Il 15 luglio scorso ho seguito in streaming il convegno organizzato dall’’Osservatorio FUTURES’ degli Osservatori Digital Innovation, dedicato all’impatto dell’Agentic AI sul futuro del lavoro creativo.
Ricordiamo tutti che cosa si intende per Agentic AI? L’ho chiesto a Perplexity e mi ha fornito la definizione IBM:
‘l’agentic AI è un tipo di intelligenza artificiale che non si limita a rispondere o generare contenuti, ma può anche pianificare, prendere decisioni e agire per raggiungere un obiettivo, spesso con supervisione umana limitata.’
Ma non è tutto, perché può pianificare attività, coordinare diversi strumenti e svolgere azioni con un certo grado di autonomia.
Come sappiamo l’intelligenza artificiale ci consentirà di produrre più velocemente, generare idee, analizzare informazioni e simulare scenari e questo è solo l’inizio. La ricerca presentata durante il convegno ha però spostato la riflessione su un piano più profondo.
La domanda è: come cambierà il valore che attribuiamo alla creatività, al ruolo delle persone e all’esperienza stessa del creare?
In sintesi: come cambierà il lavoro creativo con l’Agentic AI?
Lo scenario al 2035 illustrato dalla ricerca non descrive la semplice sostituzione dei creativi con strumenti automatici. Indica una possibile trasformazione del modo in cui le persone e le organizzazioni generano idee, assumono decisioni e costruiscono valore.
Secondo gli scenari elaborati dall’Osservatorio FUTURES, infatti le idee nasceranno sempre più dalla collaborazione tra persone, piattaforme digitali e agenti AI. Questo renderà l’autorialità più distribuita e sarà quindi sempre meno semplice attribuire un progetto a un unico autore. Come sappiamo da tempo con il maggiore impatto ed uso dell’AI sono nate problematiche legate alla ‘paternità’. Chi è davvero il ‘creatore’ e in caso di conflitto a chi si dovrà imputare la responsabilità legale?
Allo stesso tempo, la creatività non sarà più confinata a un ruolo specifico o a una singola fase del processo, ma diventerà una capacità diffusa all’interno delle organizzazioni. Alle persone spetterà soprattutto il compito di interpretare il contesto, dare significato alle informazioni e orchestrare sistemi complessi.
Anche il valore del lavoro creativo cambierà: dipenderà dalla velocità o dalla qualità dell’output finale e da altri fattori quali l’esperienza di apprendimento, l’esplorazione e la collaborazione che il processo sarà in grado di generare.
Perché l’immaginazione torna a essere una competenza strategica?
Claudio Dell’Era ha aperto il convegno, riportando al centro una competenza: l’immaginazione che nel mondo del business è stata spesso considerata secondaria a favore della concretezza, della misurabilità e dei risultati immediati. La idee dovevano essere ‘messe a terra’ velocemente, riducendo così lo spazio dedicato all’esplorazione e alla possibilità di immaginare ciò che ancora non esiste.
Oggi questa skill torna a essere strategica. L’AI ci aiuterà sempre meglio nel pensiero analitico e nell’elaborazione delle informazioni, tuttavia alle persone viene richiesto di osservare i segnali deboli e nelle situazioni marginali o ‘strane’ di vedere possibili futuri alternativi.
Il relatore ci ha portato a riflettere sulla differenza esistente tra near futures e distant futures.
I near futures sono costruiti proiettando nel futuro fenomeni che possiamo già osservare. Sono scenari relativamente prevedibili, derivati dall’evoluzione delle tecnologie, delle organizzazioni e dei comportamenti attuali.
I distant futures non è detto che siano necessariamente lontani nel tempo. Sono comunque distanti dal nostro modo di pensare attuale e ci richiedono uno sforzo di immaginazione e la volontà di scegliere quale futuro contribuire a costruire.
Ne deriva che possiamo limitarci a prepararci a ciò che probabilmente accadrà oppure assumerci una parte di responsabilità nella progettazione di ciò che vorremmo accadesse. Questo è un punto essenziale su cui interrogarci. Come desideriamo che sia il futuro per noi e per i nostri figli?
‘Qual è il tipo di futuro che vogliamo costruire, non solo attendendo che quei fenomeni a cui siamo già esposti perpetuino il loro effetto, ma creare quelle condizioni per cui il futuro sia in parte figlio delle nostre azioni? E quindi assumerci in ultima istanza la responsabilità di ciò che sta per arrivare e non unicamente prepararci a ciò che verrà a prescindere da noi.‘
Dall’augmentation alla trasformazione del lavoro creativo con l’agentic AI
Nel futuro ‘near’, l’AI renderà i cicli creativi rapidi ed efficienti, permetterà di generare alternative, confrontare grandi quantità di dati, ampliando le capacità cognitive di professionisti e gruppi di lavoro. Questo è un fenomeno già in essere, in quanto nelle agenzie creative e nelle organizzazioni si richiedono competenze di AI per performare più efficacemente.
Questa è la logica dell’augmentation: continuare a svolgere attività già conosciute, facendole meglio o più velocemente grazie alla tecnologia.
Il rischio è utilizzare strumenti completamente nuovi senza ripensare i modelli organizzativi nei quali vengono inseriti. Un alert che è emersa anche da alcuni esperti di AI che supportano le aziende: si introduce l’AI semplicemente per velocizzare senza però apportare cambiamenti nei flussi. Potremmo migliorare le prestazioni dei processi attuali, perdendo l’occasione di trasformarli davvero. Automatizzare alcune attività, eliminare passaggi e ridurre i tempi non significa necessariamente generare più valore.
La prospettiva più interessante emersa dal convegno riguarda quindi il passaggio dall’aumento alla trasformazione, ossia i processi creativi del futuro potrebbero avere una struttura diversa da quella attuale. Potrebbero coinvolgere persone, piattaforme e molteplici agenti artificiali all’interno di ecosistemi più articolati.
Non sarà più sufficiente inserire un nuovo strumento in un punto del processo. Occorrerà ridisegnare ruoli, competenze, responsabilità, modalità decisionali e criteri attraverso i quali viene riconosciuto il valore.
Che cosa significa autorialità distribuita?
L’intervento di Stefano Magistretti ha approfondito uno degli scenari centrali individuati dalla ricerca: il passaggio dall’autore individuale alla distributed authorship, l’autorialità distribuita.
Siamo abituati ad associare un’idea a una persona: il creativo, il designer o l’esperto capace di collegare elementi apparentemente lontani e arrivare all’intuizione.
Nei nuovi ecosistemi creativi, le idee nasceranno sempre più dall’interazione tra persone con competenze diverse, sistemi digitali e agenti AI specializzati e l’autore diventa parte di un sistema. Questo cambiamento può contribuire a democratizzare la creatività, ampliando la possibilità di partecipare alla generazione delle idee anche a chi non ricopre un ruolo tradizionalmente creativo.
Allo stesso tempo, apre questioni su cui si discute da tempo, ossia a chi appartiene un’idea generata attraverso l’interazione di molti attori? Chi assume la responsabilità quando il progetto viene realizzato o portato sul mercato? Come vengono riconosciuti i contributi delle persone e quelli dei sistemi artificiali?
Proprietà intellettuale, diritti e accountability dovranno essere ripensati, perché sarà sempre più difficile attribuire un risultato a un unico autore.
Anche la leadership dovrà cambiare e consisterà nel creare le condizioni affinché competenze e intelligenze differenti possano contribuire alla sua costruzione.
Che cos’è la creatività sistemica?
Il secondo cambiamento individuato dalla ricerca riguarda la nascita di una creatività sistemica. I sistemi agentici potranno partecipare in modo continuativo alle conversazioni, collegare prospettive diverse, rilevare incoerenze e segnalare possibili implicazioni etiche, culturali o sociali.
In una riunione futura, un agente AI potrebbe produrre una trascrizione o una sintesi e al contempo evidenziare che una decisione entra in conflitto con i valori dell’organizzazione, introdurre un punto di vista non ancora considerato oppure suggerire di riformulare il problema prima di procedere.
Etica, cultura, emozioni, design e innovazione dovranno convivere all’interno dello stesso flusso creativo.
Il ruolo umano potrebbe così passare da human in the loop a human over the loop: una persona inserita nel processo per controllare un risultato e al tempo stesso capace di osservare e orchestrare l’intero sistema.
Quali competenze umane acquisteranno maggiore valore?
Quando la produzione di testi, immagini, analisi e presentazioni diventerà sempre più accessibile, la vera sfida sarà comprendere il contesto, interpretare il brief, formulare le domande corrette e attribuire significato alle informazioni.
Cambieranno anche le competenze richieste, in quanto il valore professionale non dipenderà soltanto dalla capacità di trasformare un input in un output e saper eseguire singole attività operative. Diventerà importante saper orchestrare ecosistemi complessi formati da persone, tecnologie e intelligenza artificiale.
Tra le capacità destinate ad acquisire maggiore rilevanza troviamo, ad esempio, il pensiero critico, interpretazione del contesto, capacità di collegare discipline diverse e orchestrazione di persone, strumenti e agenti AI. Saranno competenze centrali, perché consentiranno di definire la direzione e il senso del lavoro.
Nonostante l’impatto sempre maggiore dell’AI, saranno ancora le persone a decidere quali possibilità meritano di essere sviluppate e quali conseguenze siamo disposti ad assumere.
Dall’accelerazione al piacere creativo
L’intervento di Emilio Bellini ha introdotto un passaggio che ho trovato particolarmente interessante: quello dall’accelerazione al creative pleasure, il piacere creativo.
Il relatore ci spiega che l’accelerazione portata dall’intelligenza creativa non garantisce necessariamente un’esperienza professionale più soddisfacente. Potrebbe anzi ridurre la percezione della sfida, generare noia, come ad esempio, nel caso delle auto a guida autonoma che richiedono comunque l’attenzione del guidatore e tolgono però il piacere della guida che affascina tanti di noi. Delegare quindi potrebbe non implicare automaticamente sentirsi più liberi o coinvolti.
La ricerca invita a rileggere il concetto di flow, lo stato di pieno coinvolgimento che sperimentiamo quando esiste un equilibrio tra la difficoltà della sfida e le competenze che possediamo per affrontarla.
Nell’era dell’Agentic AI, la sfida sarà realizzare un buon output, ma anche costruire il contesto, negoziare significati, collegare prospettive e guidare un processo collettivo.
Il valore del ritmo creativo
Bellini fa un focus anche sul ritmo creativo, dicendoci che il piacere creativo potrà assumere almeno due forme:
- creative rhythm: la capacità di alternare accelerazioni e pause, momenti di concentrazione e sospensione del giudizio, confronto e riflessione. La tecnologia non dovrebbe necessariamente eliminare i tempi apparentemente improduttivi, perché spesso è proprio in quei passaggi che le idee maturano e acquistano significato.
- embodied creativity, una creatività vissuta attraverso l’esperienza concreta del lavorare e pensare insieme. Il piacere potrà risiedere nella partecipazione al processo, nel confronto con gli altri e nella possibilità di sviluppare collettivamente un pensiero più articolato.
La creatività diventa una pratica relazionale, profondamente umana, supportata dagli agenti AI senza essere completamente delegata a essi.
Che cosa cambia per le organizzazioni e per il lavoro creativo?
Gli scenari presentati dall’Osservatorio FUTURES guardano al 2035, ma pongono questioni concrete già oggi. L’Agentic AI non eliminerà necessariamente il lavoro creativo, piuttosto ne trasformerà il ruolo, spostando il valore dalle attività esecutive alla capacità di interpretare il contesto, affrontare problemi complessi e coordinare persone e sistemi artificiali.
Per le organizzazioni sarà necessario capire quali attività automatizzare, quali potenziare e quali ripensare completamente, chiarendo anche responsabilità e criteri decisionali e dando importanza sempre maggiore a formazione e capacità di costruire significati condivisi.
Produrre più velocemente o creare più valore?
La riflessione che mi porto a casa dal convegno è che il futuro del lavoro creativo non si giocherà soltanto sulla produttività. Possiamo utilizzare l’AI per fare più rapidamente ciò che già facciamo oppure cogliere l’occasione per ripensare il modo in cui lavoriamo, collaboriamo e diamo significato al nostro lavoro quotidiano.
La differenza sarà nella capacità delle organizzazioni di progettare nuove configurazioni: nuovi ruoli, nuovi equilibri tra persone e sistemi artificiali, nuovi criteri di responsabilità e nuove forme di collaborazione. Entro il 2035, la creatività potrebbe essere sempre meno il risultato di un unico autore e sempre più il prodotto di ecosistemi interdisciplinari, nei quali intelligenza umana e artificiale interagiscono continuamente.
E le aziende sono pronte a questi cambiamenti? Temo che molte si limitino ancora a integrare l’AI solo per ridurre i costi o velocizzare gli output, non creando vera sinergia tra uomo e macchina. Dagli articoli recenti risulta che le imprese stanno investendo poco nella formazione dei propri dipendenti su AI e tecnologie in generale e spesso non assumono giovani per non dedicare tempo all’onboarding. Queste scelte comporteranno problemi a distanza di qualche anno, perché non avremo dipendenti skillati adeguatamente con esperienze significative in azienda.
Forse la sfida più importante sarà riscoprire quale futuro vogliamo contribuire a costruire. Questo è anche uno dei temi sui quali focalizzerò nei prossimi mesi il lavoro nei miei percorsi di formazione e consulenza: aiutare persone e organizzazioni a comprendere come l’intelligenza artificiale stia trasformando la narrazione, la creatività e la comunicazione, per utilizzare la tecnologia con maggiore consapevolezza e generare progetti di valore.
Fonti:
Foto di Igor Omilaev su Unsplash.
per approfondimenti https://www.osservatori.net/

















































