• Intelligenza artificiale e salute

    Da qualche anno ho allargato i miei interessi professionali all’impatto dell’intelligenza artificiale nel settore della salute, portando aggiornamenti e formazione su realtà estesa e AI in corsi ed eventi dedicati al Middle Management. Le tecnologie sono sempre più utilizzate nella diagnostica, nella gestione dei turni ospedalieri e redazione delle cartelle cliniche e sono nati specifici modelli LLM a supporto dell’attività di medici e di operatori sanitari. Corsi fruibili con realtà virtuale e/o mista e AI non sono più ‘futuribili’, ma si stanno diffondendo nelle strutture ospedaliere, consentendo di abbreviare onboarding dei neoassunti, migliorare le competenze e facilitare gli assessment.

    Di fronte alla tecnologia che avanza e diventa parte della nostra attività quotidiana nelle organizzazioni, mi sono chiesta, tuttavia, quale sia l’atteggiamento di noi cittadini e pazienti nei confronti dell’AI in campo sanitario e ho trovato molto interessante la ricerca STADA che è stata oggetto del convegno dal titolo “STADA Health Report 2026 Focus Italia. Una popolazione che invecchia, una sanità che si trasforma: gli Italiani e la sfida dell’Intelligenza Artificiale” organizzato da Il Sole 24 Ore Eventi lo scorso 23 settembre.

    STADA Health Report è l’indagine indipendente e rappresentativa, condotta in 20 Paesi europei da Human8 per conto del Gruppo STADA e in questo caso era focalizzata sul rapporto degli italiani con la salute ed in particolare sull’uso ed accettazione dell’intelligenza artificiale.

    Dai dati presentati da Luca Vitaloni, Associate Director Human8, si evince che cresce l’apertura verso strumenti capaci di rendere la sanità più accessibile, rapida e personalizzata, mentre restano centrali la protezione dei dati, la supervisione dei professionisti e la qualità della relazione umana.

    Intelligenza artificiale e percorso di salute

    Una parte significativa degli italiani utilizza già strumenti di intelligenza artificiale per questioni legate alla salute. Se il 44% dichiara di non farne uso, il restante 56% li utilizza in qualche forma.

    Tra gli impieghi più frequenti figurano la comprensione di una diagnosi ricevuta, indicata dal 31% degli intervistati, la prevenzione per il 25%, la preparazione a una visita medica per il 19% e la ricerca di un secondo parere dopo una visita per il 16%.

    Questa apertura non significa però fiducia incondizionata. La gestione dei dati sanitari rimane uno dei nodi più delicati. Il 47% degli italiani sarebbe disposto a condividere i propri dati con un sistema di intelligenza artificiale, ma solo il 13% lo farebbe senza esitazioni. Una parte consistente chiede invece garanzie sul controllo dei dati, sulla loro protezione e sui soggetti che gestiscono i sistemi.

    intelligenza artificiale

    Anche le preoccupazioni confermano questa cautela. Il rischio di errori rappresenta il timore principale, seguito dalla possibilità che i dati sanitari vengano utilizzati senza consenso, dalla riduzione dell’interazione umana e da un possibile peggioramento della comunicazione con gli operatori sanitari.

    Allo stesso tempo, le aspettative nei confronti dell’intelligenza artificiale sono elevate. Il 44% degli intervistati auspica diagnosi più rapide, il 39% un’assistenza sanitaria più economica e una maggiore accessibilità ai servizi, anche nelle aree più svantaggiate. Il 35% vede inoltre nell’AI uno strumento che potrebbe aiutare i medici a mantenersi aggiornati sulle più recenti conoscenze e scoperte in campo sanitario.

    sanità e ai

    AI supporto alla cura, non un sostituto

    È soprattutto nei compiti di supporto che l’intelligenza artificiale sembra incontrare maggiore consenso. Il 59% degli italiani sarebbe favorevole al suo utilizzo nella gestione di appuntamenti e follow-up, il 41% nel monitoraggio delle patologie croniche e il 35% nella redazione di appunti durante le visite.

    ai e sanità

    Minore, ma comunque significativa, è l’apertura verso consulti assistiti dall’AI o verso la generazione di documenti e istruzioni post-visita.

    Un dato particolarmente significativo riguarda la diagnosi: circa un italiano su due si fida già, o sarebbe disposto a fidarsi, di una diagnosi elaborata dall’intelligenza artificiale, purché siano rispettate determinate condizioni. Per alcuni deve essere spiegata in maniera comprensibile, mentre per altri deve essere certificata dalle autorità sanitarie.

    Lo stesso equilibrio emerge quando si parla di piani terapeutici personalizzati. Per il 53% degli italiani il modello ideale è quello misto: l’intelligenza artificiale può contribuire alla costruzione del piano terapeutico, ma il medico deve mantenere la supervisione e la decisione finale.

    ricerca su ai

    È una percentuale superiore alla media europea del 44% e segnala una propensione significativa verso forme di collaborazione uomo-macchina.

    Guardando ai prossimi dieci anni, gli italiani ritengono che l’AI potrebbe acquisire un ruolo importante soprattutto nel monitoraggio in tempo reale delle patologie croniche, nella gestione dei piani terapeutici, nell’individuazione di malattie rare e nella personalizzazione dei trattamenti.

    Il valore della relazione umana

    Se da una parte aumenta il ruolo attribuito alla tecnologia, dall’altra rimane molto forte la fiducia nei professionisti della salute.

    Il 74% degli intervistati ritiene che gli operatori sanitari debbano avere un ruolo centrale nell’educazione sanitaria, percentuale che sale all’81% tra gli over 55. Anche scuole e università, famiglie e istituzioni vengono considerate importanti, mentre media e altri soggetti raccolgono livelli di fiducia inferiori.

    Il ruolo stesso di medici, operatori sanitari e farmacisti potrebbe quindi trasformarsi. Il 45% degli italiani immagina una crescita delle consulenze digitali a distanza, mentre il 31% pensa che questi professionisti diventeranno sempre più interpreti e mediatori degli strumenti di intelligenza artificiale. Per il 27%, inoltre, la loro funzione come punti di riferimento umani affidabili sarà ancora più importante.

    Il dato suggerisce quindi un cambiamento di ruolo più che una sostituzione: al crescere della capacità dei sistemi intelligenti di elaborare informazioni e formulare indicazioni, aumenta anche la necessità di figure professionali capaci di contestualizzare, spiegare e assumersi la responsabilità delle decisioni.

    La farmacia tra innovazione e relazione

    Gli italiani chiedono servizi più avanzati, dalla possibilità di ottenere prescrizioni ripetibili per le patologie croniche a una maggiore disponibilità oraria, fino all’accesso a consulenze specialistiche e alla gestione digitale dei farmaci.

    Eppure, anche se acquisto online e farmacia fisica fossero equivalenti per prezzo e comodità, il 49% continuerebbe a scegliere la farmacia locale. Persino tra chi preferirebbe comprare online, il 42% continuerebbe a rivolgersi al farmacista per un consiglio.

    Lo stesso vale per l’accesso ai servizi sanitari. Screening, controlli preventivi, consulti medici, consulenze con il farmacista e supporto per la salute mentale continuano a essere associati prevalentemente alla presenza fisica. Nel caso dei consulti medici, il 78% degli italiani preferirebbe incontrare il professionista di persona.

    Il quadro che emerge è quindi quello di una società aperta all’innovazione, ma non orientata alla sostituzione dell’essere umano.

    impatto ai su sanità

    L’intelligenza artificiale viene accettata soprattutto quando migliora accessibilità, rapidità, personalizzazione e continuità delle cure, mentre la responsabilità, l’interpretazione e la relazione restano affidate alle persone.

    I rischi dell’intelligenza artificiale

    L’uso delle tecnologie comporta ovviamente dei rischi: errori diagostici, allucinazioni, problemi relativi alla sicurezza dei dati sanitari, tracciamento eccessivo dei dati nei visori, ecc.. In un articolo de Il Post del 24 settembre, segnalato su LinkedIn da Mariella Borghi, si parla di agenti AI di Open AI che hanno violato il sito della sanità pubblica australiana e hanno avuto accesso a dati sulle spese assicurative.

    Nel giugno 2026 alcuni agenti di intelligenza artificiale di OpenAI, impegnati in uno studio sulla spesa sanitaria, hanno forzato autonomamente il portale statistico di Medicare, accedendo a dati non pubblici sulle spese assicurative.

    ‘OpenAI ha confermato che i suoi modelli non hanno avuto accesso a cartelle cliniche, ma soltanto a statistiche sanitarie aggregate e ai nomi di file interni.’ si legge nell’articolo, ma ovviamente il rischio esiste. I dati dei pazienti potrebbero essere venduti ad assicurazioni o a case farmaceutiche per scopi commerciali.

    OpenAI ha segnalato l’episodio al governo australiano il 10 settembre, che ha avviato un’indagine ufficiale e sta valutando azioni legali. Il caso si aggiunge a recenti episodi in cui sistemi AI hanno superato i limiti di sicurezza, evidenziando la necessità di rafforzare la governance tecnologica nella sanità pubblica.

    Questi rischi non devono tuttavia bloccare l’avanzata della tecnologia in un settore così importante come quello della salute, perché può consentire cure innovative ed efficaci, una migliore diagnostica preventiva, la scoperta ed adozione di nuovi farmaci, ecc.

    La sfida per il futuro della sanità sembra quindi essere meno quella di scegliere tra tecnologia e fattore umano e più quella di progettare un sistema in cui i due elementi possano rafforzarsi reciprocamente, tenendo ben presente la sicurezza dei dati e l’etica.

    Credits: Foto di Patty Brito su Unsplash

    Fonti:

    https://www.ilpost.it/2026/09/24/openai-agente-sanita-pubblica-australia/

    https://24oreventi.ilsole24ore.com/stada-health-report-2026

  • Navigare nella complessità: etica e cultura digitale

    Il tema dell’etica e cultura digitale è diventato cruciale in un contesto sociale e culturale complesso e in continua evoluzione come quello attuale. Ci porta a riflettere sulla trasparenza, riservatezza dei dati e responsabilità dei singoli e delle istituzioni. Fino a dove ci si può spingere con la tecnologia?  Con l’avanzare e la diffusione dell’AI generativa, del quantum computing, della robotica e della blockchain accanto al digitale più classico è necessario fermarsi a pensare a come queste innovazioni influenzino già oggi i nostri valori, le nostre relazioni e la nostra privacy.

    Nel 2020 aveva fatto scalpore la storia di Jang Ji-sung, protagonista del documentario sudcoreano ‘I met you’, trasmesso dalla Munhwa Broadcasting Corporation (Mbc). Se ricordate il video trasmesso anche su Youtube ritraeva l’incontro di una donna con la figlia Nayeon, morta nel 2016. Quest’applicazione della realtà virtuale che permette di rivedere i congiunti ricreati con il computer ci aveva posto dei dubbi sui limiti che è lecito superare.

    Ad agosto 2024 la campagna delle elezioni americane è stata caratterizzata dalla pubblicazione di  diverse immagini fake generate dall’intelligenza artificiale sul social Truth, tra cui un falso endorsement da parte della stella pop Taylor Swift a Trump, generando notevoli polemiche sulla disinformazione e manipolazione elettorale (1).

    Post su X

    Come espresso chiaramente nel paper di Alessandro De Cesaris dal titolo “Quale etica per il digitale? Note sulle condizioni formali dell’agire pratico nelle nuove società ipertecnologiche “ (2)

    ‘la condizione contemporanea pone sicuramente in modo inedito l’esigenza di un’impostazione etica di tipo strutturale, fondata su una comprensione radicale delle trasformazioni antropologiche e sociali introdotte dai media digitali. Ciò significa certamente ripensare i problemi classici e proporne di nuovi, ma anche e soprattutto chiarire nuovamente la nozione stessa di ethos, a partire da una ricomprensione radicale dei processi di soggettivazione, della natura dell’azione e dunque del senso stesso di una “etica” in relazione a una più generale teorizzazione antropologica, sociologica e ontologica del mondo in cui viviamo.’

    Rinascimento digitale e culturale

    Siamo davvero pronti a questo rinascimento culturale? L’impatto delle tecnologie sulla nostra vita quotidiana sta diventando sempre più significativo e sta cambiando le relazioni tra le persone, tra gli individui e le aziende e l’approccio alla cultura.

    ‘La tecnologia non sostituisce, ma esalta le capacità distintive del capitale umano, supportandone l’empatia, la visione strategica e la capacità di innovare, sostenendolo nella generazione di valore e nella trasformazione positiva della società di domani – avevano sottolineato Simona Maggini, Country Manager di WPP in Italia e Daniel Hulme, Chief Artificial Intelligence Officer di WPP e CEO & Founder di Satalia al 13° Forum WPP | The European House – Ambrosetti: Capitale umano e sviluppo del Paese: strategie di crescita e cambiamento (3).

    Da un lato si assiste ad una rivoluzione digitale rapida e impattante tanto che nel settore AI si è passati da primi abbozzi poco realistici a immagini e video difficilmente distinguibili da quelle reali. Si possono creare nuove espressioni d’arte, produrre dei fake, realizzare progetti, utilizzando Midjourney, Gemini, Chat GPT, creare musica con AI Suno e persino clonare voci di personaggi famosi con, ad esempio, Celebs AI text to voice clone o Vidnoz AI.

    Dall’altro lato nel nostro paese siamo in preoccupante ritardo nelle competenze digitali come evidenziato dall’ISTAT (vedi Statistiche Today del 21 giugno 2024) (4). 

    ‘Nel 2023 nel nostro Paese solo il 45,9% degli adulti possiede competenze digitali adeguate, oltre un terzo (36,1%) ha competenze insufficienti e il 5,1%, pur essendo utente di Internet, non ha alcuna competenza. Nel panorama europeo, l’Italia è uno dei Paesi con la quota più bassa di persone con competenze digitali almeno di base, con una distanza dalla media Ue27 di quasi 10 punti percentuali.’

    Per riuscire a padroneggiare le tecnologie è necessario sviluppare il senso critico e soprattutto competenze che consentano di utilizzare questi ‘medium’ con consapevolezza e sviluppi positivi.

    Formazione digitale

    Dobbiamo formare i giovani della GenZ e Gen Alpha che sono i più avvezzi alla tecnologia, ma anche i più fragili, perché non ne conoscono e/o comprendono i rischi reali.  

    A tal fine sono nate iniziative come quella che Meta ha lanciato con il programma beta ‘Meta for Education’ (5), con oltre dodici college e università negli Stati Uniti e nel Regno Unito, focalizzato sull’uso della realtà virtuale (VR) per migliorare l’educazione. La collaborazione con educatori intende diffondere le competenze in ambienti di apprendimento per formazione personalizzata e simulazioni realistiche.

    A livello Italia si sono distinti alcuni progetti che promuovono l’uso etico e consapevole della tecnologia. Tra questi spicca l’attività di DiCultHer, Associazione Internazionale per la promozione della cultura digitale, che dal 2015, sotto la guida di Carmine Marinucci, coinvolge docenti e studenti in percorsi didattici, sfide per i giovani come HackCultura2025 e l’Hackathon. Il prossimo 10 dicembre verrà presentata la Carta dei Diritti nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale – Stefano Rodotà, nata dalla collaborazione tra DiCultHer e P A Social, la più rilevante associazione italiana dedicata alla comunicazione e informazione digitale. (6) Come precisa Marinucci:

     “Questa Carta non è solo un documento: è un atto di fiducia nei giovani, custodi del nostro presente e creatori del futuro che desideriamo. In un mondo sempre più digitale, è fondamentale preservare l’umanità che ci rende unici.”  “La Carta evidenzia il valore pedagogico di una scuola che educa alla cittadinanza attiva e alla consapevolezza digitale, facendo del patrimonio culturale una risorsa viva e accessibile. Rappresenta un patto per le nuove generazioni. Parla di diritti fondamentali come la libertà di essere sé stessi, l’accesso equo alla conoscenza e il rispetto della dignità umana nel digitale..”  

    Un’altra iniziativa da segnalare è ‘Hub Etica e Cultura Digitale’ (7), lanciata ad ottobre 2023 dalla ITS INCOM Academy, volta a fornire agli studenti una maggiore “consapevolezza digitale”, per usare le nuove tecnologie, riconoscendone opportunità e rischi. Un percorso definito con Massimo Giordani, presidente di AISM (Associazione italiana Sviluppo Marketing) e Fabrizio Bellavista, partner di Emotional Marketing Lab. Secondo quanto espresso da Davide Galeotti, coordinatore didattico dei corsi in area Comunicazione

    «Ciò che emerge più di frequente è la richiesta da parte degli studenti di una maggiore educazione sulle tecnologie digitali. L’84% degli intervistati ritiene infatti di non avere informazioni sufficienti per difendersi dai rischi online. L’istruzione digitale appare quindi come la scelta più efficace per fare in modo che i giovani possano sfruttare le nuove tecnologie senza venirne sopraffatti. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario l’impegno di tutti, dalle famiglie alle aziende, ma il ruolo principale deve essere affidato alle scuole. »

    È indispensabile non lasciare indietro nessuno in questa trasformazione digitale, in particolare i giovani e i più socialmente disagiati, come richiesto dal Goal 4 – Istruzione di qualità per tutti – degli SDGs.  Le istituzioni, in primis la scuola, e gli individui devono lavorare insieme per garantire che le tecnologie digitali siano utilizzate in modo etico e responsabile, promuovendo un futuro più giusto e sostenibile per tutti.

    Fonti

    (1) https://www.infodata.ilsole24ore.com/2024/08/31/le-elezioni-usa-i-deepfake-di-kamala-harris-e-donald-trump-e-la-strategia-dei-meme/

    (2) https://www.iris.unina.it/retrieve/handle/11588/736486/223689/2018%20-%20Quale%20etica%20per%20il%20digitale.pdf

    (3) https://www.linkedin.com/posts/the-european-house-ambrosetti_wppteha-comunicazione-teha-activity-7265738070098911235-DqmE?utm_source=share&utm_medium=member_desktop

    (4) https://www.istat.it/it/files/2024/06/STATISTICA_TODAY_ICT_2023.pdf

    (5) https://www.meta.com/it-it/blog/quest/meta-for-education-beta-program/

    (6) https://www.diculther.it/blog/2024/11/26/un-ponte-tra-i-diritti-umani-del-1948-e-le-sfide-del-futuro-digitale/

    (7) https://itsincom.it/its-incom-academy-lancia-il-progetto-hub-etica-e-cultura-digitale/

    Credits: Foto di Bench Accounting su Unsplash.

  • L’arte prende vita in AR: il museo MAUA a Torino


    La mia passione per la realtà virtuale e aumentata applicata alla cultura visuale e storytelling urbano è cresciuta negli anni. Ricordate sicuramente quando nel 2015 il New York Times magazine introdusse una nuova forma di comunicazione narrativa in VR, testata dal NYT stesso e regalò ai lettori i cardboard per poterne fruire. Nello stesso periodo avevo partecipato al convegno, ‘Urban Augmented Reality fra Arte, Gaming, Storytelling‘, organizzato dal professor Lughi dell’Università di Torino al Castello del Valentino, evento durante il quale vennero presentate alcune esperienze italiane e internazionali in realtà aumentata, racconti che avevano coinvolto il pubblico in un’esperienza indimenticabile. Potete approfondire su Pulse al link.

    A settembre 2018, mentre stavo preparando il Google Day dedicato alla realtà mediata (VR e AR) con Work Wide Women, ho ricevuto su LinkedIn un messaggio e una richiesta di contatto. Era Joris Jaccarino, regista, curatore e manager culturale di Bepart che aveva letto informazioni sul workshop e desiderava presentarmi MAUA, il museo di Arte Urbana Aumentata, realizzato a Milano nel 2017. Il nostro incontro è avvenuto alla GAM di Torino e in quell’occasione ho scoperto un progetto di grande fascino che unisce arte e realtà aumentata, in particolare street art resa viva dall’AR. Le opere escono dai muri e prendono vita davanti a noi. Una magia.

    MAUA – è una galleria a cielo aperto, fuori dal centro di Milano, che consta di oltre 50 opere di street art animate con altrettanti contenuti virtuali fruibili attraverso la realtà aumentata.

    Joris era a Torino ad organizzare il secondo MAUA italiano che stava nascendo proprio in quei giorni. I numeri del museo di Torino sono davvero interessanti. La città è stata mappata in 4 aree:

    • Lungo la Dora “Alla ricerca dell’ACQUA: le fondamenta della città”
    • Verso Sud “Alla ricerca del FUOCO: le stanze della fabbrica”
    • Verso le montagne “Alla ricerca dell’ARIA: le pareti delle montagne”
    • Verso Nord “Alla ricerca della TERRA: i muri interiori”

    Sono state fotografate 300 opere, svolte 82 ore di workshop e coinvolti 123 ragazzi/e sul territorio, 57 digital artist e 39 street artist con la creazione di 46 murales in realtà aumentata.

    Dopo mesi di intenso lavoro il MAUA TORINO verrà inaugurato il prossimo 6 e 7 aprile al Parco Aurelio Peccei di Piazza Ghirlandaio.
    È stato realizzato grazie a una rete di partenariato composta da Bepart, come capofila, insieme ad altre sei realtà: BASE Milano, Avanzi – Sostenibilità per Azioni, Terre di Mezzo, PUSH., Camera – Centro Italiano per la fotografia, Iur –Innovazione sostenibile e l’associazione SAT – Street Art Torino.

    46 opere di street art animate in realtà aumentata diventano l’occasione per esplorare zone meno conosciute della città. Si parte scegliendo il proprio percorso. Poi, arrivati sul posto, l’esperienza prosegue in forma digitale: ogni opera, inquadrata con lo smartphone, ne genera una nuova e si trasforma in un lavoro di digital art, appositamente creato per il museo grazie a tecnologie di realtà aumentata.

    Vi chiederete che cosa mi abbia affascinato di questo progetto. Oltre alla tecnologia che amo, sicuramente lo scopo sociale di inclusione e di formazione. Un’opera partecipata e co-creata con il coinvolgimento di street artist, ragazzi, programmatori e i cittadini che possono fruire delle opere, partecipando ai tour organizzati o pianificando il proprio percorso. Un’opera educativa che mira a formare i più giovani alle nuove tecnologie e che promuove la riqualificazione delle aree meno conosciute delle città.

    Queste finalità sono state ampiamente illustrate da Giovanni Franchina, fondatore ed amministratore di Bepart, al convegno Narrability, che avevamo organizzato come Osservatorio di Storytelling lo scorso dicembre a Base Milano.

    In occasione della prossima inaugurazione del museo di Torino ho voluto fare una chiacchierata con Joris Jaccarino ed ecco l’intervista che desidero condividere con voi. Buona lettura!

    Ciao Joris ci racconti com’è nata l’idea di coinvolgere i giovani nel progetto MAUA?

    Mi è sempre piaciuta l’idea di creare arte in maniera partecipata. Per me il processo di creazione artistica deve essere democratico, condiviso, inclusivo. Ho cominciato durante gli anni dell’università, organizzai un laboratorio di cortometraggi per i ragazzi del mio quartiere, il Giambellino. Ogni fase era discussa e realizzata in gruppo, dalla sceneggiatura, alle riprese ed infine al montaggio. E’ un’esperienza che si è declinata in varie forme, dal laboratorio di Sociologia Visiva che ho tenuto alla Statale di Milano fino a MAUA.

    A valle delle due esperienze a Milano e a Torino, quali sono le maggiori difficoltà incontrate dai ragazzi durante lo svolgimento del progetto?

    Al di là delle problematiche strettamente tecniche, direi che la parte più difficile è quella di creare un’opera su una già esistente. L’artista digitale si trova a dover interpretare l’opera di un altro artista, con tutte le incertezze del caso. Proprio per questo motivo, a Torino abbiamo voluto fortemente coinvolgere più street artist possibili, facendoli interagire con i digital artist durante il workshop. Il confronto tra di loro ha dato vita a interessanti scambi di idee e narrazioni inaspettate. E’ stata un’esperienza arricchente per tutti.

    Una domanda tecnica: quali piattaforme utilizzate?

    Bepart è un cocktail di tecnologie che abbiamo assemblato, con lo scopo di fornire la migliore esperienza possibile della AR per l’utente. L’app permette di fruire contenuti in AR semplicemente inquadrando l’opera con la fotocamera del device. Si possono vedere questi contenuti anche non in presenza, ovvero inquadrando una foto come quelle del catalogo o delle cartoline. Inoltre è dotata di una mappa delle opere, cliccando sul pin si vede un’anteprima del contenuto digitale, i credit e una breve descrizione.  

    Quali caratteristiche devono avere i murales per entrare nel MAUA? Esiste una regola o solo la narrazione e la creatività guidano la scelta?

    Uno dei concetti alla base del progetto MAUA è quello della curatela partecipata. Per questo coinvolgiamo associazioni di quartiere attraverso cui dare vita a laboratori con gli studenti. Sono questi ultimi a mappare le opere di street art e a scegliere quelle che trovano più interessanti, basandosi non solo sul loro valore artistico intrinseco, ma anche sul valore esperienziale ed affettivo.

    Come funzionano i workshop attraverso cui prende forma MAUA?

    I workshop prendono l’avvio da una open call nazionale, un vero e proprio invito a prendere parte al progetto. Sono rivolti ai giovani dai 13 ai 35 anni. Vogliamo che MAUA non abbia valore solo come prodotto finale, ovvero il museo aumentato, ma anche come processo tramite cui i giovani possono acquisire competenze professionali specifiche e spendibili sul mercato del lavoro.


    Quali sono i momenti che ricordi con maggior intensità?

    Amo i momenti di esplorazione della città per cercare e mappare le opere. È come tornare bambini e giocare alla caccia al tesoro, scoprendo la città con occhi diversi. Magari sei in un posto abbandonato, ricoperto di cemento, senza nessuna attrattiva, giri l’angolo e ti trovi davanti a un bellissimo murales, colorato, vivo. C’è tutta la magia dell’infanzia e della scoperta.

    Quali sono i vostri progetti futuri e la prossima città di MAUA?

    Stiamo creando un progetto turistico per valorizzare e raccontare l’Oltrepo mantovano attraverso l’archeologia. Realizzeremo delle installazioni in AR lungo percorsi slow, ecosostenibili per favorire un turismo più consapevole.

    Per quanto riguarda MAUA, ci piacerebbe esportare il progetto ad altre città fuori dall’Italia, magari in America Latina. Buenos Aires, Rio? Vedremo.