• Storie in social VR: Rubin Mayo

    Ho conosciuto Mister Rubin aka Rubin Mayo grazie alla community di Pyramid Cafè e ci siamo incontrati spesso nei mondi di social VR negli ultimi due anni. Finalmente all’inizio di giugno l’ho incontrato di persona al MUFANT, Museo della Fantascienza e del Fantastico di Torino con cui collabora da anni ed ho scoperto il suo vero nome, Marco Rabino.

    Chi è Rubin Mayo

    Si definisce su Facebook: scripter, builder, Owner e Landlord su Second Life. In realtà ha studiato al Politecnico di Torino e si occupa di IT.

    Rubin in Second Life
    Rubin Mayo in Second Life

    Come e quando nasce il nickname Rubin?

    “Rubin” – pronunciato all’inglese – nasce nel lontano 1994, quando ero militare a Cordenons (Pordenone), ed era il nomignolo con cui mi chiamavano i miei commilitoni (tutti più giovani di me). Quando sono tornato a Torino, nel giugno del 1995 ho deciso di continuare ad usarlo, pronunciato in italiano, anche come nome d’arte per la mia attività di Mago, per cui è nato “Mister Rubin”. Pur avendo praticamente smesso di fare spettacoli di prestigiazione (si è giusto cosi, perché “prestidigitazione” è un settore specifico e ristretto della prestigiazione), continuo ad usare questo nome d’arte anche per firmare i programmi e le pagine web.
    Nel 2007 quando entrai in Second Life, nacque Rubin Mayo, che continuo ad usare in tutte le mie versioni virtuali, in Second Life, Opensim o meglio Craft World, AltspaceVR e VRChat.

    Dovete sapere che Rubin organizza eventi in Second Life, tra i quali anche serate musicali, come ‘Anime in Jazz’, e ‘Italian Cartoons Club’. Dal 18 al 29 maggio scorso ha partecipato alla quattordicesima convention di Fantascienza in SL con 2 installazioni: una dedicata a “Lady Oscar- The Roses of Versailles” e l’altra, “Gundam Park”, dedicata giusto all’Universo – o meglio metaverso – Gundamico.

    Rubin Mayo in Gundam Park

    Quando ti sei avvicinato a Second Life? Che cosa ti ha appassionato?

    Entrai in Second Life nel 2007, per la precisione il 19 Luglio: fui incuriosito da un articolo che descriveva ben tre “land” in cui avevano riprodotto parti di Torino, per cui decisi di entrare per visitare queste riproduzioni.

    Poi sono rimasto affascinato dalle infinite possibilità espressive di Second Life, il primo “metaverso” realizzato ed operante: non l’ho più abbandonato!

    Rubin fa parte del Gruppo Italiano Appassionati GUNdam – GIAGUN e partecipa a vari eventi come Torino Comics, Casale Comics, Model Expo Italy, ecc. come espositore. Nella visita al MUFANT mi ha guidata tra le varie sale con grande passione e competenza. Ma scopriamo quando è nato questo suo ‘amore’. Quando hai iniziato ad appassionarti di questi temi? Quali personaggi preferisci e perché?

    Come tecnico in erba, sin da piccolo mi appassionava creare impianti elettrici, e occuparmi di argomenti tecnici e scientifici. La fantascienza mi interessava ma senza essere un fan sfegatato. E neppure i robottoni nagaiani mi interessavano, io preferivo i vecchi cartoni della Warner o della Disney, anche se sul lato anime iniziavo ad apprezzare Capitan Harlock e Lupin III. Nel 1980 sull’allora TMC vidi la scena iniziale di Mobile Suit Gundam, che presentava un futuro in cui l’umanità, spinta dai problemi ambientali del pianeta Terra, ha iniziato ad emigrare in isole spaziali, o meglio colonie spaziali in orbita attorno alla Terra. Da notare che qualche mese prima, un documentario della NASA presentava le stesse colonie viste il quel prologo. Ecco da dove parte la mia scintilla che ancora ora mi porta ad essere un fanatico di tutto quell’universo creativo nato da Mobile Suit Gundam.

    Per quanto riguarda la collaborazione col MUFANT, è nata da parecchi anni sempre come rappresentante del GIAGUN: questo Museo è particolare e direi molto singolare, mi piace il suo “DIVENIRE”, il suo cambiare sempre per poter presentare tutti i pezzi ancora non esposti, e per presentare al pubblico sempre nuove iniziative.

    Quali vantaggi e quali rischi vedi nel metaverso in costruzione?

    Intanto per me non esiste un solo metaverso, ma ogni insieme di cose reali o irreali che coese costituiscono un “universo oltre” (significato letterale di metaverso) a quello tangibile che sperimentiamo con i nostri sensi è un METAVERSO. La semantica del termine, specie nel mondo anglosassone, continua a confermare quanto detto, visto che gli inglesi continuano a parlare di Star Treek Metaverse, Star Wars Metaverse, Gundam Metaverse, Beautiful Metaverse (si è diventato un metaverso pure quello).

    Detto questo, vantaggi e pericoli dei metaversi sono molteplici ed in parte coincidono con quelli già identificati per il web. Per come li vivo io, i metaversi sono estensioni della mia vita, non sono sostituti o sdoppiamenti, o peggio ancora “giochi”.

    Partiamo da alcuni vantaggi, secondo me importantissimi: intanto in un metaverso, si impara ad andare oltre l’apparenza, visto che tutti gli avatar sono molto simili, quindi ci si può concentrare sul carattere e sull’interiorità delle persone che si incontrano; si possono incontrare persone che nella vita tangibile potresti non incontrare mai, per cui l’aspetto “community” è e deve essere sempre alla base delle interazioni tra le persone; entrare in nuovo metaverso è un’occasione per estendere la propria conoscenza e la propria cultura, e confrontarsi con persone, conoscenze e culture diverse; è anche l’occasione per re-imparare un po’ di Inglese o addirittura anche altre lingue; in un metaverso in genere è possibile andare oltre i propri limiti e soprattutto le proprie menomazioni fisiche; inoltre alcuni metaversi consentono veramente a tutti, che abbiano o meno la padronanza di strumenti avanzati, di poter creare contenuti e condividerli.

    Ora alcuni pericoli.

    L’uso di un metaverso fruibile tramite un avatar avviene con possibili molteplici intenzioni da parte delle persone: chi lo vede come una estensione della propria vita, chi lo vede come un grande gioco di ruolo e quindi si costruisce un personaggio diverso da interpretare, chi pensa di poter scappare dalla propria vita nel mondo tangibile e quindi vivere una vita “meravigliosa” o perfetta, chi esprime un latente sdoppiamento di personalità. La cosa è “sana” fino a che si è coscienti di come si sta usando un metaverso, i guai iniziano quando non si tiene conto che ciascuno ha un suo modo di fruizione, quando si perde il controllo, magari anche solo dei propri sentimenti.

    Intanto è sempre possibile incontrare persone malintenzionate o meschine che possono approfittarsi della situazione o dei sentimenti altrui. Anche andare oltre sentimenti di amicizia è pericoloso, c’è chi si innamora di un’altra persona, per poi scoprire dolorosamente, molto dolorosamente, che l’altra persona stava solamente giocando di ruolo o peggio; quindi ci sono i pericoli, amplificati, di una relazione sentimentale reale.
    Senza contare le patologie: qualcuno potrebbe rimanere “prigioniero” di questa vita ideale vissuta in un metaverso, oppure sviluppare tutta una serie di comportamenti psichici devianti, o anche solo isolarsi ulteriormente dal mondo tangibile e dalle altre persone presenti in esso.

    Quali consigli potremmo dare ai genitori che non conoscono o frequentano poco questi mondi (gaming e social VR)?

    Domanda difficile. Intanto bisogna educare meglio i ragazzi, oggi i genitori sono troppo permissivi e non preparano i giovani ai NO che la vita ti sbatte in faccia. Il risultato è che creano nei ragazzi la convinzione di poterle avere “tutte vinte”. Questo non fa bene né ai ragazzi e neppure ai genitori. Occorre educare alla pratica del rispetto per se stessi e per gli altri: senza questa pratica il giovane rimane facilmente vittima di ogni manipolazione, e vale sia per la vita nel mondo tangibile sia per i social network, sia nei metaversi. Occorre far capire ai ragazzi che non è importante avere centinaia di follower in un social network, ma avere degli amici veri, anche se pochi.

    Occorre insegnare ai ragazzi che è importante ESSERE, non l’AVERE o l’APPARIRE. Questo è un compito importante trascurato da troppi genitori moderni nell’educazione dei giovani. Occorre anche educare i giovani alla vita in comune anche con estranei o quasi, a rinunciare un po’ del proprio egoismo in favore di un bene comunitario maggiore.

    Ma tutto questo vale a prescindere!!!

    Nello specifico i genitori per primi dovrebbero formarsi sui pericoli della rete, e dovrebbero per osmosi passare questa formazione anche ai giovani, che imparano subito le funzionalità dei nuovi media, ma ne ignorano completamente i pericoli e gli inganni.

    Infine i giovani dovrebbero imparare a dare il giusto peso ad ogni cosa che accade nella loro vita e anche in questo i genitori devono essere d’esempio e guida.

    Quali esperienze hai provato e suggerisci nei mondi di social VR?

    VR e non solo, parliamo di metaversi in generale, la VR è solo una modalità di fruizione. Di sicuro consiglierei di entrare e vivere nei vecchi mondi virtuali come Second Life e open sim, e a sperimentare tutte le possibilità espressive e comunicative di questi vecchi mondi: posso assicurare che tutto quello che sta venendo in mente ai nuovi guru dei metaversi, in SL lo abbiamo già sperimentato e approfondito. Inoltre proprio in SL, si possono trovare appassionati di ogni sorta e su ogni argomento, basta avere la volontà di cercare nelle land e nei gruppi.

    E comunque consiglio di entrare in un metaverso senza avere troppe aspettative o preconcetti o pregiudizi, esplorarlo, sperimentarlo, trovare altre persone con cui condividere l’esperienza: solo approfondendone la conoscenza è possibile capire un metaverso, come funziona e cosa offre.

    Che cosa pensi degli NFT? Saranno solo una bolla oppure potranno rappresentare un futuro per l’arte?

    L’argomento è molto complesso.

    Oggi parlare di NFT vuol dire principalmente parlare di una bolla speculativa, di un qualcosa discriminatorio e divisivo tra chi sostiene la gratuità della fruizione delle opere d’arte e chi invece si bea dei propri soldi e li vuole mettere in mostra.

    Una cosa ho capito dell’arte: se non è fruibile è come se non esistesse. Nella storia i mecenati hanno sempre finanziato gli artisti affinché potessero realizzare le proprie opere e metterle a servizio della comunità: ed è quello che ancora accade in molti metaversi.

    Se poi vogliamo permettere agli artisti di gestire da soli la possibilità di guadagnare, gli NFT possono essere uno dei mezzi per farlo, a patto che nei vari metaversi uno possa poi rendere disponibile la fruizione dell’opera d’arte associata ad un NFT, altrimenti rimane un’opera morta che non può essere goduta o condivisa.

    Occorre trovare il giusto equilibrio, ma in generale posso affermare che l’arte nei metaversi non necessariamente ha bisogno degli NFT.

  • Storie in XR: Andrea Giglio

    Le storie in XR si occupano oggi di realtà virtuale ed incontrano Andrea Giglio che ho conosciuto grazie a Pyramid Cafè e alla Meta Oculus Community Italy®. Ci siamo ritrovati più volte ad eventi in AltspaceVR sia divulgativi sia d’intrattenimento come, ad esempio, le serate cinema o l’incontro con Paolo Nespoli di qualche settimana fa. Recentemente Andrea ha tenuto due incontri dedicati a XR e disabilità all’interno di AltspaceVR e Second Life e mi ha permesso di approfondire un tema che è ancora poco conosciuto.

    Spesso la realtà virtuale e il social VR vengono accusati di allontanare dalla realtà, di isolare i giovani con effetti negativi sulla loro personalità. Non si considerano invece le opportunità offerte dalle tecnologie di creare connessioni virtuose, di mettere in contatto persone da tutto il mondo, nonostante diversità e problemi fisici.

    Ne ho avuto la prova circa due anni fa quando ho partecipato ad una mostra di una pittrice e poetessa con problemi motori, organizzata da Francesco Spadafina in AltspaceVR. Ho avvertito chiaramente la gioia dell’artista di potersi muovere liberamente nello spazio immersivo e dialogare con tutti noi come fossimo ad un vernissage in presenza.

    Chi è Andrea Giglio

    Andrea Giglio è un XR Consultant, socio di  Connected Reality Italy, docente di tecnologie immersive, modellazione 3D e sviluppo esperienze XR ed è specializzato sui temi di inclusione.

    La storia di Andrea

    Come sapete, nelle mie interviste cerco di conoscere i professionisti dal punto di vista umano e non solo lavorativo. Desidero capire e condividere con voi le loro esperienze, le loro emozioni. Ho scoperto uomini e donne davvero sensibili ed unici.

    Conosciamo insieme i primi passi di Andrea nell’XR e le sue passioni per la realtà estesa. L’ho intervistato per voi.

    Andrea Giglio
    Andrea con il suo avatar di AltspaceVR

    Quando hai approcciato la VR e quali sono state le tue prime esperienze? 

    Il mio primo approccio con la realtà virtuale è stato all’inizio del 2017 quando ho preso parte al progetto “Virtual Reality Innovation” finanziato dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale della Provincia di Bolzano. Il progetto prevedeva la realizzazione di quattro prototipi di esperienze virtuali per la formazione in quattro settori differenti, quali la gestione delle riunioni aziendali, la sicurezza nell’organizzazione degli eventi, i progetti di vinificazione e i servizi relativi alle information technologies. Qualche prototipo faceva uso di riprese a 360, mentre altri erano esperienze VR interattive vere e proprie.

    Ho letto che hai frequentato a Sidney corsi di modellazione e animazione 3D con Andrew Silke. Quanto ha inciso quest’esperienza formativa sulla tua professione?

    Esatto, all’età di 31 anni ho messo letteralmente la mia vita in una valigia, ed, essendo l’ultimo anno in cui potevo fare il visto Working Holiday Visa, mi sono trasferito a Sydney. Il viaggio in Australia è stata un’esperienza cruciale nel mio percorso. Una volta arrivato a Sydney ho iniziato a cercare quali erano le offerte formative che la città poteva offrire ad un giovane modellatore 3D e ho scoperto che Andrew Sike, già supervising animator di colossal hollywoodiani quali Avatar, Gravity, Happy Feet e “Harry Potter e i Doni della More, Parte 2a” (per soddisfare la curiosità dei Potterhead, Andrew è responsabile della sequenza animata dei tre fratelli) aveva trovato una nuova vocazione nell’insegnamento. All’epoca Andrew aveva aperto il sito, ancora esistente, “Create 3D Characters”, una vera miniera per i giovani apprendisti in questo settore. Oltre a quanto ho appreso da un punto di vista tecnico, anche il modo in cui faceva docenza è stata un’esperienza unica. In puro Australian style, immersi da tavoli da surf e giganteschi pupazzi di Totoro provenienti dallo studio Ghibli Andrew faceva le lezioni private a casa sua, oltre ad essere docente alla Sydney University. Ad intervalli regolari organizzava nel suo giardino barbecue a cui prendevano parte studenti universitari, studenti privati e aziende locali; in questo modo i giovani avevano modo di mostrare i loro showreel e le aziende di scegliere i ragazzi più meritevoli. Rispondendo alla tua domanda l’esperienza con Andrew Silke è stata fondamentale per me, perché mi ha offerto un approccio alla creazione di contenuti digitali davvero unico, internazionale e collaborativo. Ancora oggi Andrew offre docenze online e chiunque può prenotare lezioni con lui.

    Si parla molto di Metaverso come luogo adatto a giovanissimi e gamers, quasi un po’ distopico. Tu come lo vedi e come pensi si svilupperà? 

    Io sono molto positivo nello sviluppo dei Metaversi, quello che mi porta ad esserlo è l’entusiasmo che vedo in molte ragazze e molti ragazzi che si ritrovano nelle piattaforme virtuali. Sicuramente c’è molta disinformazione in merito alle tecnologie immersive collaborative, e poca attenzione viene data, ad esempio, alla realtà aumentata che già potremmo usufruire tutti attraverso i nostri smartphone. Tale disinformazione porta molti italiani ad un approccio scettico e a vedere le nuove tecnologie come un punto di rottura con la nostra tradizione. Forti della nostra storia e della nostra tradizione artistica penso che queste tecnologie siano un mezzo eccellente per portare questi saperi millenari in una nuova dimensione, dopotutto noi siamo il popolo che ha scoperto la prospettiva e ha pianificato spazi tridimensionali secoli fa.
    Quanto al timore che i nostri ragazzi saranno assorbiti giorno e notte nei loro visori, per me è una paura infondata. Se c’è un ottimo modo per evitare che i ragazzi passino ore ed ore a giocare ai videogiochi, questo modo sta nell’insegnare loro a realizzare i videogiochi. La chiave per me sta nella formazione al giusto uso e consumo di queste tecnologie che caratterizzeranno la vita di tutte e tutti.

    Sei molto presente su piattaforme come AltspaceVR, Second Life ed altre. Quale preferisci e perché? 

    Penso che tutto dipenda dall’utilizzo che se ne vuole fare. Ogni piattaforma risponde ad esigenze specifiche. Spatial è ottima per le riunioni di lavoro, così come lo diventerà sempre di più Oculus Workrooms. È molto interessante la possibilità di poter interagire e toccare altri avatar offerta da VR chat. Quella che preferisco per interagire con altre persone e fare eventi serali e conferenze è sicuramente AltSpace VR, anche per le splendide comunità italiane che la caratterizzano. Ogni evento è fonte di arricchimento personale ed un ottimo strumento per il team building e la condivisione di saperi e passioni.

    Per quanto riguarda Second Life penso che il valore aggiunto di questa piattaforma è la sua storia di oltre vent’anni che può essere un faro nella realizzazione di nuovi mondi virtuali. Penso che tutti noi possiamo imparare molto dai successi e dai momenti bui che l’hanno caratterizzata, così come dalla qualità intellettuale ed estetica dei suoi contenuti, particolarmente in momento in cui siamo chiamati a realizzare nuove comunità digitali. Abbiamo oggi la possibilità di trasportare gli stessi contenuti all’interno di esperienze immersive. Per quanto avveniristiche potranno essere le tecnologie, la qualità delle esperienze sarà infatti direttamente proporzionale ai loro contenuti.

    Hai tenuto recentemente due speech in AltspaceVR e in Second Life su ‘Tecnologie immersive e disabilità’. Da quando e perché ti sei specializzato su questo tema?

    Nel 2018 sono stato docente nel primo corso di realizzazione di contenuti di realtà virtuale ed aumentata. Pochi mesi dopo dal corso un mio corsista, e attuale collega, ha avuto un incidente grave ed ha dovuto passare un lungo periodo di riabilitazione. Mentre era all’ospedale ha avuto modo di capire quanto le tecnologie immersive potessero aiutare persone con disabilità, persone anziane e persone che devono fare riabilitazione. La sua esperienza ci ha aperto gli occhi su quello che potesse essere uno degli utilizzi migliori delle tecnologie immersive.

    Evento sulla disabilità in Second Life
    Andrea alla serata di Pyramid Cafè

    Quali vantaggi potrebbe offrire la VR a persone con disabilità fisica?

    Veramente tanti. Le tecnologie immersive sono effettivamente degli abilitatori di esperienze, permettendo a persone disabili possibilità che gli erano finora precluse, quali nuotare, fare una scalata, andare in skate o in bicicletta, fare visite o escursioni.

    Questi mezzi innovativi consentono alle persone su sedia a rotelle di pianificare percorsi accessibili all’interno delle aree metropolitane, in stazioni, supermercati o centri commerciali. Ciò porta a una notevole riduzione dell’ansia legata all’esplorazione di luoghi sconosciuti quando si troveranno a visitarli nella realtà. Tali esperienze sono anche utili a preparare anche i loro accompagnatori. Quando nella progettazione e nella creazione di spazi virtuali viene data attenzione a tutte le misure legate all’inclusività questa attenzione resterà con noi anche quando ci troveremo a costruire gli spazi reali.

    Per persone ipovedenti la realtà virtuale offre la possibilità di vedere le immagini più chiaramente, mentre la realtà aumentata può aiutarle a riconoscere volti ed evitare ostacoli. Cruciale in questo caso anche lo sviluppo di interfacce ricche di informazioni utili in tempo reale. Feedback sonori o tattili consentono di fare esperienze a persone prive di vista.

    Per persone con problemi d’udito infografiche sovrapposte al video delle esperienze virtuali possono permettere loro di capire quanto stanno dicendo le persone che le circondano o riconoscere dei suoni. In questo ambito sono già stati sviluppati dei guanti in grado di interpretare e tradurre il linguaggio dei segni.

    Per persone anziane o affette da Alzheimer la realtà virtuale agisce da abilitatrice di esperienze, perché funge da switch on del loro cervello, facendoli sentire riconnessi alla vita. Per persone anziane non affette da disabilità, ma impossibilitate a muoversi, offre la possibilità di essere connessi da remoto in tempo reale, ad esempio, nella stanza dove si sta sposando il proprio figlio o la propria figlia. 

    In un’ottica di life reviewing la VR offre la possibilità di rivisitare luoghi legati ad episodi poco piacevoli della vita, avendo vicino un parente mentre si fa l’esperienza virtuale. Ciò può essere importante per andare a risolvere tutto quello che si è lasciato incompiuto nell’esistenza e recuperare finalmente un senso di pace. 

    La realtà virtuale può permettere alle persone anziane anche di viaggiare virtualmente nei luoghi che hanno visitato in passato, in cui si sono sposati, in cui hanno fatto il servizio militare, andando a riattivare dei ricordi, cosa importantissima, ad esempio, per chi soffre di demenza senile.

    Può inoltre essere un valido strumento per far fare esercizio fisico in maniera avvincente e collaborativa, andando ad aumentare i riflessi in condizioni sicure. 

    Persone con autismo o Asperger possono apprendere abilità sociali e le abilità della vita in un ambiente che non avvertono essere minaccioso. Esistono inoltre visori in grado di rilevare le risposte emotive degli utenti. Ciò può rivelarsi utile per monitorare paralisi facciali, depressione, disturbi bipolari e Parkinson. 

    Le persone disabili si trovano spesso a dover dipendere da altre persone. In un interessante ottica di ribaltamento delle parti Maestro Games ha sviluppato un’esperienza  in cui gli utenti vestono i panni di un direttore d’orchestra e un’orchestra virtuale dipende dai loro movimenti. Esperienze di questo tipo sono molto importanti per rafforzare un senso di autostima, calma ed empowerment. 

    Che percorso consiglieresti ad un/una giovane che desideri specializzarsi in XR con focus su disabilità? 

    Anche se le tecnologie immersive permettono di sperimentare cosa voglia dire vivere con certe limitazioni è importante far provare la realtà aumentata o la realtà virtuale direttamente alle persone disabili per capire effettivamente quali siano i loro desideri e le loro esigenze. Una delle caratteristiche della realtà virtuale è una forte personalizzazione; una volta che vengono individuate le necessità di una specifica utenza sarà possibile realizzare degli spazi virtuali ad hoc nei quali tali bisogni verranno soddisfatti. 

    Sono stati stilati da Meta così come da altre compagnie una serie di criteri per rendere le esperienze più inclusive. Ogni creatore di spazi virtuali dovrebbe conoscerli e tenerli a mente mentre realizza i metaversi. Ad esempio, bisognerebbe mantenere l’azione delle esperienze virtuali frontalmente, impostare i visori in modo tale che l’altezza degli avatar corrisponda a quella di una persona seduta e dare l’accesso ad un secondo utente tramite controller dove la persona non è in grado di farlo indipendentemente. 

    Altrettanto importante è non considerare le disabilità un tabù e rappresentarle anche nei mondi virtuali. 

    Un altro consiglio che mi sento di dare è quello di documentarsi bene sugli studi già effettuati sul tema della disabilità e delle tecnologie immersive. La virtual e l’augmented reality possono cambiare effettivamente la vita delle persone disabili. Vivere la nostra professione come una missione mirata all’inclusività rappresenta la perfetta fusione tra un sapere tecnico ed una responsabilità morale. 

  • “Women in the Metaverse”: dietro le quinte

    Come nasce il progetto narrativo “Women in the Metaverse”, dedicato all’empowerment femminile? Parto dall’inizio e vi narro il dietro le quinte e le motivazioni che mi hanno spinto a coinvolgere nove donne a raccontare la loro storia.

    Era l’estate 2021 e avevo iniziato a condurre diverse interviste a persone e professionisti conosciuti nei mondi di social VR. Mi avevano affascinato le loro storie, la loro passione per la realtà estesa e i loro primi passi nella tecnologia.

    È opinione diffusa che la XR sia popolata da gamer e da ragazzini, in particolar modo da persone di sesso maschile. In realtà ho conosciuto tante professioniste e fan di XR di tutte le età e di tutte le professioni. Ho scoperto un mondo di donne variegato ed appassionato che costruisce mondi immersivi, che lavora nel gaming, nella blockchain, nell’XR e in settori, anche molto tecnici, del Metaverso.

    Da questi incontri e dalle prime interviste è nato il desiderio di approfondire, di dare voce a queste donne, di far emergere la loro professionalità per far capire alle ragazze che devono ancora scegliere le loro strade professionali e alle donne che magari hanno perso il lavoro a causa del covid o della crisi economica che esistono nuove opportunità.

    In qualche modo ho voluto costruire ponti tra le generazioni, portare un contributo concreto all’empowerment femminile con un progetto fatto da donne per le donne.

    Il progetto

    Non vuole essere solo un ebook, ma un progetto articolato che mira a diffondere conoscenza ed esperienze alle lettrici e al pubblico femminile in generale.

    Per prima cosa ho voluto fornire un panorama del Metaverso ad oggi con i cambiamenti in atto, le diverse definizioni date dagli esperti e le lotte tra i Big Player. Ho scelto alcune professioniste che ho conosciuto nei mondi di social VR o su LinkedIn e ho raccolto, in interviste mirate, le loro storie, i loro primi passi nella tecnologia, i loro dubbi, le loro emozioni e le scelte che hanno segnato le loro vite e le loro professioni.

    Il ricavato dell’ebook torna alle donne attraverso un’associazione che promuove l’empowerment femminile e sostiene gli studi delle ragazze nel settore STEM.

    La squadra

    Le prime ad essere coinvolte sono state quattro professioniste che conosco e frequento da più di due anni in AltspaceVR: la formatrice Edu3D Francesca M.R. Bertolami, nota nei mondi virtuali come Eva Kraai, la docente Cristiana Pivetta, la travel blogger Bruna Athena Picchi e la community manager di Meta Oculus Community Italy® | Italia Petra Škachová.

    Con Petra e altri amici in AltspaceVR

    Per dare una visione più completa alle lettrici ho consultato il mio network su LinkedIn e deciso di coinvolgere nel progetto “Women in the Metaverse” altre donne attive nel metaverso. Ho contattato nel mondo del gaming la player professionista Federica Campana, l’esperta di blockchain e NFT Sara Noggler (CEO di Polyhedra), l’esperta di XR Elisabetta Rotolo (CEO di MIAT), l’artista in VR Carli Susu e l’esperta di AR Katherina Ufnarovskaia (CEO di Augmented.City).

    Il lavoro non era però finito. Dovevo organizzare la prefazione e la grafica della copertina.

    Chi poteva scrivere una prefazione adatta a incoraggiare le donne a crescere nel settore della tecnologia? Un’altra donna che conosco e apprezzo da diversi anni, Linda Serra di Work Wide Women, da sempre impegnata nel promuovere l’empowerment femminile, diffondere la conoscenza del web e di materie tecniche presso le donne e, al contempo, difendere la diversity e l’inclusione.

    Per la copertina sono stata molto indecisa se ingaggiare una mano femminile o se scelgliere un altro punto di vista. Ho voluto uno sguardo maschile sul mondo delle donne e ho contattato l’illustratore, Andrea Calisi, autore di immagini e copertine per Einaudi, Rizzoli, L’Espresso, Linus, Edizioni Corsare ed altri editori.

    La progettazione

    La squadra era completa e si poteva iniziare la seconda fase, la progettazione. Ho quindi pensato alla struttura narrativa da dare al progetto e mi sono ritrovata nel classico ‘narrative arc’ in 3 atti.

    classico arco narrativo
    classic narrative arc

    Come poter applicare l’arco narrativo al progetto “Women in the Metaverse”?

    Eroine: le lettrici che possono lasciare la comfort zone ed iniziare un cambamento

    Mentori: le intervistate che accompagnano e guidano la trasformazione appena iniziata

    Difficoltà da superare: la crisi del lavoro femminile, la scarsa conoscenza di nuove professioni, di materie tecniche e del Metaverso

    Climax: perdita del lavoro o esigenza di cambiarlo, momento di grande confusione nella scelta di un nuovo percorso di studio.

    Oggetto magico: l’ebook che aiuta a conoscere ed ispira. Favorisce un cambiamento ed il superamento dell’incertezza.

    Un filo rosso collega tutte le storie. Alla fine di ogni intervista trovate una frase d’ispirazione che incoraggia le lettrici a iniziare o a proseguire il percorso.

    Premio/tesoro: la conoscenza, la crescita dell’autostima e la scoperta di strade spesso ancora sconosciute.

    Dono: il ricavato della vendita dell’ebook che verrà restituito alle donne attraverso un’associazione che promuove l’empowerment femminile e suporta le ragazze nelle professioni STEM.

    Perché narrazione e Metaverso?

    Vi chiederete perché ho scelto di parlare di narrazione e Metaverso e non delle classiche materie STEM.

    Il mio interesse per i mondi immersivi non è nato nel momento in cui è diventato un hype con l’annuncio di Marc Zucherberg che ha fatto rebranding di Facebook in META e da quando tutti ne parlano: dagli psicologi ai sociologi, dagli influencer ai social media manager, ecc.

    La passione e lo studio dell’XR erano iniziati molti anni prima. Già dal 2015 avevo portato i cardboard nei miei corsi di storytelling e avevo parlato di immersive e VR storytelling. Da allora ho approfondito questi temi, cercando di diffondere cultura. Dall’inizio del lockdown ho frequentato assiduamente i mondi immersivi di social VR grazie anche al mio META Quest che è arrivato proprio a marzo 2020.

    Ho conosciuto molti professionisti tramite la rete e nelle fiere di settore, ma ho notato che la presenza femminile in Italia è ancora oggi poco diffusa. Ho pensato, quindi, di avviare un progetto di empowerment femminile con lo scopo di far conoscere alcune professioni legate al Metaverso ed ispirare le altre donne.

    Metaverso o multiverso?

    Si parla di Metaverso, ma in realtà siamo immersi in tante piattaforme differenti e a sé stanti che hanno specificità, regole e grafiche diverse. Tanti universi dove si muovono e sperimentano i brand più innovativi. Alcuni hanno adottato piattaforme già esistenti e tipicamente di gaming come Roblox, Fortnite, Zepeto, Decentreland, ecc., altri ne hanno costruite di proprietarie. Possiamo quindi assistere a spettacoli, interagire con gli amici e vedere, scegliere ed acquistare prodotti nei mondi immersivi, ad esempio nell’abbigliamento sportivo con Nike e Adidas, nel turismo con Vienna Tourist Board e Alpitour World, nella ristorazione e food con Wendy’s e Budweisers, nella larga distribuzione con Carrefour o nella consulenza con Accenture e così via.

    Le esperienze possono anche uscire dai mondi virtuali e arrivare nel reale come è successo a Milano all’inizio di aprile nel Metabar, un temporary bar in piazza Sempione creato da Heineken per lanciare l’Heineken Silver, presentata a marzo in Decentraland. Uno spazio virtuale con buttafuori e baristi avatar in grado di intrattenere, suonare e interagire con gli avventori.

    Ma chi frequenta il Metaverso e quanti lo conoscono?

    Pare che sia già molto popolato a livello mondiale, circa 350 milioni di persone e 43 mondi digitali attualmente esistenti (vedi articolo de Il Sole 24 Ore). Questi dati sono forniti dalla recentissima ricerca di Vincenzo Cosenza aka Vincos che ha prodotto una mappa dei mondi digitali, rivolti ai consumatori.

    mappa del Metaverso fonte: https://vincos.it/2022/04/16/la-mappa-del-metaverso/

    Cosenza ha dato vita ad un Osservatorio sul Metaverso ‘con l’idea di studiare l’evoluzione degli spazi tridimensionali immersivi, raccogliere le migliori pratiche di branded experience e fare cultura attorno a questi temi’, come leggiamo sul sito.

    Com’è la situazione in Italia? Secondo la ricerca di Sensemakers risulta che solo il 25% degli italiani sa cos’è il Metaverso, mentre il 41% ne ha appena sentito parlare. Significativa è la posizione delle donne intervistate nella ricerca: del 38% che risulta non interessato al metaverso il 45% è donna.

    Metaverso
    Ricerca Metaverso Sensemakers

    Di qui l’esigenza di fare cultura e d’invitare le donne non solo a frequentare i mondi virtuali, ma a comprenderne le applicazioni e le opportunità di lavoro.

    Con le nove protagoniste dell’ebook ho avviato questo progetto di divulgazione e ho trovato l’appoggio di tante amiche ed appassionate che lavoreranno al mio fianco.

    Vuoi partecipare anche tu e sostenere il progetto? Puoi contribuire sia acquistando l’ebook sulle maggiori piattaforme tra cui: Youcanprint, Amazon, Mondadori, ecc. sia facendolo conoscere alle tue amiche.

    Entra con noi nel Metaverso e lasciati ispirare!

    Vieni a conoscere l’iniziativa a Meet Digital Culture Center a Milano il 19 maggio dalle ore 18:30 in poi. Ti aspetto!

    ebook Women in the Metaverse
    ebook: “Women in the Metaverse”

    Fonti:

    https://www.sensemakers.it/news/di-traverso-al-metaverso

    http://www.osservatoriometaverso.it/

    Credits Photo by julien Tromeur on Unsplash

  • Storie in XR: Stephen Black e Sayuri Okayama

    Conoscete il progetto narrativo Storie in XR e social VR ? Nato lo scorso agosto con il fine di far conoscere i professionisti che lavorano e vivono nel Metaverso attraverso le loro storie parla di esperienze in XR e mondi immersivi, di tecnologia e di sperimentazioni. Oggi incontriamo due artisti in un’intervista duplice, Stephen Black e Sayuri Okayama. Ho seguito uno speech di Stephen Black in occasione di un panel organizzato da Katherina Ufnarovskaia per da VR/AR Association dal titolo: “Bubiko foodtour: at the intersection of art, AR and food”. Da allora siamo entrati in contatto e mi sono appassionata alla loro storia che parla di tecnologia, food e tanta arte.

    Nessuna descrizione alternativa per questa immagine

    Chi è Stephen Black / Who is Stephen Black

    Stephen Black è un artista e produttore in realtà aumentata, scrittore e regista in spatial film. – Stephen Black is an AR Artist/producer, writer and OARC’s 2022 spatial filmmaker.

    La duplice intervista è in lingua inglese. Enjoy!

    When have you approached AR? Do you remember your feelings? Please tell us your first experiences.

    SB: The first time I saw AR being used was at the National University of Singapore in about 2003. What I saw was very simple; when a tablet was held over a couple of colored blocks, some text appeared. It was explained to me that AR is something like a QR code, but with more possibilities.

    SO: I had heard about Pokemon Go, but never tried it. The first experience with Bubiko and AR took place in Chiang Rai, Thailand where we used a simple AR app byHewlett Packard and were assisted by a boy about 10 years old who was really clever.In Hong Kong and Shenzhen I saw other people’s projects, many of which were demos. But I would say that the 19 Crimes wine label and app was the first AR experience that really brought everything into focus as it was simple, impactful and easy to use.

    In 2012, Stephen worked with Eugene Soh on a project called SPOKEN, which was a virtual gallery. They showed the works of many artists and it seemed  very interesting. But it was short-lived and this made me feel a bit strange. There was so much work involved and so many interesting artists but so little public response. And there wasn’t any discussion at all about money. Now I see that it was ahead of its time, and how it connects with what is being called the metaverse. Now I understand about how AR and VR are examples of spatial computing, but I am not very good with technical topics.

    Is the XR useful for an artist to express his art? Do you prefer AR to VR?

    SB: Although I have a long career as an artist, and have been focused on AR since 2015, it was only last year that I could finally begin to work with GeoPose AR in a purely artistic and conceptual way.

    One project was simple: A Flock of Bagels, in which bagels swirl from the ground upwards, accompanied by a soundtrack by Antonello Arciuli.

    Another project, Snake Lighter, was a collaboration with Daniel Bainbridge, a New York-based sculptor. We experimented with scanning his sculptures and eventually settled upon a piece called Monkey Mop Boy, which was something like a mask. Once I had the 3D model, I used it to form patterns which then became part of a site-specific installation. I must mention the technical support we received from XR Masters, Augmented.City and Scandy. This leads me to information that answers your question: there are many technical issues to be resolved when making art with XR. 

    Is XR useful for artistic expression? Yes, most definitely.

    However the technical and financial aspects can be significant. VR is even more challenging. For me, the biggest challenge for both is that 3D models are required. I cannot yet make a simple 3D model, let alone a complex one. 3D model makers are artists, so my projects are always collaborative. And if the models are to move, there are artists who specialize in making motions. Again a collaboration!  I should mention that  with Bubiko we are using motion capture to make Bubiko’s motions more natural, and this is being done with the help of Mad Marker, building upon the work of Novaby who really helped us with the initial 3D realization of Bubiko.

    I read that you have been researching and testing spatial cinema ideas since 2016. How did you approach this technology?

    SB: I must mention that, from 2002-5 I was the creative director for an educational 3D game making startup in Singapore. So there I learned about spatial computing, which is the “parent” of VR, XR and AR. Unfortunately the CEO of that company, and my friend, passed away suddenly- on the day of our launch! Many possibilities vanished with his passing.

    To make a long story short, when the Oculus was released in 2015, I took that as a signal to enter into the world of spatial computing.

    But I am not a programmer. I began to act upon ideas for a VR startup that I had been developing. But when I looked at the production costs and numbers of users for VR, and then compared them to what was being planned for AR, it felt natural for me to ficus on AR. Everyone mobile phone in the world can display AR, and  because we use reality itself as a background, it can be much less expensive to create dynamic AR experiences.

    Initially, the only choice was to read, study, network and learn as much as possible about all kinds of AR. I knew that I wanted to tell stories using my background as a filmmaker, but was not sure how this would be possible. I also thought there would be interesting AR possibilities for dance and performance art.

    Let’s talk about Bubiko’s project. Bubiko was a co-creation between you and Sayuri Okayama. When and where did you meet and start working together? Can you explain your project?

    SB: Sayuri and I met in 2011, but we decided to become involved with AR in 2016. Although we were living in Bali, we suddenly encountered visa complications, and made the decision to become digital nomads, researching both the food of Southeast Asia and the possibilities of AR. We were in Kuala Lumpur when we made the first paper version of Bubiko and took her to a food fair. We photographed her as a way to visualize what it would be like when she was a proper 3D model being seen in AR. Eventually, our networking and collected knowledge led to a presentation at Sasin University in Bangkok. Some time after that I gave presentation and workshops at Hong Kong PolyU and in Shenzhen. In January 2019, the Bubiko project was invited to MIT for the first time.

    Bubiko
    Bubiko in Blimp

    Now, thanks to the support of many people, Bubiko is an active pioneer in the world of GeoPose-based AR. She starred in historic short film made with GeoPose AR. She is still very “underground” but she is moving towards becoming a start of spatial cinema, with a strong connection towards healthy food oaf all kinds, especially those of Southeast Asia. And yes, she is experimenting with an NFT.

    SO: I decided to work on AR with Stephen because we were in a very unusual situation with a lot of uncertainty. AR seemed like it would be a constant, a goal. I thought that AR would be interesting when we thought of the Bubiko idea.

    Stephen had been speaking with a VC about a VR project and there was funding that was being seriously discussed. But then, unexpectedly, we had a visa issue to solve and when that was finally settled, Stephen started showing me information about AR. 

    It seemed like AR would become very popular as all that was needed was a phone. We decided that AR would be a better choice, because it seemed like it would be easier to create content  than VR, and for  a bigger audience. This was before ARKIT and ARCcore were released. When these two platforms were released we felt we made the right decision.

    My background is in hotels and travel so we decide to work with these ideas and Stephen combined his art background and experiences with Cartoon Network, and we just lept into the AR world with Bubiko Foodtour.

    We were very clear about an idea we called “tabletop cinema”. We envisioned Bubiko appearing on a table, combining education and entertainment. We weren’t exactly sure how this would be possible, but we just kept researching food and AR. You can see some of our progress on Bubiko’s Instagram account. At first we used paper dolls, then thanks to Novaby and Flamingo Filters, we were able to start putting Bubiko on tables and elsewhere.

    Chinatown mural
    Chinatown mural dim sum zodiac Bubiko

    I should say that Stephen and I have been apart because of Covid, which makes things very challenging as I cannot leave Japan. But still we were able to create Bubiko: First Flight, a short film in which Bubiko flies through Bari, Italy and a nice little cafe. The film has been called as historically signifiant as the world’s first website.

    We just take one day at a time. We have gone far with no funding. We are looking at NFTs. DAOs too. Bubiko is ideally positioned for the metaverse: AR and VR.

    What are 3 words you would use to describe Sayuri? Tell us why you choose them. And what’s about yourself?

    SB: I would say Sayuri is detail oriented, cautious and creative.

    Detail oriented: because she excels at planning our trips and projects.

    Cautious: because she is inherently shy as well as extremely concerned about preventing mistakes from happening. She does not automatically say “no” to new ideas, but will ask a lot of questions before she feels comfortable acting upon them.

    Creative: Sayuri’s creativity and sensibility have made Bubiko’s appearance and mannerisms believable and charming. As we begin to work more with photos, videos and edutainment projects her creativity will further be on display.

    For myself, I would say that I am lucky, hardworking and unexcitable.

    Lucky because my backgrounds as an artist, photographer, filmmaker, producer and writer are now interacting and being fully utilized as I explore the new worlds of AR and VR. I am also especially lucky toe surrounded by so many positive and supportive individuals, organizations and companies. Sayuri and I are not with a big company, nor associated with a university nor receiving grant money; we are self-funded in a world where that is extremely unusual.

    Hardworking: Sixteen hours a day, or more.

    Unexcitable. I cannot say I am truly patient. But whether things are going great or terrible, I think I still plod on. When things go well, hopefully that is the result of the hard work and planning. When something bad happens, I know that that is a part of life and should not be cause for prolonged unhappiness.

    In 2020 you created in Bari a spatial cinema experience called Bubiko: First Flight. “ and you worked with Augmented.City. How did this collaboration with Katherina Ufnarovskaia start?

    I was invited to speak at the 2020 VIEW Conference in Turin, which is a remarkable event devoted to animation and motion graphics. In order to really showcase the potential of GeoPose AR, I wanted to make an AR installation in the venue, the OGR, which is a renovated train station. The idea was to have Bubiko flying around signs, videos, balloons and festive, VIEW-related 3D models.

    However to do this, I needed technical support and more. I asked Jan-Erik Vijne, the Managing Director of the Open Augmented Reality Cloud, if he had any suggestions. He suggested Augmented.City, who are doing pioneering AR work in Bari, Italy. I first spoke with Vladimir Ufnarovskii, Katherina’s partner and soon we had a plan to prepare for the OGR.

    Turin menu
    Bubiko Turin menu

    However, Covid  caused a few complications, and the physical VIEW was cancelled. But I was already in Italy, and so the decision was made to create something with the brand new AR testbed that AC made. Suddenly I was learning how their AR system worked, storyboarding, working with Novaby to create a blimp  for Bubiko, looking at locations, and so much more. In less than two weeks we had  the basics of a short film made with AR, a film which has been said to be as historically important as the world’s first website. Have a look at this video.

    You wrote the “Bubiko Foodtour’s Unusual Guide to Augmented Reality” as an introduction to AR technology. Why did you decide to write a guide?

    I could talk at length about my writing and publishing experiences. But to keep it short, I wanted to create a publication that would allow me to connect to AR practitioners. I made it very clear that the book would be outdated almost immediately, and that anyone who bought it should contact me  for the latest version, the most recent update.

    Because I did not do marketing, I did not expect any sales. And this has proved to be correct!  This does not make me unhappy! It means that now, if anyone does buy  that book and writes to me, I will be forced to update it. And this  will make me happy, because it will mean that I can create a version which is based on both on my recent real life experiences, as well as the latest developments in all of AR, not just GeoPose.

    Next October VIEW CONFERENCE 2022 will return in Turin. If you were there which project would you present?

    If I would be invited, I would share the results of the following projects: Snake Lighter, Flock of Bagels, Soda Bread in Time and Space, and, the latest AR adventures of Bubiko.

    It would be wonderful to install these in the OGR.

     

  • Storie in XR: Katherina Ufnarovskaia 

    Le storie in XR si occupano oggi di realtà aumentata ed incontrano Katherina Ufnarovskaia che ho conosciuto grazie alla VR/AR Association. Avevo seguito alcuni suoi interventi in panel dedicati al turismo, in quanto ricopre il ruolo di Co-Chair VR/AR Travel&Tourism Committee.

    Chi è Katherina Ufnarovskaia 

    Katherina Ufnarovskaia è CEO e Business development alla start up Augmented.City e Co-Chair VR/AR Travel&Tourism Committee.

    La storia di Katherina

    Scopriamo insieme i primi passi di Katherina nell’XR e le sue passioni per la realtà aumentata ed il turismo. L’ho intervistata per voi.

    primo piano di Katherina
    Ritratto di Katherina

    Quando e come ti sei avvicinata all’XR? Quali sono i tuoi primi ricordi?

    La mia storia con XR è iniziata nel 2011. Abbiamo iniziato un progetto di R&D con sensori di localizzazione per i dispositivi industriali geodesici. I professionisti che lavorano in questo campo devono prendere misure precise e determinare posizioni esatte, ovvero localizzarsi. Quindi per la prima volta ho toccato il tema della localizzazione e geoposizione che poi ha portato il nostro Team di specialisti di Computer Vision ad un’altra idea di progetto di XR: riconoscimento da cellulare di porte, di locali e facciate di edifici. Sono apparsi sul mercato i primi cellulari abilitati della funzionalità AR (ARkit/ARcore).

    In ottobre 2019 ho creato una start-up con sede a Bari per fare qualcosa che non era mai stato fatto prima al mondo: realizzare il gemello digitale di una intera città in 3D. Per presentare il risultato del nostro lavoro a utenti e curiosi interessati all’argomento del “digital twin” abbiamo deciso di pubblicare, dopo sette mesi, un’app per turisti a Bari: AC Tourist. Questa soluzione AR fornisce informazioni su luoghi d’interesse, bar e ristoranti, utilizzando la tecnologia “AR Cloud”. La nostra app consente di visualizzare velocemente valutazioni e recensioni di esercizi commerciali, leggere approfondimenti relativi a luoghi del patrimonio storico artistico e culturale della città, o organizzare escursioni a tutti gli effetti senza la presenza di una guida turistica. E per la prima volta, la precisione con cui i riferimenti virtuali corrispondenti agli oggetti reali è nell’ordine del centimetro.

    È importante sottolineare che il concetto di Realtà Aumentata non è una novità negli stretti circuiti di R&D. Ma la possibilità di “toccarla” per la maggior parte delle aziende è arrivata solo negli ultimi anni, grazie ai dispositivi più evoluti ed alle prime versioni di smart-glasses. Per tecnologie giovani come l’XR, un anno è un periodo lungo durante il quale la tecnologia comincia ad essere più conosciuta e popolare. Due anni fa era veramente difficile parlare di “digital twin” ossia modello digitale, la gente confondeva VR con AR. Oggi durante la pandemia la gente comune, nei mercati di consumo si è maggiormente interessata a questi argomenti. E anche a livello tecnico abbiamo fatto grandi progressi: ora la nostra XR è persistente e condivisibile, in parole semplici significa che tanti utenti simultaneamente possono osservare la stessa scena in realtà aumentata, quindi il contenuto non scompare dopo aver chiuso l’app. Questa funzionalità ha dato vita al cosiddetto Spatial Cinema.

    Scene di grafica 3D con personaggi animati possono essere inserite nel mondo reale. Quindi è possibile vedere, ad esempio, la scena di una battaglia storica 3D nel Colosseo.

    San Nicola

    Che cosa ti ha affascinata dell’AR? E quali esperienze reputi più interessanti e utili per i consumatori?

    È difficile dire dove l’AR sia più utile, perché la possibilità di ottenere velocemente informazioni aggiuntive e vedere oltre il mondo reale è quasi essenziale in un mondo dove i processi e i tempi di vita aumentano di velocita ed efficienza ogni giorno di più. Ad oggi sono già noti i settori in cui si stanno implementando soluzioni basate sull’XR: turismo, entertainment, education, industria, edilizia/costruzione, marketing, arte, cultura, ed in campo militare.

    Katherina con una collega

    Una galleria d’arte, un museo, un’industria, ma anche un comune cittadino possono facilmente creare una ricca esperienza interattiva basata sull’AR. Ad esempio:

    • Una mostra d’arte virtuale o una guida AR avanzata in un museo, senza l’uso di goffi dispositivi.
    • Un flusso di lavoro AR su un piano industriale o una piattaforma petrolifera per il controllo di gestione o per la formazione.
    • Una guida AR in un ristorante che può raccontare ai visitatori qualcosa sul cibo che stanno degustando
    • Giochi AR interattivi
    • Un nuovo entusiasmante strumento per mostrare a potenziali clienti come saranno i loro appartamenti.

    Gli ambiti che personalmente preferisco sono il turismo, il mondo della formazione e dell’industria. Questo perché percepisco i vantaggi che può portare l’utilizzo dell’XR.

    Ad esempio, noi lavoriamo in ambito scolastico con ragazzi tra i 10 ed i 17 anni, ed è molto motivante, perché sono immediatamente visibili gli effetti degli approfondimenti ai contenuti storici scientifici trasmessi con l’XR, oltre a suscitare un interesse che fa brillare gli occhi dei giovani.

    I nostri figli, che siano bambini o adolescenti, mai come oggi hanno bisogno del nostro supporto per apprezzare e individuare i veri valori delle nostre radici, del nostro ricchissimo patrimonio culturale e la necessità di studiarlo. Alcuni argomenti possono risultare noiosi per i giovanissimi, spesso perché non si riesce a parlarne nella loro lingua.

    È un dato di fatto che loro sono più tecnologici di noi; la tecnologia è il loro mezzo di comunicazione. Dobbiamo imparare anche noi a saperla utilizzare per trasmettere i veri valori della conoscenza.

    realtà aumentata

    Quali opportunità può offrire l’XR al settore turistico durante la pandemia e successivamente con la ripresa dei viaggi?

    Spero che questi siano gli ultimi mesi di questa terribile pandemia. Ma ciò che rimarrà dopo questo periodo particolarmente strano è che la gente terrà molto di più alla propria privacy, alla salute ed alla sicurezza. L’utilizzo del proprio smartphone che può mostrare più contenuti di valore (rispetto all’utilizzo di dispositivi condivisi), sarà il trend di prossimi anni.

    Avvicinare i turisti, soprattutto se giovani, a temi difficili da capire come la storia, la cultura e la religione non è facile. Una soluzione può essere quella di utilizzare un nuovo approccio come la Gamification. Possiamo raccontare questi concetti attraverso i loro personaggi animati preferiti. La tecnologia XR permette ai turisti di conoscere in modo più suggestivo il patrimonio storico di ogni piccolo luogo, elevando la qualità dell’esperienza del turista in generale. L’XR è uno strumento estremamente potente per promuovere e valorizzare il patrimonio artistico e culturale.

    Grazie alle nuove tecnologie è possibile organizzare eventi da remoto in luoghi diversi nello stesso momento. Un artista non deve più viaggiare per mostrare alcune sue opere d’arte. Se esiste già una copia digitale (spazio 3D) della città, un artista facilmente può realizzare una mostra in realtà aumentata (senza dover pagare l’affitto di uno spazio espositivo).

    Un’altra novità è rappresentata dalla guida gastronomica. Un personaggio 3D può presentarsi al tuo tavolo del ristorante e raccontare la storia del piatto che hai ordinato. Sembra una cosa fantastica specialmente se parliamo di un ristorante di cucina asiatica in occidente oppure per i turisti provenienti da paesi asiatici o arabi che ordinano un piatto europeo a loro sconosciuto.

    L’app costruita con la collaborazione della città di Bari è stata presentata nell’estate 2020, ma ha già vinto premi prestigiosi come Huawei Innovation Contest 2019.

    Il premio è stato vinto dalla tecnologia che abbiamo utilizzato e non dall’app. Fra poco non sarà necessario scaricare un’app per godere dei contenuti del Metaverso. La tendenza è arrivare alla webXR, cioè un utente dovrà solo aprire il link su un browser e utilizzare la camera del suo smartphone.

    Quali caratteristiche innovative ha e quali altre città sono previste nel prossimo futuro? Facendo il download ho letto che sono disponibili San Pietroburgo e un quartiere di Amsterdam.

    Ad oggi abbiamo spot in 167 città del mondo tra Italia, Stati Uniti, Olanda, Inghilterra, Russia, Turchia. Recentemente Ankara e Istanbul hanno ricevuto lo status di un test ben 3D grazie alla nostra app che ne ha realizzato il digital twin. Siamo motivati di non fermarci.

    management system
    Management system AC

    Quale sarà il ruolo dell’AR all’interno del Metaverso di cui tutti parlano negli ultimi mesi? 

    Il Metaverso è un’altra dimensione, uno spazio libero, ancora privo di censure per ampliare e migliorare il mondo reale. Il Metaverso è XR, ma globale. C’è ancora tanto lavoro da fare per sviluppare e consolidare il Metaverso. L’AR potrà essere uno strumento indispensabile per la sua fruizione, ma la tecnologia, di pari passo con la sua diffusione, ha ancora molti traguardi da raggiungere.

    In futuro le riunioni che oggi si tengono via Zoom o altre piattaforme di videoconferenza molto probabilmente si terranno nel Metaverso, con una migliore interazione tra i partecipanti. Avremo un gemello digitale del nostro Business e amplieremo enormemente la nostra rete di relazioni commerciali e personali. Alcune aziende sono già al lavoro per creare ibridi basati su avatar di realtà virtuale e ambienti in realtà mista che trasformano il lavoro a distanza in un’esperienza significativa e produttiva. Il mondo dell’Education sarà stravolto da questo nuovo approccio, con innovative piattaforme che raggiungeranno milioni di studenti con modelli formativi molto più immersivi e performanti. Il Metaverso, che ormai tanti chiamano Multiverso, rappresenterà secondo molti una rivoluzione pari a quella che c’è stata con l’avvento di Internet negli anni ’90. I primi capaci di comprendere la portata di questa rivoluzione certamente ne trarranno enormi benefici.

  • Storie in social VR: Stefano Lazzari

    Le storie in XR e social VR tornano in Italia ed incontrano Stefano Lazzari noto nel metaverso con l’avatar Stex Auer. Ci siamo conosciuti in alcuni eventi in AltspaceVR, perché fa parte del gruppo Pyramid Cafè e di Meta Oculus Community Italy® | Italia. Affascinata dalla sua competenza su VR e mondi immersivi, ho scoperto di avere molte conoscenze in comune con lui. In fondo i mondi XR e social VR sono delle piazze virtuali dove il networking esce dalla rete e diventa reale.

    Chi è Stex Auer

    Stefano Lazzari aka Stex Auer è un Innovation evangelist, Media Content Manager e Social Media Strategist. Nel 2018 ha fondato Digitalguys.it, un network tra professionisti del digitale. A mio parere, risponde perfettamente all’archetipo dell’esploratore, perché fin dagli anni del boom di Second Life ha continuato a far ricerca e a tracciare nuove vie.

    La storia di Stex

    Scopriamo insieme i primi passi di Stex nell’XR e le sue passioni per i mondi immersivi. L’ho intervistato per voi.

    Stefano Lazzari
    Stex Auer

    Ciao Stefano, presentati ai nostri lettori con 3 parole chiave

    Ah, partiamo difficile, Simo!  ma è una sfida a pensare, e dunque l’accolgo ben volentieri e… fammici pensare… a few more minutes of waiting…ecco.

    Traiblazer

    Sono un trapper, un tracciatore di piste, ho vissuto da pioniere quando i modem pigolavano a 54 k, quando le pagine web erano grigie, i testi del minitel erano verde fosforo, quando la rete, tutto quello che stiamo vivendo era nei  romanzi cyberpunk, e si faceva phreaking nelle cabine della SIP, ci si incontrava con Gomma e Caronia a COX18, si  leggeva Decoder e Neural e si ascoltavano le Posse e i Talking Heads.

    Chi è pioniere, pioniere resta, annusa il vento per sapere da che parte arriverà la pioggia, e legge le orme sul terreno per capire il futuro… con il  GPS in tasca ovviamente. Spento. Tanto non serve.

    Space cowboy

    Dei miei trent’anni ho perso l’elasticità, ma perdio sulla tastiera vado veloce, molto veloce, e giù nel ciberspazio poco  conta quanto l’entropia universale ha influito sul tuo corpo fisico. Il bello di essere un vecchio geek è che non c’è missione disperata che ti  spaventi, non c’è ingaggio economico, o carriera che ti alletti o debba raggiungere o  difendere. Un grande sogno e i soldi per realizzarlo. Io ci sto,  vengo anche solo per divertirmi. Anzi, spesso solo per  quello.

    Zoomer

    Sì, sono un Boomer, ma zip.  Moses Znaimer è il nostro campione.  everythingzoomer.com la nostra bandiera.

    Una buona definizione di noi Zoomers italiani potrebbe essere quella di “Generazione de I Quindici” di cui io mi onoro di avere la prima edizione del 1964 e sulle cui solide fondamenta basa tutta la mia insaziabile sete di  futuro. “il meglio deve ancora venire” ci diceva. Ed è il  minimo che mi aspetto.

    Stex alle origini del metaverso
    Stex alle origini del metaverso

    Ti definisci nel tuo profilo LinkedIn ‘Innovation evangelist’ che cosa significa per te l’innovazione?

    Altra bella domanda. Mi sarebbe piaciuto lasciarmi trasportare dalla poesia e darti la risposta che più mi  piace.

    L’innovazione è  “La lotta fra tradizione e invenzione, tra ordine e avventura“.

    Queste belle, bellissime parole che mi commuovono alle lacrime non sono mie, sono di Guillaume Apollinaire, il poeta con cui ho condiviso la mia educazione sentimentale e la crescita del mio immaginario e delle visioni che solo la  sensibilità al futuro ti sa dare.

    Credo che la nostra sia stata la generazione che ha avuto la fortuna di vedere arrivare l’onda delle nuove tecnologie, e di averne costruito gli scenari che noi oggi viviamo… o subiamo, perché non siamo stati in grado di governarli. Questo sarà compito della generazione che ci segue e che avrà questa grande sfida da risolvere: fare andare il futuro  dove è meglio, possibilmente con equità, inclusività e resilienza.

    Per questo motivo e non per altro, per dare il testimone di questa corsa, dò la mia seconda definizione preferita:

    L’innovazione è la  capacità di realizzare l’improbabile

    Queste sono le parole di Piero Bassetti,  fondatore e guida della Fondazione Giannino Bassetti, che sintetizza molto  bene il mio pensiero nella sua trasformazione da poetico a pratico, probabilmente più utile come strumento per  manipolare il futuro. Diamoci una mossa!

    Il tuo avatar ‘Stex Auer’ che definisci ‘gemello digitale’ è lo stesso fin dal 2006 quando sei entrato nel Metaverso? Perché hai scelto questo nickname?

    Intanto sapere cos’è un gemello digitale, aiuta.  Ci dice Wikipedia:

    Un gemello digitale è la rappresentazione virtuale di un’entità fisica, vivente o non vivente, di una persona o di un sistema anche complesso.”

    Di me stesso ho spesso detto: “io  sono tutti i miei  dispositivi”, mettendo sullo stesso piano ogni  forma nella quale  si  rappresenta la mia personalità, che sia un profilo social, un avatar, la mia persona.

    Dunque sì, io sono me stesso in tutte le mie manifestazioni digitali o fisiche, Stex è Stefano, e lo è da sempre, e lo sarà: se ho tante espressioni corporee, ho un’ identità unica.

    Anche il mio Nickname è in effetti il frutto di una fusione: Stex è un mio soprannome storico. Me lo diede la fidanzata di Alberto Marchisio negli anni  ’90 una sera a casa sua, ragionando di musica (Alberto stava scrivendo per Castelvecchi “Trance & Drones” un libro sulla musica elettronica), mentre Auer era un “cognome di generazione” in Second Life, lo si poteva scegliere da abbinare al nome da una lunga lista. Cercavo Willer, Stex Willer,  ma non c’era. Ho scelto Auer, suonava altrettanto bene. Da allora Stex e Stefano sono la stessa cosa. Stefano non mi chiama più nessuno, neppure  mia moglie.

    Stex Auer
    Stex nel metaverso

    Ricordi le tue prime esperienze in XR e il tuo primo visore?

    Certo che si! Sarebbe come non ricordarsi della prima bicicletta, del primo bacio.  Mi ricordo, inquadrai la cover del  libro di Steve Jobs,  editato poco dopo la sua scomparsa, dove campeggiava il suo ritratto che si mise a parlare. Come un quadro a Hoghwarts. Fantastico. Il mio primo visore è stato un Oculus Rift, tutt’ora perfettamente  funzionante a fianco del fratellino Quest. Che dire? Avevo gli occhiali appannati, metterlo fu un casino, e togliendomelo mi caddero a terra. Non un grande inizio. Ma poi è stato amore.

    casa di Stex Auer nel metaverso
    La casa di Stex

    Eri appassionato di Second Life e all’epoca conoscevi già Magicflute Oh? Ci puoi raccontare qualche aneddoto curioso e/o divertente dei mondi virtuali che frequentavi?

    Sì,  ci siamo conosciuti in Second Life,  negli anni del Boom della  piattaforma. Cose mai viste. E  ancora oggi rimane  quella che più si avvicina al concetto di Metaverso… ma è un altro discorso. Dunque dicevo… certo non era l’unico  mondo possibile, anche allora ci furono diversi esperimenti.

    Uno riuscito era v-Side,  un mondo oggi scomparso.

    Sono entrato in vSide nel 2006, allora si chiamava ancora “The Lounge”. Bello graficamente, con molte possibilità di lavorare sul movimento e l’espressività dell’avatar: danzare, muoversi, esprimere emozioni con il corpo. Gli ambienti statici, ma pieni di luci e ombre, anche se le texture erano evidentemente fasulle e un po’ piatte, sembra di muoversi in ambienti profondi.

    Un ambiente blindato, senza altra possibilità che giocare, ballare, fare shopping. In giro, nugoli di ragazzini dai nomi improbabilissimi e dal linguaggio fatto di “yo!” “lol” e poche altre parole acronimizzate, del tutto incomprensibili. Giocano a fare piramidi umane, balletti sincronizzati o cascano a terra dal ridere.

    Me ne sono andato perchè non capivo letteralmente nulla di quello che si dicevano, Uno slang che mi ha  condannato all’esclusione. Le poche volte che cercai di dialogare,  mi sgamavano subito, usavo troppe parole…

    Sei da vent’anni nel digitale e soprattutto nel content. Quali cambiamenti positivi e negativi hai notato e puoi evidenziare?

    Cambiamenti, nel  senso di evoluzione, tantissimi. Posso dirti tranquillamente che praticamente nulla di quello che  erano le procedure e le tecnologie per lavorare nel digitale a fine anni  ’90 e poi nel web del 2001 esiste oggi. La cosa  che però mi preme sottolineare che nulla di quello che riguarda il mio lavoro esisteva prima.  Letteralmente. Ce lo siamo praticamente inventato.  Siamo stati in assoluto i primi a comunicare con il digitale. E questo mi fa pensare che molto probabilmente fra vent’anni, quando si  farà questa domanda a chi oggi inizia il percorso delle  VR/XR/AR si  troverà a dire le mie stesse parole, e tutte le tecnologie che useranno,  oggi  semplicemente,  non esistono.

    Il  digitale, per sua natura, è una cultura che non ha pratiche tradizionali, è continuamente in perpetual  beta, l’instabilità è il suo stato naturale. Leggete Kevin Kelly,  in “L’Inevitabile”,  racconta bene questo stato. Non so se è bene o male.

    Com’è nata l’idea di fondare nel 2016 il network Digitalguys.it? Quali esigenze può soddisfare?

    Nasce dall’idea di mettere a fattore comune le conoscenze che avevano un gruppo di colleghi e amici per seguire sentieri fuori dai percorsi professionali convenzionali, esplorando percorsi nel digitale e nelle tecnologie poco battuti: in primo l’etica, e poi oggi, la virtualità. In futuro, vedremo!

    Hai collaborato alla costituzione di Meet The Media Guru e ora sei all’interno di Meet – Digital Culture Center. Recentemente mi hai scritto: È ora che la tecnologia si rifletta nella cultura e non viceversa’. Ci spieghi il tuo pensiero e il tuo ruolo in Meet?

    La mia storia professionale si è intrecciata con quella del Meet veramente in tempi non sospetti, all’alba di quegli anni  ’90 in cui tutto è cominciato. Sin da subito la rivoluzione digitale si rivelò come un processo innovativo, nato tecnologico, ma che in effetti coinvolgeva tutti gli ambiti del nostro vivere. È così pervasivo, così facilitante, così leggero e così rapido, così adattabile a tutte le nostre attività che l’abbiamo fatto nostro con entusiasmo, senza troppo soffermarci sulle sue esternalità.

    I cambiamenti avvengono in corso d’opera e non è facile riconoscere quando è il caso d’intervenire. È il dilemma di  Collongridge:

    Quando il cambiamento è ancora facile non ne comprendiamo la necessità. Quando il bisogno di un cambiamento è evidente, è ormai difficile e costoso introdurlo.”

    Ebbene è ora di iniziare a ragionare sul futuro della nostra società digitale a tempo, prima che sia troppo difficile e  costoso farlo. Noi crediamo che per poter effettuare questo cambiamento, il driven sia la cultura che deve condurre, e  non farsi più condurre dalla tecnologia.

    Intelligenza Artificiale, Virtualità, Robotica, Blockchain, cosa ne vogliamo fare?

    Parte del mio lavoro al MEET è proprio questo, ed è quello che ho sempre fatto: esplorare, guardare lontano. L’altro  è comunicare quello che si è visto e metterlo in pratica.  

    Che percorso consiglieresti ad un giovane che desideri approcciarsi all’XR?

    El niño que no estudia no es un buen revolucionario,  mi diceva Castro. Io da giovane studente negli anni  ’70 ho  cercato (malissimo) di attuare l’idea di studio come pratica rivoluzionaria,  come esplorazione non convenzionale  della realtà, come servizio alla comunità. Forse questa visione non è così obsoleta come sembra, e comunque merita a chi oggi inizia un percorso, una riflessione su come uscire dall’area di comfort dei propri interessi e di proseguire oltre.

    In fondo, niente di diverso da quello che ha detto Jobs: “stay hungry, stay foolish

    In una serata in AltSpace VR ci hai parlato della tua idea di Metaverso dal punto di vista tecnologico, ma soprattutto etico. Quali sviluppi possiamo aspettarci a breve?

    A breve prevedo grandi spostamenti di denaro. Gli imperi si stanno muovendo sullo scacchiere del Metaverso,  qualunque cosa sia nella testa dei grandi investitori. Credo che di etica tocchi a noi parlarne, ma con meno, molto  meno soldi.  Conto che ad ascoltarci ci siano ragazzi affamati e pazzi.

  • Storie in XR: Carlos J. Ochoa Fernández

    Le storie in XR hanno un respiro internazionale nel 2022. Chi frequenta i mondi di social VR e si occupa di XR conosce bene Carlos J. Ochoa Fernández che ho avuto il piacere d’intervistare per voi. Il nostro incontro è nato grazie alla VR/AR Association e in particolare all’Education Committee di cui Carlos è Co-Chair. Da formatrice ed appassionata di extended reality ho iniziato a seguire i suoi speech e a partecipare agli eventi da lui organizzati. Nel 2019 ho avuto anche l’occasione di ascoltarlo dal vivo a Piacenza all’evento ‘Scuola e virtuale’ dedicato all’education.

    Per la prima volta l’intervista sarà in lingua inglese, ma ‘stay tuned’, perché ne seguiranno altre. Ampliamo i nostri orizzonti per conoscere e comprendere i cambiamenti in atto nella formazione e nella comunicazione.

    Incontriamo Carlos J. Ochoa FernándezLet’s meet Carlos J. Ochoa Fernández

    Founder and CEO of ONE Digital Consulting, President VRAR Madrid Chapter, Co-Chair of VR/AR Education Committee, Immersive Learning Founding Member, ICICLE X-Reality for Learning and Performance Augmentation SIG, Member of Smart Cities Experts Group of AENOR (Spain).

    Engineer from Madrid Polytechnic University, MBA from Babson College, Postgraduate in Innovation and Entrepreneurship by Maryland University, Master in Digital Marketing for International Business Development (ICEX) and ITC & Gis Certificate by Siemens Data-Technic Schule (Germany).

    With over 30 years of International experience in the Innovation and New Advance Digital Technologies in ITC Industry and Digital Education. Leading successful organizations (SIEMENS, Sagentia, Altran, Founder and CEO of E_Learning Consulting, ONE Digital Consulting & SmartEducationLabs) with a balanced strategic mission and innovative business development vision.

    Author of many publications, articles, and the White Paper “Best Practices in VR in Education” and “State of Art of XR in Education 2020” by VR/AR Association.

    Foto di Carlos Ochoa Fernàndez

    And now Simonetta and Carlos will talk about XR, VR education and many other topics.

    Let’s start with ‘WHY, as Simon Sinek’s Golden circle ‘docet’. Why did you approach XR?

    Throughout my long professional career, I have been a very restless person, always attracted by emerging technologies and their application to the real world from different perspectives.

    Especially in projects where the integration of complex solutions and technological convergence was required.

    It was during my time at Siemens, when developing the Forest Plan project of the Community of Madrid, on environmental protection in forests and natural parks, we had the need to develop a simulation model of intervention and prevention of forest fires, evaluating its impact and subsequent reconstruction over the years.

    To do this, we used different technologies, a GIS (geographical information system), integration of digital terrain models, cadaster data, land uses, and satellite images at different times of the year, in order to carry out evaluations and simulations, etc. At this time, together with engineers from different universities, we have already developed a very complex three-dimensional visualization and simulation system. Integrating vector, raster and alfa-numeric data in the same model.

    At the Polytechnic University, I specialized in geodesy and photogrammetry and later, I expanded my studies in information technology and geographic information systems for two years, at the Siemens University in Germany. Which allowed me to have a very powerful knowledge and vision of three-dimensional environments, their integration with gis and subsequent modeling for simulations and impact studies.

    I subsequently specialized in urban planning and cultural heritage, applying 3d reconstruction technologies, animations and virtual reality technologies in the development of various R&D projects in Europe.

    This is the evolution and why I entered the world of Virtual Reality. What is synthesized and summarized in one of my favorite projects: The Virtual Reconstruction of the Islamic City of Cuenca, and its evolution over the years to the present.

    City of Cuenca
    Magical and Mystery Tour around Cuenca.
    Cuenca in VR
    Virtual tour – Cuenca Islamic City

    When have you tried on your first headset? Do you remember your feelings? Do you have any funny memories to tell us?

    Yes, of course, I remember those very first experiences. Recently a colleague from the VRAR association reminded me of it. It was around 1993, more or less, at a computer fair in Madrid. When I put on my first VR helmet, that giant device, full of cables, was super heavy and uncomfortable, to say something. The experience was like getting into a diver’s scuba diving suit.

    I remember perfectly that I was in the middle of a deserted street, it seemed like the Wild West… I walked around for a while, and approached a mirror of that stage, and I began to move my arms and I could not see myself reflected. I automatically decided to take off the case and respond to the technical staff…this doesn’t work. If I don’t see myself, it’s not real… They were left with a face of absolute frustration… I left disappointed. I have to confess that I am very much an engineer, I like to touch, feel, and apply… I leave the metaphors for my intimate world.

    In that time, my team and I at Siemens, worked with stereo graphics images from satellites with 3d glasses and silicon graphics workstations, overlaying vector maps in 3d for urban planning and environmental simulation…there were really exciting times. Have a look at this video.

    You wrote the “White Paper” of “Best practices in VR Education” for the international VR/AR Association. You are a co-chair of VR/AR Education Committee and speaker in many conferences and workshops about innovation and immersive realities. What are the benefits of XR in education? Do you think that virtual education will have a great impact in 2022 in Spain and in Europe?

    This is a question I ask myself year after year. And 5 years have passed since my presentation at the International Conference on Innovation in Education ICERI 2016, Are we ready for disruptive education with VRAR?

    After all this time, many hours of investment, effort and evangelization around the world, I see that there is still a long way to go. It is an experience that is sometimes rewarding and sometimes frustrating.

    Sometimes I have the feeling that we take two steps forward and one step back. And I keep wondering why. Why do we keep talking about the same things as 5 years ago, repeating the same slogans and set phrases… without too many promises kept?

    But the lessons learned should make us reflect, listen more to the user’s needs, their priorities, in short, listen to reality, and not work and theorize about an imaginary or desired reality. This doesn’t work like that, and it’s very similar to what’s coming up with the Metaverse at the current time.

    There are experiences, exemplary use cases… but acceptance and implementation take a long time, more than expected. Changes in the educational system require time, and a clear and well-defined value proposition. Beyond slogans about advantages and benefits, what is needed is evidence that supports the use of immersive technologies in the classroom and later, to see opportunities to replicate these successful models. But always from a global perspective, integrating technologies and not observing them in an isolated way. And it is here, for many reasons, that it is worth exploring and analyzing carefully.

    How our ecosystem is configured, where we want to go, what are the real needs of the stakeholders, what is the implementation plan, the training plan, the budget and the sustainability plan that guarantees future investments based on results obtained. And this process, in public education, is very complicated to establish, beyond pilot programs, a lot of will, effort and investment.

    During the last 20 years, I have had the opportunity to work with a large number of international educational institutions, publishers, governments, etc., assisting them in their digitization processes and the results are seen over time.

    The basic pillars are well defined, and if we go down this path, the results, I am completely sure, will exceed expectations.

    To support this conviction, I would like to highlight two of the most representative activities that we have carried out this year from ONE Digital Consulting: The VR/AR Train the Trainers program, with the participation of more than 1.000 teachers from all over the world, and the project “Music with the 5 senses” with the Reina Sofia Music School, to bring classical music and values closer to young people from 13 to 17 years old, to schools.

    Music with 5 Senses. DES 2021 IFEMA

    More than 1,000 students from different educational centers in Madrid have already experienced in first person, with a truly outstanding acceptance.

    the Reina Sofia Music School

    Education and training are the basis of everything, and especially when we want to implement new changes in the society.

    The Covid-19 pandemic caused a disruption in education. We have experienced an important adoption of VR and AR in some schools and universities (Università degli Studi di Napoli ‘Parthenope’ and Politecnico of Turin). Someone started to teach in metaverse (Altspace VR, etc.)  What are the most important changes we should make in educational strategy and in learning methods?

    Education is a system; teaching is an action; learning is a process.’ Terry Heick.

    Yes, it is true that Covid has had a direct impact on all aspects of our daily lives and, of course, on the educational system. Revealing the great weaknesses that it maintains, the problems of sustainability and technological adaptation, methodologies and responsible adoption of devices, connectivity and accessible content.

    It has been a global experience, where the answer has been: save yourself.

    In the face of great challenges, small solutions. This has helped certain institutions, or rather I would say, individual evangelizers, have been able to find solutions that would allow virtual access to classes, monitoring and tutoring. And with more or less success, some institutions/teachers have entered the world of collaborative virtual platforms, learning with their students to get the best possible performance and results. Discovering how to apply them, improve performance and maintain contact with students, in the best possible way. And all this, expanding the local ecosystem and having the opportunity to share experiences with teachers and students from all over the world. Something completely unimaginable just two years ago.

    I would not dare to call these platforms Metaverse, since they were not born under that architecture or functionality, but they have served to learn to interact in a virtual environment, interact in a community and carry out activities that would have been impossible otherwise.

    During these exciting times, some truly pioneering experiences have been developed worldwide, in which I have been lucky enough to actively participate and collaborate. As the first virtual congress of AWE in 2019; the first virtual congress of Educators in VR in Altspace, with thousands of participants from all over the world connected 24-hour online sessions throughout a week; or the experience of ILRN and its virtual platform in Virbela. An authentic global virtual campus, with classrooms, work centers, meeting rooms and experiences, open to Universities and Communities from all over the world.

    Now, with the progressive return to the new normal, it is time to carefully analyze what we have learned, and how to apply a hybrid learning model and how to restructure teaching and learning methodologies in this new context.

    At this point, many contradictions and discussions between presence and virtuality appear. And this is not the debate.

    Generally speaking, Schools and Universities must train us as citizens and future entrepreneurs or employees of organizations in the real world. And this real world is rapidly changing towards collaborative, multidisciplinary, virtual and global organizations. Where their main activities are developed focused on projects, with teams built specifically focused on that project. They start and ends very fast, and rebuilt based on the specific needs of every kind of project. Therefore, presence does not make sense and in many cases, it is expensive and unfeasible, since these multidisciplinary teams are spread all over the world, in addition to not adding value to the client.

    Obviously, educational institutions, their leaders and governors, have to be aware of this, or else, the educational system, the years lost and the degrees obtained will not serve to get a job in the digital society, reasons for frustration and drop out.

    In this context, the current staff and their role must also be redefined. They must become change agents, intrapreneurs in their organization, and be trained in new methodologies and ways of working that are closer to today’s societies, more digitized and transformed, in order to take on its new challenges and not frustrate students on their way to find work after years of study, effort and sacrifice.

    Thus, a redefinition of the educational system at a global level, a methodology review of teaching and learning methods is urgently required. Combining real life experiences, with ethics and essential foundations of philosophy and science.

    And why do I say this? Many of the current challenges of the human being have already been raised by the classics, and if we read and listened to them more often, they would help us to solve future situations much better, which have been repeated throughout the history and evolution of man on earth.

    Regulation, transparency, and ethics for meta-humans, a challenge for real humans.

    What would you suggest to a young person who wants to approach immersive realities? 

    My personal recommendations would be the same that I make to the students who carry out their internships in our company ONE Digital Consulting center.

    First, open your senses well and be willing to get excited and excited by living and experimenting unique experiences. If you’re not going to do something extraordinary, forget it. You better not to try.

    Study, read and participate in reference forums and events, which allow you to complement your education and skills, and identify your future road to success. Looking for that space, where your commitment, contribution of value and knowledge, will make you feel that you are doing something truly unique and transcendent.

    Do not get carried away by siren songs, bloggers and easy marketing mega trends, there are no shortcuts. Effort, work, study and the network will be your allies. These can be anywhere in the world and you can be one of them.

    Study and let yourself be advised by experts, mentors who will help you develop this new career, which requires time and being constantly up to date.

    Practice, enjoy and unleash the imagination where no one has gone before. There you will have your reward and it will be excellence.

    Immersive realities, is the convergence of several advanced technologies, where you must find the best journey peers to complement your value proposition. You will find them on the net, groups of experts… there are innumerable channels of experts with incredible talent, you must be there.

    During the summer of 2021 the metaverse became a buzzword and attracted many brands. What should we expect in the future?

    We live in challenging and confusing times. A very harsh reality, where great inequalities appear between countries, cultures, regions… which makes us a much more fragile society than we initially thought. And this has its impact on the economy, personal development, customs, quality of life, and of course on education…etc. You have to be prepared to act and deal with unpredictable situations at all times. Be alert to signs, changes, migrations, pandemics, climate change, new forms of work, coexistence, leisure, communication, and personal relationships. This opens opportunities and in turn, closes doors.

    The digital transformation agenda has been disrupted. There will no longer be a beginning and an end. It is a permanent state of adaptation to the social ecosystem that is in permanent transformation.

    Although it is true that apparently many of these changes are not visualized, they are perceived as a tsunami, which arrives almost without warning and devastates everything.

    The phenomenon of the Metaverse is a clear example of this. Something that everyone talks about, and very few know, understand, and are able to visualize it and materialize it in the future.

    But there is no doubt that new business models are being developed, regardless of existing rules and regulations, where winning is the fundamental objective, at any cost. After great phrases, words, and marketing actions, strong trends appear that impose their fashions or part of them. In any case, this would be part of another very dense chapter, and for now, I do not want to go much further. But I am especially interested in some aspects, in particular those related to education.

    And education is the basis of everything. Educate in, by, and for.

    I recently had the opportunity to host the Metaverse at Education panel at the VRARA Metaverse Summit. “Are we ready for MetaEducation” was a complete success, with more than two hours of debate, 5 speakers, 60% women, and more than 200 online attendees. Here we talk about the current state of the ecosystem, the progress made in these two years, and the impact it was having on the world of education. We reviewed the benefits and barriers, as well as relevant critical aspects, on security, identity, bullying, harassment, equality, etc… a very interesting debate that opens the doors for us to work on these new horizons that are opening up before us and that I have allowed myself to go back into new immersive spaces and define the interrelationships between emotions, expressions and their temporary or ephemeral materialization in micro-universes.

    Last but not least, I would love to share my very first experience around what I call “Metaphorical MicroUniverses”.

    Carlos J.Ochoa MicroUniversos
    MicroUniversos Metaforicos

    Last year I received a commission from the Escuela Superior de Música Reina Sofía to record a classical music concert with works by Mozart, Tchaikovsky, and Respighi. In order to make it reach schools, during the pandemic, through immersive virtual reality experiences.

    To do this, we recreate 13 unique experiences, around each of the themes of the three musicians. Contextualizing them around an immersive story and narrative, with the story of a luthier, who explained the history of the construction of a violin, until reaching the interpreter who manages to get the best sound out of unique wood.

    More than 2,500 hours of work, recorded with 3 360º cameras, many hours recording sessions, ambisonic sound, more than 20 different locations, 3D models and recreations, virtual environments, and their integration into an immersive space, which recreates these “Metaphorical MicroUniverses”, which have already toured several schools in Spain with truly extraordinary success.

    An experience that can only be enjoyed from this space in virtual reality, and that is the context where we continue working on new immersive experiences… that will soon see the light. Have a look at this video in YouTube.

  • Storie in XR: Joris Jaccarino

    Le storie in XR continuano nel 2022 e ampliano gli orizzonti con nuove idee e sviluppi. Oggi si dedicano all’arte in realtà aumentata con un manager culturale, Joris Jaccarino che ho conosciuto grazie a LinkedIn. Era l’anno 2018 e il mio Google Day sull’XR organizzato a Google Italia grazie a Work Wide Women era alle porte. Per fare un po’ di promozione pubblicai un post sul seminario in LinkedIn, parlando della mia passione per la realtà estesa e dei casi studio che avrei analizzato con i partecipanti. Incuriosito dal mio post, Joris mi contattò per presentarmi MAUA – Museo di Arte Urbana Aumentata-.

    In quei giorni si trovava a Torino per avviare un nuovo progetto in AR ed organizzammo di trovarci alla caffetteria della GAM (Galleria Arte Moderna). Restammo a chiacchierare a lungo di AR, di cultura e di progetti in XR, sorseggiando un caffè. Rimasi affascinata dal MAUA non solo dal punto di vista artistico, ma soprattutto per l’impatto sociale che poteva avere sui giovani. Da allora non ci siamo più persi di vista.

    Chi è Joris Jaccarino

    Joris Jaccarino è regista, curatore e manager culturale. Laureato in Filosofia, ha unito le sue ricerche nei campi dell’arte e del linguaggio dell’immagine a metodologie partecipative di co-creazione, gestendo dal 2009 il laboratorio di sociologia visiva e del cinema per l’Università Statale di Milano. Nel 2014 co-fondatore di Bepart – the public imagination movement, che si occupa di realtà aumentata a favore dell’arte negli spazi urbani.
    Si occupa principalmente di ideare, sviluppare e curare progetti di arte pubblica e partecipativa.

    La storia di Joris

    Scopriamo insieme com’è nato l’amore di Joris per l’arte e la realtà aumentata. L’ho intervistato per voi.

    Foto di Joris artista

    Ciao Joris, mi puoi raccontare quando e come ti sei appassionato di realtà immersive e soprattutto di AR?

    Fin da piccolo ero stregato dalle immagini, mi affascinavano la fotografia e la sua capacità di raccontare ed evocare storie, il cinema e la sua forza di portarti in altri mondi e il teatro per il suo coinvolgimento fisico ed emotivo.
    Nella realtà aumentata e nelle tecnologie immersive ho visto in potenza molti di questi elementi e ho voluto provare a elaborare il linguaggio artistico e creativo di questi nuovi strumenti

    Ci sono degli episodi che hanno segnato il tuo percorso e che vuoi condividere?

    Sono figlio di una scultrice e un pittore, ho vissuto fino ai quindici anni in Argentina dove i miei genitori hanno fondato Willaldea con la Comuna Baires, una comunità teatrale che accoglieva attori e artisti provenienti dalla capitale, dall’Europa e dal Nord America. Ho frequentato le scuole argentine in un ambiente variopinto tra arte, pittura, natura e teatro.

    Joris
    Joris in Argentina

    A 16 anni, nel ’95, siamo tornati a vivere in Italia, a Milano, a causa della crisi economica che ha colpito il paese sudamericano in quegli anni. Mi sono laureato in filosofia alla Statale di Milano; nel frattempo frequentavo corsi di
    fotografia e cinema e studiavo il linguaggio dell’immagine, creando una mia personale poetica visiva.
    A Istanbul ho creato video assieme ai ragazzi dei quartieri periferici; a Roma ho fatto l’assistente alla regia, a Milano ho fondato il Laboratorio di Sociologia Visiva all’Università Statale. Nel tempo ho curato la regia di cortometraggi e documentari.
    Nel 2014 ho fondato Bepart, che si occupa di realtà aumentata applicata all’arte negli spazi urbani, da lì ho iniziato a ideare, progettare, coordinare e realizzare progetti che combinano fisico e digitale, narrazioni, partecipazione e arte pubblica.

    Mi ha colpito il tuo percorso che dalla laurea in filosofia arriva alla realtà aumentata. Come si coniugano una materia classica con la tecnologia immersiva?

    Filosofia e tecnologia convivono in me come la ricerca di un “giusto” equilibrio tra l’umano e la tecnica. Con gli occhi speculativi della filosofia ho iniziato a guardare il fenomeno nella sua complessità e sopratutto ho imparato a progettare, ovvero a guardare in maniera strutturata e problematica verso il futuro.
    In parallelo, avevo la necessità di sperimentare, di “sporcarmi le mani” nel fare. Ho così portato avanti questo doppio binario: quello del “sapere” della ‘sofia’ e quello del “fare” della tecnica, l’uno e l’altro si sono intrecciati e
    scambiati linfa vitale. La visione d’insieme, complessa ed etica della filosofia si è scontrata con l’esperire e si è incarnata attraverso l’emozione, l’errore e la pratica. Questa ricerca è tutt’oggi viva quando creo o realizzo dei
    progetti, è una continua ricerca ansiosa e preoccupata di un equilibrio responsabile e sostenibile in cui al centro ci sia l’essere umano.

    Nel 2014 sei stato uno dei fondatori di Bepart – the public imagination movement, che si occupa di diffondere la realtà aumentata a favore dell’arte negli spazi urbani. Com’è nata l’idea?

    Eravamo un gruppo di amici provenienti da mondi differenti, con la voglia di metterci in gioco e di fare progetti artistici per le città. La AR ci ha affascinato per la sua natura interdisciplinare, in cui possono convivere la pittura, la scultura, la fotografie, il video e la narrazione legata a spazi e oggetti fisici, il tutto in un unico medium.

    Questo connubio ci ha permesso di sviluppare un nuovo linguaggio espressivo e di modificare i paradigmi delle esperienze di fruizione degli spazi urbani. L’ambiente percepito e quello digitale si sommano e convivono, permettendo utilizzi in differenti ambiti dall’educazione all’intrattenimento, dalla formazione alla progettazione; Bepart è questa voglia di sperimentare e provare… e creare comunità. Ad ogni progetto, infatti, si crea una comunità provvisoria che lascia in eredità delle relazioni forti.

    gruppo di Bepart
    Foto di gruppo Bepart

    Maua è un progetto di museo diffuso in città totalmente diverse (MAUA di Milano, Torino, ecc.) con un impegno davvero importante di coinvolgimento dei giovani dalla scelta delle opere da aumentare allo studio e alla realizzazione. Quale città ricordi con più piacere?

    Mi sono affezionato molto alle città e alle persone con cui abbiamo realizzato questi progetti. L’impegno per realizzare un MAUA – Museo di Arte Urbana Aumentata – è molto grande, richiede tempo, esplorazione, studio e il supporto di tanti partners locali. MAUA è una forma di museo in cui la città è il luogo d’esposizione, in cui la curatela è dei cittadini stessi, sono le persone che se ne prendono cura e si impegnano a portare bellezza e generare interesse negli spazi pubblici.

    Il MAUA è stato realizzato a Palermo, Milano, Torino e Waterford (Irlanda), ha coinvolto oltre 500 creativi e artisti che si sono occupati dell’ideazione e della realizzazione dei contenuti del museo. L’insieme delle opere di street art, delle opere digitali e dei territori tracciano nuovi “percorsi aumentati” prenotabili dal pubblico attraverso la piattaforma. Si tratta di un’esposizione che esce dal classico spazio museale e si addentra nelle strade di un paesaggio urbano che ha le sue storie da raccontare.
    Realizzare un MAUA significa dunque scoprire la città, conoscere tante persone e cercare l’origine delle storie dei muri e dei suoi cittadini. Mi è difficile sceglierne una, perché di ognuna mi porto nel cuore i volti, le sue opere e le sue atmosfere.

    vista dall'alto
    Vsta con drone

    Hai qualche episodio che desideri narrarci?

    Durante il workshop del primo MAUA di Palermo conobbi l’artista australiano Chips Mackinolty, un veterano della poster-art internazionale. In quel periodo stava lavorando a un grande progetto creativo nell’antico mercato della
    Vucciria, nel quale con dei poster riproponeva sui muri e sulle strutture delle bancarelle la frutta, la verdura e i prodotti tipici oramai spariti dal commercio.
    Le sue opere, analogiche e materiche, riuscivano però a richiamare e anticipare la realtà aumentata; guardare alcuni suoi lavori alla Vucciaria mi faceva pensare che lui fosse un antesignano di questa tecnologia.
    Partecipò al workshop di realtà aumentata con grande curiosità, ma ciò che veramente mi colpì fu che un uomo di sessant’anni decidesse di mettersi in gioco con la realtà aumentata riuscendo a collaborare con una giovane
    creativa. Era una situazione molto buffa, due mondi agli antipodi che si incontravano, tra analogico e digitale, giovane e anziano, emisfero australe e boreale. Avevano metodi e visioni molto differenti, ma erano attratti dalla differenza dell’altro e seppero ascoltarsi profondamente. Mi affascinano coloro che continuano ad avere il coraggio di mettersi in
    gioco, di non dare mai nulla per scontato, neppure di se stessi.

    artisti Bepart
    Gruppo di Palermo

    Parli spesso di arte o processi partecipati. Puoi spiegarci meglio?

    È una nostra cifra stilistica. Molti dei nostri progetti prevedono processi partecipati in cui i cittadini vengono coinvolti sin dalle fasi progettuali, facendo in modo che siano attori protagonisti. Per noi rappresenta un nodo importante per avvicinare maggiormente le persone alla cultura e all’arte, in questo modo l’appropriazione della bellezza della città avviene già in fase di creazione del progetto. Cerchiamo sempre di coinvolgere anche le fasce sociali più deboli o ai margini, per favorire la fruizione culturale di tutta quella fetta di popolazione che generalmente non frequenta i musei o spazi culturali.
    Il nostro intento è quello di dare la possibilità di un incontro reale, strutturando processi ragionati che coinvolgono attivamente e fanno discutere e riflettere. Nel prendere parte attiva alla creazione, si generano vere opportunità ‘di fare cultura’ e si legittima la capacità di sognare di ognuno di noi e di progettare il mondo in cui viviamo.

    Foto di Joris
    Joris e cupido

    Perché un giovane artista dovrebbe scegliere la realtà aumentata per esprimere la propria arte?

    L’AR crea uno spazio ibrido dove reale e virtuale convivono in un unico ambiente del quale è difficile definire i confini. Digitale e reale si fondono dando luogo ad una nuova sintassi, una nuova struttura logica, nuovi schemi di pensiero e di associazioni di idee. In questo ambiente ibrido le leggi della fisica sembrano sparire e lo spazio viene gestito dalle logiche dell’emozione; il visivo non è più solo immagine, ha caratteristiche simile ai sogni o alle allucinazioni in cui reale e fittizio convivono nello stesso spazio visivo, sostanzialmente ha il potere di far emergere l’invisibile.
    Questa tecnologia è portatrice di un nuovo linguaggio e, come ogni linguaggio, possiede una sua grammatica e una sua struttura che crea pensieri. Come ogni tecnica possiede, utilizza e scopre le possibilità del linguaggio che sperimenta, diventa cioè un modo di indagare il reale e di “sognare” il futuro del presente.

    Che cosa significa diventare un ‘bepartist’?

    Gli artisti e i creativi di oggi utilizzano sempre di più questo linguaggio ibrido tra fisico e digitale. Noi mettiamo a disposizione le nostre applicazioni e il nostro team di sviluppo per programmare e realizzare le tecnologie secondo
    le esigenze progettuali o degli artisti. In questo modo gli artisti possono concentrarsi maggiormente sulla loro opera ed essere affiancati da un team di professionisti per lo sviluppo dell’infrastruttura tecnologica.

    Quali sono i progetti futuri di Joris?

    Stiamo iniziando un progetto molto interessante e ambizioso in collaborazione con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci: ora stiamo chiudendo la prima fase che è coinvolgere nuovi artisti. Abbiamo appena pubblicato una call for artists che scade tra pochi giorni, qui il link e le modalità per applicare.
    A questo seguirà una residenza artistica per la produzione di una mostra diffusa in realtà aumentata sui temi e le opere di Leonardo.

    Progetto la visione di Leonardo
    Progetto la visione di Leonardo

  • Storie in social VR: Eva Kraai

    Le storie in social VR si occupano oggi di didattica con la tutor Eva Kraai. Ho avuto modo di conoscere Eva nella community di Pyramid Cafè e mi ha subito incuriosito il suo avatar ricco di fascino e mistero, ma non avevo mai approfondito. Era molto attiva all’interno di Edu3d e teneva dei corsi tecnici su varie piattaforme per appassionati di mondi virtuali. Spesso pensiamo erroneamente che il mondo tecnico della XR e del social VR sia popolato da persone di sesso maschile, ma in realtà è variegato e la presenza femminile è numerosa e molto competente. Proprio per superare questi preconcetti ho scelto di dedicare nel mio progetto alcune interviste all’universo femminile.

    Chi è Eva Kraai

    Francesca M.R. Bertolami aka Eva Kraai è una tutor in Edu3d. Da tutti noi è conosciuta con il suo nickname che ha adottato la prima volta che è entrata in Second Life.

    La storia di Eva

    Scopriamo insieme com’è nata la passione di Eva per i mondi immersivi. L’ho intervistata per voi.

    Expo di Craft
    All’Expo’ di Craft 2021

    Quando e perché hai iniziato a frequentare i mondi di social VR? Perché hai scelto il tuo nickname e non il nome reale?

    In realtà ho iniziato a frequentare mondi virtuali per pura curiosità quando ho sentito parlare di Second Life (all’epoca era un fenomeno di cui si discuteva moltissimo sui media e sembrava che avrebbe rivoluzionato il modo di interagire con gli altri e introdotto gli avatar tridimensionali nelle nostre vite).

    Per motivi tecnici però, avendo come provider Fastweb, non sono riuscita a entrarci finché il mio indirizzo IP non è stato reso univoco, e nel frattempo Second Life aveva già iniziato a deludere molti  utenti.

    Il mio nickname è il nome che ho scelto proprio in Second Life, cui mi sono affezionata e che in seguito ho utilizzato anche negli altri mondi virtuali.

    All’inizio SL mi sembrava un luogo molto interessante, dove poter vivere una vita di fantasia, conoscere persone di  tutto il mondo e riuscire a costruire qualunque cosa con gli strumenti interni.

    In un primo periodo giocavo soprattutto alla Bloodline, un gioco di ruolo con vampiri e lycan,  in cui si poteva anche combattere, ma poi sono entrata in contatto con Vulcano, una sim dove era possibile costruire liberamente e dove ho conosciuto persone molto interessanti.

    Quello che trovavo irritante era il fatto di dovere acquistare qualunque cosa e pagare persino per importare oggetti costruiti da me, quando ho iniziato a lavorare con Blender. Questo è stato il motivo principale che mi ha spinto a entrare in OpenSim, che utilizza la stessa tecnonologia sviluppata dalla Linden Lab, ma in opensource.

    E lì, in una delle grid, Craft World, ho fatto amicizie virtuali che poi sono diventate reali.

    Attraverso i contatti con alcune di queste persone, soprattutto Claudio Pacchiega aka Salahzar Stenvaag e Francesco Spadafina aka Magicflute Oh, sono approdata recentemente ai mondi VR.

    Qual è la tua attività fuori dai mondi immersivi? 

    Nella vita reale sono stata per tanti anni una dirigente del Consiglio regionale della Lombardia e del Difensore regionale, quindi potevo frequentare i mondi virtuali solo nel tempo libero. Ora, essendo in pensione, posso dedicare molto più tempo a questa che è diventata una vera passione.

    Il mio limite è forse la mia formazione umanistica, che mi rende difficile a volte affrontare questioni molto tecniche (non parliamo poi dello scripting).

    Quali sono state le tue impressioni indossando un visore?

    Con il visore mi sono sentita totalmente immersa nei mondi virtuali che ho visitato; è un’esperienza molto differente rispetto alla visualizzazione su schermo, molto emozionante. Ho potuto visitare anche costruzioni che avevo realizzato io e mi sono resa conto di alcuni difetti che altrimenti non avrei notato. Peccato che in Opensim questo non sia possibile…

    Eva Kraii con Oculus
    Eva con Oculus virtuale

    Sei tutor in Edu3d da alcuni anni. Che cosa ti ha spinto a diffondere cultura e competenze?

    Il 2015 per me è stato un anno molto brutto, per motivi familiari.

    Durante l’estate, per cercare di risollevarmi un po’ avevo scoperto la Summer School di Edu3d… c’erano corsi molto semplici, come creare un albero con le texture o come scontornare le immagini, ma lo trovavo molto gradevole e rilassante.

    Così ho iniziato a frequentare Edu3d, ho conosciuto Giliola Giurgola, con cui nel corso degli anni siamo diventate amiche anche nella vita reale e ho pensato di poter condividere anch’io con gli altri allievi quel poco che sapevo fare allora.

    Dapprima solo qualcosa su come importare oggetti dal Web, come modificare gli avatar o scattare foto in Opensim, ma dal 2017 ho scoperto Blender, e da allora è nata una vera passione.

    Blender infatti permette di creare qualunque cosa si voglia importare nei mondi virtuali e, lavorando in low poli, con “pesi” delle mesh molto ridotti. Perciò ho provato, prima sotto la guida di Salahzar, poi autonomamente, a trasmettere questa passione nei corsi base o intermedi. Non ho la pretesa di essere una builder eccezionale, ma quello che riesco a fare mi piace condividerlo con gli altri – e anche imparare dagli altri, ovviamente – nello spirito di collaborazione di Edu3d.

    Quali mondi frequenti abitualmente?

    Rimango molto affezionata a Craft World, il mondo Opensim in cui sono arrivata nel 2010, quando ancora c’era pochissimo da fare o da vedere; però ultimamente sono entrata con il PC o con l’Oculus in AltspaceVR, soprattutto per il Magicflute Show, in cui abbiamo replicato un seminario sulla didattica già tenuto in Craft World e dove ho fatto parte dello staff per le riprese video.

    Magicflute Show
    Seminario al MacigFlute Show

    Un esperimento interessante è stato quello di mettere in comunicazione tre universi virtuali, Second Life, Craft e Altspace Vr attraverso StreamYard, grazie alla regia di Rubin Mayo, molto esperto di streaming.

    In VrChat ho invece ricostruito una Escape Room che avevo realizzato a Craft per un progetto collettivo di un giovane di talento, Michelangelo Tricarico.

    Escaper room in VrChat
    Escape room in VrChat

    Ho provato anche Mozilla Hubs, ma non mi ha entusiasmata.

    Attualmente con Salahzar stiamo esplorando Vircadia, un ambiente non proprietario nato dopo la chiusura di Hi Fidelity, che utilizza la stessa tecnologia.

    Eva Kraii in Vircadia
    In Vircadia

    Secondo te il social VR è adatto alle ragazze o è ancora, come il gaming, un mondo prevalentemente maschile?  Hai stretto amicizie virtuali?

    Credo che le ragazze non abbiano problemi a frequentare il social VR, alcune sono addirittura coordinatrici di community, ad esempio Beleth in VrChat. Oltre al gaming, che è spesso molto competitivo, nei mondi virtuali si possono fare tante altre esperienze, conoscere persone lontane e stringere amicizie reali, che ci portano a volerci incontrare anche di persona.

    Oltre a Giliola e Salahzar, ho conosciuto tantissime persone interessanti e che considero veri amici.

    Proprio in questo periodo stiamo lavorando al 2Lei, una serie di eventi sul contrasto alla violenza contro le donne che si svolge in parallelo in Second Life e in Craft, con il coordinamento di Rosanna Galvani del Museo del Metaverso, un ambiente che promuove l’arte in tutte le sue forme, e ho approfondito la conoscenza con tutte le persone dello staff, scoprendo dei talenti eccezionali ma anche molta umanità e spirito di collaborazione.

    2Lei contro la violenza sulle donne
    2Lei eventi

    Il metaverso, di cui oggi si parla tanto, è spesso considerato in senso negativo come un luogo di fuga dalla realtà, di alienazione. Quali aspetti positivi ti senti di evidenziare? Come pensi evolverà nel prossimo futuro? 

    E’ una bella domanda… credo che per ora il metaverso, nonostante i proclami di Zuckerberg, resti un ambiente un po’ di nicchia, circoscritto agli appassionati.

    Non lo vedo però come una fuga dalla realtà, piuttosto come un’integrazione della vita reale.

    Sono sicura che in futuro, quando la tecnologia avrà costi ridotti e sarà meno complicata, sempre più persone si lasceranno affascinare dal metaverso, e potranno navigare sia per divertirsi e giocare, ma anche utilizzarlo come strumento di cultura e conoscenza.

  • Storie in social VR: Fabrizio Di Lelio

    Le storie in social VR si occupano oggi di un tema di particolare interesse: la creazione dei mondi immersivi. Oltre agli spazi proposti dalle piattaforme, è possibile infatti creare ambienti immersivi molto diversi: dal percorso per mostre o convegni alla sala per open house dove mostrare i prodotti in 3D, dall’aula virtuale all’hotel con piscina e gonfiabile a forma di fenicottero, dalla spiaggia dove trovarsi con gli amici alla sala cinema con bar e chiosco pop-corn.

    Ho conosciuto Fabrizio Di Lelio (aka samo976) due anni fa quando ho iniziato a frequentare con assiduità AltspaceVR e le serate di Pyramid Cafè.

    Fabrizio aveva organizzato dei corsi per neofiti sulla creazione di mondi immersivi. Ci si ritrovava alla sera e si sperimentava all’interno del ‘Giardino segreto’, aperto per le esercitazioni. Nuovi mondi prendevano vita di fronte ai nostri occhi.

    Chi è Fabrizio Di Lelio

    Fabrizio Di Lelio è un ‘video technician, cameraman and Video/Graphic operator’ come leggiamo sul suo profilo LinkedIn.

    La storia di Fabrizio

    Scopriamo insieme com’è nata la passione di Fabrizio per i mondi immersivi. L’ho intervistato per voi.

    Fabrizio ciao, raccontaci chi è samo976. Perché questo nickname?

    Era il ’97 quando ho iniziato a scoprire Internet e i videogiochi, mi serviva un nickname e Samo era la firma di un artista che amo, Jean-Michel Basquiat.

    Basquiat

    Ti sei trasferito a Londra ormai da diversi anni. Ci dici il motivo e quali opportunità hai trovato?

    Sono 12 anni che vivo a Londra. Erano ancora tempi non sospetti quando ho lasciato l’Italia, purtroppo le cose non andavano bene per me. Arrivavo a stento a fine mese. Ma non l’ho fatto unicamente per una ragione economica. La mia scelta è stata per lo più dovuta alla mia carriera, che ha preso una svolta decisiva quando sono arrivato qui. Io mi occupo principalmente di video nel settore degli show ed ho avuto la possibilità di lavorare con artisti di fama internazionale, a livelli che purtroppo in Italia non avrei mai potuto raggiungere.

    Da quando e perché ti sei avvicinato alla realtà virtuale e al social VR?

    Come ho già detto sono un Gamer. Ho comprato il mio primo visore 5 anni fa. Si trattava della prima versione commerciale dall’oculus. Ero appassionato, ma in realtà lo sono ancora, di questo gioco di simulazione spaziale. Giocavo in 2d, ma ero incuriosito di vedere che effetto facesse il gioco in VR. Non posso negare di aver sofferto di motion sickness all’inizio, ma il gioco era così bello a 360° che me la sono fatta passare.

    Hai realizzato un’area espositiva in Mozilla Hubs molto interessante per MEET Digital Culture Center di Milano in occasione della mostra ‘Synthetic corpo-reality’. Ci racconti qualcosa di quest’esperienza? Perché è stato scelto Mozilla Hubs?

    Prima di parlare dell’esperienza con il Meet dovrei fare un preambolo. Io ho incominciato a costruire mondi virtuali molto per gioco, questo 2 anni fa proprio sotto la pandemia. Sono completamente autodidatta, con delle basi di grafica 3d e 2d. Altspace, la piattaforma dove ho cominciato a scoprire i social VR, è stato il mio trampolino di lancio per il Building. Ho dovuto imparare ad usare Unity che è un engine per la produzione di videogame. Con Unity si possono creare giochi senza dover conoscere i codici , sicuramente questo è stato molto utile. In Altspace mi é stato possibile conoscere nuove persone, fare nuove amicizie.

    Da qui i contatti con il Meet. Il progetto del Meet è stato per me un po’ una sfida, perché la piattaforma su cui è stato sviluppato per me era completamente nuova. Ho dovuto studiare molto e approcciarmi ad un software 3D nuovo, Blender. Sono molto contento dei risultati e come mia prima esperienza posso dire di essere molto soddisfatto, abbiamo portato in esposizione le opere di 11 artisti digitali. La scelta della piattaforma di Mozilla, Hubs, è dovuta al fatto che questo particolare social è molto facilmente accessibile da qualsiasi utente, anche senza il bisogno di scaricare un software o creare un account. Ti basta fare un click su un link per entrare.

    Quali esperienze di VR e social VR puoi narrarci per far comprendere le opportunità offerte dalla tecnologia?

    Come ti dicevo io sono un Gamer per cui le prime esperienze VR sono appunto relative al gioco. È difficile spiegare il VR. Credo che siano cose che vanno provate per capirle appieno. A me piace pensare che sia un’estensione della realtà, e non qualcosa a sé stesso. Io gioco prettamente online, quindi mi capita di conoscere molte persone. Durante questa pandemia è stato un po’ come manna dal cielo. Specialmente con Altspace dove abbiamo potuto incontrarci. Abbiamo organizzato Talk show, proiezioni di film su grandi schermi, Karaoke, o ci siamo incontrati solo per una chiacchiera. È stato sicuramente meglio di stare chiusi in casa da soli. A chi non lo avesse mai provato consiglio di fare questa esperienza.

    Hai fatto esperienze anche in realtà aumentata?

    No a livello lavorativo, solamente come fruitore.

    Ci siamo incontrati spesso in Altspace VR dove hai anche tenuto corsi gratuiti per i neofiti. Quali sono i vantaggi offerti da Altspace rispetto ad altri social VR?

    Altspace è un social VR di microsoft. Quindi un mondo virtuale dove ognuno può partecipare sotto le sembianze di un Avatar, ovvero un perseguito grafico che puòavvicinarsi alle proprie sembianze o essere completamente diverso da ciò che si è. Ci si può accedere con un visore di realtà virtuale, ma anche con un semplice PC Ti permette, non solo di visitare mondi o partecipare ad eventi, ma anche di creare i tuoi mondi o essere l’host del tuo evento personale. Consiglio Altspace per chi vuole organizzare eventi del tipo talkshow, per via della tecnologia Front Row, che permette la creazione, automatica, di stanze multiple, una volta superato il numero massimo di utenti nella prima.

    Quali altri social VR frequenti e quale ritieni sia più adatto alle aziende?

    Io personalmente ho provato diversi social VR, alcuni tramite quest e altri tramite pc. A mio avviso ho trovato Hubs quello più prático, proprio per via del fatto che non è necessario né scaricare un software, né tanto meno dover creare un account. Per quanto riguarda le aziende non posso sapere quale potrebbe essere la soluzione migliore in quanto può variare a secondo delle esigenze. Hubs stesso potrebbe essere una soluzione utilizzando un server prioritario. Inoltre ci sono differenti compagnie che offrono servizi di eventi vr per aziende che hanno dei bisogni particolari.

    Che cosa consiglieresti ad un giovane che desideri intraprendere lo studio e l’attività nella VR?

    Per i giovani interessati ad avvicinarsi al XR dico di buttarsi perché è un settore nuovo che si sta facendo strada. Non solo negli eventi o nel gaming, ma anche nel cinema. E gli consiglio di non porre freni alle loro fantasie perché nel virtuale tutto è possibile.

    Quali sono i tuoi progetti futuri?

    Io ho già ripreso a lavorare con i concerti, ma non mi spiacerebbe continuare il discorso di gallerie virtuali. Credo che è un nuovo modo di farsi pubblicità e di ridurre le distanze. Se un artista, aprisse una mostra che possa avere utenza da ogni parte del mondo e a qualsiasi ora del giorno, non può essere che una vittoria, artistica ed economica.