricola, la caramella alle erbe svizzera oppure della casa cinematografica Twentieth Century Fox? Per effettuare la ricerca vi segnalo Audio Logo Database, un tool che, come leggiamo sul sito, permette di:

    ‘research and investigate the acoustic marketplace especially for audio logos. It contains audio logos from all branches including the registered sound marks of the trademark offices. ‘

    Potete ascoltare il suono di Ricola al link e quello di Twentieth Century Fox al link e trovare molte informazioni sullo studio e creazione degli audio loghi che conosciamo.

    Se siete interessati al tema dell’audio branding seguitemi, perché a breve pubblicherò un’intervista molto interessante su LinkedIn Pulse.

    Quali saranno le tendenze future? Visual o audio?

    Il video continuerà ad essere predominante anche nei prossimi anni con una fruizione sempre più mobile e man mano sostituirà la TV tradizionale, tendenza confermata anche dal lancio di qualche giorno fa della nuovissima app di Instagram,  IGTV. Secondo il report “Global Digital Video Viewers”  di eMarketer presentato da IAB:

    ‘in tutto il mondo, la visualizzazione di video è un’attività core tra gli utenti di Internet ed è stato stimato che il 65,1% di essi continuerà a farlo regolarmente nel 2018.[…] Per il 2018 si stima che 1,87 miliardi di individui in tutto il mondo useranno un telefono cellulare per guardare video digitali, con un incremento dell’11,9% rispetto al 2017.[…] Il pubblico di YouTube si sta avvicinando alla saturazione in molti mercati. Quest’anno, il numero di utenti di YouTube in tutto il mondo aumenterà del 7,5%, in testa rispetto alla crescita complessiva dei video viewers digitali (7,2%). Questa tendenza continuerà per tutto il periodo di previsione, con una crescita degli utenti di YouTube che proviene principalmente dai primi spettatori di video digitali.’

    L’approccio del pubblico, tuttavia, come abbiamo visto dalle iniziative che si stanno diffondendo e dal successo dei podcast, non è solo più visivo, ma si sta spostando anche sul senso dell’udito, arricchendo l’esperienza di nuove sensazioni ed emozioni. Spetterà al singolo decidere quale canale preferire e seguire secondo le proprie propensioni personali. E  voi siete più auditivi o visivi?

     

     

    Fonti:

    -https://www.iab.it/iab-news/global-digital-video-viewer-report/

    – http://audio-logo-database.com/

    – https://audio-branding-academy.org/

    – http://analytics.podtrac.com/podcast-demographics/

    – https://soundcloud.com/suonidellavita

    – http://media.giornaledellalibreria.it/presentazione/allegati/2017_01_26_Mercato-2017-DA%20CARICARE.pdf

    – http://www.donnamoderna.com/news/cultura-e-spettacolo/audiolibri-gratis-inglese-dove-si-comprano

    – http://www.torinochelegge.it/

    – https://www.webnews.it/2018/06/19/google-podcastsa-app-android/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Webnews