• Gusto e passione in una scatola: My Cooking Box

    La passione per le storie, la cucina gourmet e il Made in Italy mi porta a conoscere diverse realtà italiane dalle botteghe storiche alle aziende familiari riscoperte dalle nuove generazioni alle idee innovative e startup che colpiscono la mia immaginazione. Ho scoperto il progetto My Cooking Box in occasione del Gammaforum, l’evento internazionale dell’imprenditoria giovanile e femminile che si è svolto lo scorso novembre a Milano.

    Come storyteller ho partecipato al social media team per raccontare il convegno e tra le dieci finaliste del premio Gammadonna 2018 ho conosciuto Chiara Rota, founder di My Cooking Box, che ha vinto il premio QVC Next per il prodotto più innovativo. Ho voluto approfondire e conoscere meglio la sua storia, fatta di coraggio, determinazione e tanta passione per il Made in Italy. Buona lettura!

    Chiara Rota vince il Premio QVC Next Award al Gammaforum 2018

    Buongiorno Chiara, la sua passione per la cucina è nata in famiglia? Ha qualche ricordo d’infanzia? 

    La mia passione per la cucina è iniziata ancora quando ero piccola ed è arrivata un po’ da mia nonna e un po’ da mia mamma. La prima riusciva a cucinare qualsiasi piatto con un’abilità e una semplicità invidiabile, la seconda invece non era così brava, ma si impegnava sempre per prepararmi qualcosa di gustoso. Quando sono andata via di casa e mi sono ritrovata a dover cucinare da sola, ho iniziato a mettere in pratica tutto quello che avevo imparato da loro e il mio amore per la cucina ha iniziato ad aumentare sempre di più, tanto che per me è diventato un vero e proprio lavoro.

    Dalla prima ricetta si è arrivati a 12 piatti (9 primi e 3 secondi). Qual è il criterio con cui vengono scelte le ricette della tradizione italiana? Le ricette sono tradizionali o rivisitate secondo l’interpretazione dei cuochi? 

    Per la realizzazione delle nostre ricette andiamo in cerca di realtà produttrici artigianali, dove la grande maestria del saper tramandare e fare è il fattore di qualità e garanzia del prodotto. Selezioniamo piccole aziende che lavorano le eccellenze del loro territorio, proprio per creare dei cofanetti che, come le nostre My Cooking Box, racchiudono una specialità regionale di alta qualità. Nella selezione degli ingredienti e nella creazione della ricetta coinvolgiamo l’Accademia del Gusto, un centro di formazione d’eccellenza del settore enogastronomico nel panorama lombardo e affermati professionisti della ristorazione, ciascuno dei quali firma la ricetta del suo territorio di origine, talvolta personalizzandola o rivisitandola.

    Che cosa distingue My Cooking Box dai preparati già in commercio? 

    My Cooking Box è un meal kit che contiene al suo interno tutti gli ingredienti, nelle giuste dosi, per cucinare un piatto regionale italiano con la ricetta di uno chef. All’interno di ogni cofanetto ci sono solo ingredienti ricercati e naturali, tutti made in Italy e a lunga conservazione, per evitare sprechi e cucinare con comodità e semplicità quando si preferisce. A differenza di aziende che offrono servizi analoghi, però, My Cooking Box è un prodotto che viene venduto sia attraverso il canale fisico, presso vari rivenditori (shop enogastronomici, panetterie, aeroporti, store Mondadori, per citarne alcuni), sia attraverso il canale online. Tutto ciò è possibile perché all’interno delle nostre box gli ingredienti sono tutti a lunga conservazione e con una shelf-life ad ampio margine e questo ci ha permesso di vendere il nostro prodotto in più di 20 Paesi.

    Qual è il target a cui avete pensato quando avete creato il progetto? I Millennials, la generazione Z che non sanno cucinare e spesso hanno genitori troppo indaffarati per passare i segreti di cucina? 

    Il consumatore di oggi ha l’abitudine di acquistare per prodotto e, spesso e volentieri, si ritrova con la dispensa piena ma senza quell’ultimo ingrediente necessario per realizzare il piatto preferito. Quindi, perché non cambiare questo processo e indurre il consumatore ad acquistare per ricetta? My Cooking Box trova la risposta a tutto questo, con riduzione di tempo e di spreco assicurata, diventando così ideale per tutti: per una coppia che lavora e ha poco tempo per fare la spesa e per cucinare, per chi decide di trascorrere il fine settimana nella propria casa vacanza senza dover trasferire l’intera dispensa di cucina e per tutti quelli che hanno l’esigenza di improvvisare un pranzo o una cena all’ultimo minuto, ma senza rinunciare alla qualità. Le nostre box sono perfette anche (e soprattutto) per i turisti stranieri che in genere, avendo poca dimestichezza con la cucina e volendo ripetere a casa un piatto assaggiato in Italia, si trovano in difficoltà sia a reperire particolari ingredienti, sia a come realizzare la ricetta in modo impeccabile.

    Qual è la storia del logo e del packaging a forma di casetta? Avete da subito pensato alla casa nel vostro immaginario? 

    Abbiamo cercato di studiare un logo che potesse essere internazionale e comprensibile a tutti fin da subito. Abbiamo scelto di chiamare la nostra startup My Cooking Box per sottolineare che il nostro prodotto può essere: “MY COOKING” perché ognuno nella propria cucina di casa può vivere la sua personale esperienza culinaria; “BOX” perché tutto questo è racchiuso nei nostri cofanetti.

    La forma della box invece, simile a una casetta, è un rimando alla semplicità e praticità di My Cooking Box, che offre appunto la possibilità di cucinare come un vero chef direttamente a casa propria in tutta tranquillità.

    Mi è piaciuta la sua storia fatta di passione e determinazione da ingegnera gestionale a imprenditrice di food. Quando ha capito che l’idea era vincente? Quanto è stata utile la campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd?  

    L’equity crowdfunding è una forma di finanziamento forse ancora poco conosciuta in Italia, ma che permette di ottenere ottimi risultati che spesso vanno ben oltre le aspettative. Ad oggi sono state due le campagne di crowdfunding alle quali abbiamo aderito: la prima ad agosto 2016 a fianco della piattaforma CrowdFundMe, in cui abbiamo raggiunto in soli venti giorni il budget prefissato di 50mila euro, e abbiamo chiuso con nostra grande sorpresa con un overfunding del +400%; la seconda campagna di crowdfunding, invece, è stata avviata quest’anno all’inizio di maggio con MamaCrowd, la prima piattaforma di equity crowdfunding in Italia, e si è conclusa in breve tempo più di 500.000 euro raccolti.

    Entrambe le campagne di equity crowdfunding sono state per noi uno strumento utilissimo, dal quale abbiamo ricevuto molteplici vantaggi: al di là del finanziamento raccolto, sono state un vero e proprio trampolino di lancio, che ci ha permesso di avere contatti con molti investitori e di conseguenza di aprire la nostra attività in nuovi canali. Ogni investitore, infatti, si sente parte del progetto e contribuisce non solo economicamente ma anche dal punto di vista di contatti e relazioni commerciali. Grazie a tutti loro siamo riusciti ad entrare a contatto con realtà magari difficili da raggiungere da soli e a stringere collaborazioni importanti. Non solo, l’aver superato di molto il nostro budget iniziale ci ha conferito grande visibilità, permettendoci di essere notati da grandi aziende già consolidate che hanno deciso infine di partecipare investendo nel nostro progetto.

    Quali sono le caratteristiche fondamentali che deve avere uno startupper per riuscire e quali suggerimenti si sente di dare a una giovane con un’idea brillante? 

    Quando si intraprende un percorso come questo è fondamentale essere il più determinati possibili e credere fortemente in quello che si sta facendo, senza avere timore a comunicare le proprie idee, soprattutto nella fase iniziale. Il rischio maggiore che si può compiere, infatti, è quello di cercare di tenere nascosto il proprio prodotto: essere gelosi della propria idea o della propria intuizione in certi casi è utile, ma esserlo troppo può diventare un problema, perché non dà la possibilità di ricevere quei consigli e opinioni che permettono di migliorare e magari vedere qualcosa che da soli non riusciremmo a notare. Confrontandosi con altre persone, invece, si possono ricevere consigli e nuovi spunti che ti permettono di crescere e migliorare. Infine, ma non ultimo per importanza, è fondamentale avere tanta pazienza e capacità di reazione anche di fronte a risposte negative, senza lasciarsi abbattere alla prima difficoltà: in questo percorso la strada è spesso in salita, ma posso assicurare che ogni traguardo raggiunto è una grande soddisfazione.

  • Food experience e botteghe a ‘Passeggiando con gusto’

    In una mattina uggiosa di fine febbraio l’appuntamento per scoprire botteghe gourmet piemotesi e vivere una food experience è sotto i portici di Piazza Statuto angolo via Cibrario. Arriviamo al press tour alla spicciolata imbacuccati in sciarpe e cappelli, a causa della pioggia battente e del freddo che ancora non fa presagire l’arrivo della primavera. Sabato mattina è il momento dedicato ai mercati rionali e alla spesa nelle botteghe. Torino è ricca di realtà gourmet, di mastri artigiani che hanno fatto del food una vera e propria cultura. Spesso, tuttavia, le eccellenze presenti nella nostra città sono conosciute da pochi eletti per quella sabaudità e ritrosia a esporsi e a comunicare. Ricordo l’espressione non mi oso” , usata frequentemente dai miei nonni materni,  piemontesi doc. Seppur non corretta dal punto di vista grammaticale, ben esprimeva il nostro carattere schivo e portato a non mettersi troppo in evidenza, non osare, appunto.

    Accompagnati dai rappresentanti della Camera di Commercio di Torino e del Festival del giornalismo alimentare, siamo un gruppo eterogeneo di giornalisti  e food blogger di Bologna, Forlì, Roma e Torino. Sono l’unica storyteller, ma mi sento pienamente ‘a casa’, perché le narrazioni sono il filo conduttore della giornata.

    Tra i tanti tour proposti dal Festival nel territorio piemontese e valdostano ho scelto ‘Passeggiando con gusto’ proprio per andare alla ricerca di botteghe, che è l’anima del mio progetto. Ho scoperto realtà ricche di storie e di fascino. Ma partiamo dalla storia del quartiere dove prende il via la visita.

    Porzione all’angolo con via Cibrario. Fotografia di Davide Rolfo, 2012. © MuseoTorino

    San Donato è un quartiere storico di Torino che prende il nome dalla prima Chiesa di San Donato edificata grazie ad alcune organizzazioni religiose stabilite nell’area fin dal XIV secolo. Collocato ai confini delle antiche fortificazioni cittadine aveva una vocazione agricola durante il XVII e il XVIII secolo, perché il canale di Torino forniva un sistema d’irrigazione ideale ed energia a basso costo. Vi si stabilirono scuderie con carri e cavalli, molti artigiani e nacquero le prime concerie cittadine per cui dalla seconda metà del Settecento si trasformò in area industriale.

    ‘Con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze il Governo d’Italia stanziò a favore di Torino una rendita annua di 300.000 Lire, che venne utilizzata per la costruzione di un nuovo canale per alimentare le industrie cittadine che si sviluppavano sempre più numerose.
    Questi eventi portarono all’incremento dello sviluppo industriale del Borgo con l’installazione di una quindicina di fabbriche principalmente rivolte alla produzione di birra, cioccolato e alla concia delle pelli. ‘ (Fonte sito del Museo Torino) 

    A pochi passi da noi si trova via  Balbis dove ‘nel 1865 i produttori  dolciari Talmone e Caffarel– Prochet inventarono il giandujotto, cioccolatino torinese noto a livello internazionale e in corso Regina Margherita angolo via Vicenza, era ubicato il primo stabilimento della Pastiglie Leone, Nella zona sorgevano anche “La Torinese”, produttore di  panettoni e alcuni birrifici storici, “Bosio & Caratsch” di corso Principe Oddone 81 e la birra Metzger di via S. Donato,68.’ Sempre nel sito del Museo Torino  potete approfondire la storia della città dell’800. 

    Il tour prevede più tappe per conoscere prodotti tipici del nostro territorio dal pane alla carne, dal cioccolato al gelato e degustazioni anche di birra artigianale. I produttori che incontriamo fanno parte dei “Maestri del Gusto di Torino e provincia” , progetto nato nel 2002 grazie alla Camera di commercio di Torino, al suo Laboratorio Chimico e a Slow Food e che oggi annovera più di 182 membri provenienti da 26 categorie. A novembre 2017 è partita anche l’iniziativa #MaestriDigital  che aiuta i produttori a comunicare sui social media.

    Come ci spiega Daniela Fenoglio della Camera di Commercio, per avere il riconoscimento di Maestro del gusto che ha cadenza biennale, i produttori devono rispettare i requisiti di legge sull’igiene e sicurezza dei prodotti alimentari e ottenere il parere positivo dal Laboratorio Chimico.

    Ecco la mappa del tour realizzata su Google maps (vedi link

    :

    Percorriamo via Cibrario e ci fermiamo al numero 31 al Panificio Avetta  dove siamo accolti da Riccardo Avetta, terza generazione di esperti panificatori. La passione per la panificazione nasce infatti nel lontano 1929 in Valle d’Aosta, grazie a Riccardo Avetta e poi prosegue a Torino nel 1957 ad opera di Tullio Avetta, padre di Riccardo. Durante la visita ci vengono fornite informazioni sulla macinazione a pietra, sulle farine di tradizione antica così pregiate, ma difficili da trattare e sulla lievitazione di 30 ore. La degustazione di focaccine e pizzette appena sfornate ci fa iniziare la giornata in modo gourmet.

    Al numero 61 troviamo la Macelleria Giampaolo Crȕ dove potete trovare carne bovina di razza piemontese di alta qualità. Nata nel 1983 si è reinventata con un prodotto innovativo, il Crȕ (in piemontese crudo), un sushi con riso pregiato della famiglia Rondolino e carne cruda che è simile al ben noto prodotto giapponese. La sig.ra Emiliana Marras, moglie del signor Giampaolo ha raccontato com’è nata l’idea del sushi di carne e i progetti futuri dell’azienda familiare. Facciamo un assaggio di carne cruda accompagnato da un buon bicchiere di bollicine.

    La 3a tappa del tour ci porta in via Jacopo Durandi 13 alla Piazza dei Mestieri, un centro che unisce giovani e maestri artigiani per trasferire competenze e passioni. Un progetto educativo che si è sviluppato negli edifici storici delle Concerie Fiorio della Torino metà Ottocento. Tra le molteplici proposte della Piazza degustiamo il cioccolato artigianale (Le delizie della Piazza) e la birra artigianale (Le birre della Piazza). Grazie allo chef Maurizio Camilli scopriamo che nel 2007 all’interno della Piazza nasceva un vero e proprio birrificio, proseguendo la vocazione di Torino che nell’ 800 contendeva il primato di produzione della birra addirittura a Monaco di Baviera. Alla metà dell’800 infatti nella zona erano attivi ca. 180 produttori e avevano creato una birra denominata ‘Chellerina’ dal nome delle belle cameriere bionde che offrivano la birra nei locali. Negli stessi edifici dove oggi sorge la Piazza dei Mestieri erano ubicati due dei più antichi birrifici torinesi:  Bosio & Caratsch, il primo nato in Italia, e Metzger, che sfruttavano l’acqua pura del canale Torino e vennero premiati con la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Torino nel 1898.

    Per scoprire l’ultima tappa del tour torniamo in via Cibrario e ci fermiamo al numero 50 alla Gelateria La Tosca che nasce da una lunga tradizione di mastri gelatai. Il signor Riccardo con il fratello, anch’egli gelatiere a Torino, fa parte della seconda generazione, perché i genitori erano nel mercato del gelato dal oltre trent’anni. Un sistema di refrigerazione a vasche rotanti per una temperatura più uniforme e prodotti freschi locali di alta qualità selezionati con cura nel territorio garantiscono un’esperienza golosa. Oltre alle creme e i gusti inventati dal maestro gelataio assaggiamo anche i gelati gastronomici che ci incuriosiscono. Il gelato al Grana con flavour di sedano accarezza il palato! Il signor Riccardo ci racconta che negli ultimi 20 anni sono cambiati i gusti alimentari, ma è cresciuta l’attenzione del consumatore non solo verso la lista degli ingredienti, ma anche le provenienze.

    Il press tour si conclude con un pranzo gourmet presso Eataly Lingotto dove scopriamo il progetto Menu for Change, la prima campagna internazionale di Slowfood che lega il cambiamento climatico alla produzione e al consumo di cibo.

    Come ho raccontato questa food experience?

    A parte questo articolo nella sezione ‘Alla ricerca di storie’ e il live tweeting su Twitter durante lo svolgimento della giornata ho creato alcuni racconti visual declinati su tool e platform per comunicare sui social o embeddare sul sito. Vediamoli insieme:

    • Steller uno sfogliabile per narrare attraverso testo + foto + video ad un pubblico internazionale, oltre che nazionale (ecco il link https://steller.co/s/7z6jpZSsBR9). Trovate molti appassionati di food, oltre a food blogger internazionali.
    • Series di Medium sfogliabile all’interno della piattaforma di blogging con utilizzo di testo e foto. Ho creato due storie distinte (tour e pranzo a Eataly Lingotto e qui i link: https://medium.com/series/9cf584749a3e e https://medium.com/series/2df28e544b53)
    • Sutori una piattaforma di narrazione che consente di aggregare contenuti in alberatura. (ecco il link https://www.sutori.com/story/un-press-tour-a-torino#.Wp_FGlmgIaE.google_plusone_share) Sto testando questa piattaforma e cercando di capire come utilizzarla al meglio.

     

    Di seguito una raccolta di scatti del press tour.