• Storie in social VR: Petra Škachová

    Le nostre storie in social VR proseguono con Petra Škachová, founder della Oculus Community Italy. Ho conosciuto Petra in Altspace VR grazie a Pyramid Cafè e ho approfondito la conoscenza durante alcuni eventi. Forse ancora non sapete che nell’ultimo anno sono stati organizzati alcuni appuntamenti fissi all’interno delle community: dalle serate del MagicFlute Show all’evento del lunedì ‘Due chiacchiere in VR’ in cui si fa networking e al Cinema Party dove ci si conosce e si assiste a proiezioni di film in compagnia. Il Cinema Party è stato creato e gestito dall’Oculus Community Italy.

    Una community di quasi 700 appassionati con un sito e un gruppo Facebook dedicati ai visori VR di Oculus in Italia. Andiamo a curiosare tra le informazioni pubblicate nel gruppo:

    ‘la Community mira ad essere un punto di riferimento per gli appassionati della realtà virtuale, ma anche a poter offrire assistenza, consigli e consulenza in caso di bisogno, così come svago e divertimento‘.

    Chi è Petra Škachová

    Petra è una interprete e traduttrice, oltre ad essere la founder e moderatrice della community. Possiamo dire che sia l’anima della Oculus Community Italy e una fonte inesauribile di aggiornamenti, informazioni, curiosità sul mondo della VR.

    La storia di Petra

    Scopriamo insieme perché ha deciso di aprire la Oculus Community Italy. Quali vicessitudini l’hanno portata ad appassionarsi di realtà virtuale tanto da farne quasi una seconda professione?

    Il 14 aprile scorso ha tenuto uno speech seguitissimo al MagicFlute Show in cui ha parlato dell’etica nel metaverso.

    Per approfondire la sua storia l’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Petra parlaci di te. Di professione sei una interprete. Qual è la tua storia e quando è nato il tuo interesse per la realtà virtuale?

    Grazie Simonetta anzitutto per quest’occasione di raccontarmi ai tuoi lettori. E’ vero, di professione sono una interprete e traduttrice, e, ho avuto modo di lavorare anche per alcune emittenti televisive in questa veste. Ho lavorato anche per un’emittente radiofonica con il mio programma Wikipetra.

    Diciamo che i media sono da sempre un mio grande interesse, e la realtà virtuale è uno dei media più affascinanti e futuristici che abbiamo tra le mani attualmente. Il mio interesse per la realtà virtuale, che seguivo comunque da diversi anni, si è intensificato 5 anni fa.

    L’evento scatenante è stata l’uscita del primo visore standalone – Oculus Go. Il fatto di poter utilizzare un VR headset senza alcuna necessità di cavi e PC mi ha stregato, e ovviamente mi sono precipitata ad acquistarlo. Non esagero se dico che forse sono stata la prima persona in Italia a possederlo 😊. Non esisteva alcun riferimento in italiano, né sul web né sui social, su questi dispositivi. Quando socializzavo con i primi social VR rudimentali disponibili in Oculus, il pubblico era prettamente straniero. Ed è così che è nata l’idea di creare Oculus Community Italy.

    Hai utilizzato la VR per il tuo lavoro d’interprete o pensi che possa essere utile?

    La realtà virtuale è senz’altro uno strumento professionale, oltre che ludico. Non a caso ci sono sempre più app che aiutano a lavorare in smart working, co-working digitale o fare riunioni in ambienti interattivi virtuali. Non ho ancora convinto i miei clienti a provare le lezioni in VR, anche se già le stiamo facendo in digitale con Skype da anni, ma ci sto lavorando 😊

    L’approccio umano, e interattività, nonché l’immersione che la realtà virtuale offre, potrebbero essere degli ottimi alleati per insegnare e studiare lingue straniere. Al momento ci sono poche app, come Mondly, che si affaccia a coloro che vogliono studiare lingue, ma sono certa che entro due anni ci saranno grandi progressi in questo senso.

    Quando hai iniziato a frequentare il metaverso? Già negli anni in cui è nato Second Life?

    Ho sempre osservato attentamente Second Life, ma non l’ho utilizzato. Sicuramente è stato un antenato dei social VR di oggi, dove possiamo rivestire i panni di chi vogliamo e vivere letteralmente una seconda vita. Sono sempre stata una grande nerd, ma ai tempi mi focalizzavo più sul gioco di alcuni mitici titoli per PC e sullo studio dello sviluppo delle app per PR. Quindi ho veramente cominciato a frequentare i social virtuali 4 anni fa, con la nascita di Altspace VR. Ai tempi era più rudimentale rispetto ad oggi, e come accennavo prima, il pubblico era prevalentemente americano.

    Durante l’evento MagicFlute Show hai proposto di creare un ‘Manifesto del metaverso’ stimolando la partecipazione attiva della platea. Ci fornisci qualche dettaglio?

    Assolutamente, grazie della domanda. Ho intentato di creare un Codice etico comportamentale in VR, creando appositamente per l’evento delle slide ed espletando 10 concetti. Non vorrei certo far concorrenza ai 10 comandamenti della Bibbia : ), ma è pur sempre vero che come nella vita reale, anche nella VR serve un codice etico e delle regole.

    La libertà certamente è di tutti, ma non bisogna mai dimenticarsi di avere rispetto verso il prossimo, di non esprimere giudizi offensivi e di tollerare pensieri altrui, nonché razza e religione delle persone che ci circondano in VR. Non sono la prima ad averci pensato, su alcuni siti americani si leggono dei primi tentativi e pensieri a riguardo, ma manca un manifesto ufficiale da rispettare. Per chi volesse approfondire sul tema, può guardare la puntata di Pyramid Cafe / Magicflute Show al link.

    Quando hai avuto l’idea di fondare la Oculus Community Italy e perché?

    Il pensiero dietro a questa Community era quello di unire gli utenti italiani tra di loro, offrire assistenza, consigli, info e aggiornamenti su tutto ciò che riguarda i visori Oculus. Sono personalmente presente nel gruppo, dove cerco di mantenere un clima di serenità e collaborazione.

    L’idea è nata nel 2017 ma la vera realizzazione è datata 2018. E’ stato un momento, in cui non si sapeva quasi nulla di Oculus in Italia, mancava supporto in italiano, qualsiasi tipo di Community o gruppo su FB. Posso dire che siamo stati i primi. La pagina FB originale però oggi non c’è più, è stata sostituita dal gruppo che conoscete oggi e dove gli ex iscritti originali sono migrati – un gruppo offre maggiori possibilità di interazione rispetto alla pagina. Oggi esistono altri gruppi, anche più numerosi del nostro, su FB, e questo fatto mi fa solo contenta – significa che la “awareness” per quanto riguarda la VR di è in rapida crescita, rispetto agli anni in cui iniziavo io a parlare di Oculus.

    Cinema Party della Oculus Community Italy

    Sempre a proposito della community quanti sono i soci e quali sono gli obiettivi a medio termine?

    Il progetto di Oculus Community Italy è un mio “figlio”, come mi piace definirlo, e ho coinvolto anche un mio ex collega e ottimo amico di lunga data – Francesco Fiore, per quanto riguarda alcuni aspetti social – lui è un esperto in social media. Il mio obiettivo a lungo termine è sicuramente quello di far crescere la community, e di far differenza – ovvero essere realmente utili ai nostri iscritti, fornire aiuto e consigli utili, e sto lavorando sul primo incontro dal vivo della Community.

    Mi piacerebbe realizzare un meeting a Milano, tutti con i propri visori Oculus, per provare un’esperienza di gruppo virtual-reale, chiacchierare come amici di VR, e poi perché no, concludere con una ‘pizzata’ e un drink! Credo che non si sia ancora fatta un’iniziativa del genere, e mi sembra un’idea carina per uscire un po’ dalla virtualità, e dare un volto ai nostri avatar.

    Ci dici in 3 parole chiave i vantaggi di frequentare il metaverso?

    Il metaverso virtuale è un immenso ventaglio di possibilità. Oltre al fatto che possiamo essere in contatto con persone dall’altra parte del mondo, parenti lontani e conoscere persone nuove, il metaverso VR supera alcuni preconcetti e disagi che alcuni utenti possono avere nel socializzare in generale. Inoltre, persone con certe disabilità fisiche, acquistano un nuovo senso di sé, sfruttando un “corpo nuovo” grazie all’avatar, sperimentando emozioni nuove.

    Considerando poi i tempi particolari e vari lockdown che abbiamo vissuto, la realtà virtuale era per molti un respiro di libertà e modo di evadere dall’isolamento. In generale vedo soprattutto i vantaggi della vita sociale nel metaverso, ma ovviamente, come ogni strumento anche la VR ha i propri rischi. Non bisogna esagerare con la permanenza in VR, ma ricordarsi che la vera vita è quella là fuori e che il metaverso VR per ora è il complemento della nostra vita, non la sostituzione di essa.

    Quale piattaforma preferisci tra Alspace VR, Virbela, Engage VR e altre?

    Sono stata a lungo patita di BigScreen, che per quanto possa sembrare fatto solo per gli streaming, in realtà è stato il social VR tra i primi davvero ben disegnati e concepiti. L’ho cominciato ad utilizzare quando AltSpace aveva ancora molto da crescere. Oggi invece non posso che elogiare AltSpace, che ha fatto degli enormi passi in avanti ed è senz’altro il social vr più avanzato, equilibrato ed intuitivo da usare. Come hai ben accennato, ce ne sono anche molti altri, per cui vorrei citare e consigliare anche vTime XR, che 3 anni fa per me era un piccolo miracolo.

    Grazie Simonetta per questa intervista, è un onore poter raccontare un pezzetto della nostra Community ai tuoi lettori.

    Per chi volesse approfondire sulla community, o diventare il nostro membro – siete i benvenuti 😊! Ecco i link:

    https://www.facebook.com/groups/oculuscommunityitaly

    sito web: www.ocommunity.it

    Un saluto da Petra

  • Storie in social VR: Cristiana Pivetta

    Il progetto delle storie in social VR e XR si apre con Cristiana Pivetta, una docente che ho conosciuto al MagicFlute Show di giugno 2020 dal titolo: ‘I mondi virtuali e l’apprendimento‘. Questa conferenza in Altspace VR era dedicata al mondo della scuola e all’apprendimento in VR ed era organizzata da Francesco Spadafina, founder di Pyramid Cafè. Perché iniziare il nostro percorso con la storia di Cristiana? Semplicemente perché il suo entusiasmo, il suo desiderio d’apprendere e sperimentare mi hanno piacevolmente colpita e penso che possa essere d’ispirazione per tutti noi.

    Cristiana è riuscita a rendere il mondo della scuola coinvolgente ed interessante per i più giovani attraverso le sperimentazioni in realtà virtuale e i mondi di social VR.

    Chi è Cristiana Pivetta

    Relatrice al MagicFlute Show di giugno 2020 Cristiana insegna lettere all’ITCG ANGIOY di Carbonia ed è esperta di tecnologie applicate alla didattica.

    La storia di Cristiana

    Scopriamo insieme che cosa si cela dietro l’avatar di Cristiana che ho avuto il piacere d’incontrare in Altspace VR. Perché ha scelto di dedicarsi alle tecnologie? Come si possono sfruttare la realtà virtuale e i mondi di social VR nella didattica?

    Per approfondire la sua storia l’ho intervistata per voi.

    L’intervista

    Cristiana ciao, raccontaci com’è nato il tuo interesse per la VR.

    Il mio interesse per la VR è nato quasi parallelamente all’attenzione per le tecnologie. Mi hanno sempre affascinato gli ambienti immersivi e le loro potenzialità in campo didattico per la loro prospettiva multimodale (suoni, voci, immagini, chat testuali, artefatti, simboli, script e quant’altro). Inoltre ritengo che modellare lo spazio virtuale a proprio piacimento, agitare la bacchetta magica a disposizione dell’avatar per dare forma agli oggetti costituiscono delle preziose opportunità per ingaggiare e sostenere i discenti nel loro percorso.

    "I care in the world" in edMondo

    “I care in the world” in edMondo

    Quando hai iniziato ad utilizzare le tecnologie a scuola? Hai trovato degli ostacoli da parte dei colleghi o degli studenti?

    È stato esattamente nel 2004. Lo ricordo benissimo perché in quel periodo trovavi i pc esclusivamente nelle aule informatiche e per giunta non in tutte le realtà scolastiche. La situazione disastrosa di un gruppo di studenti sotto il profilo didattico-sociale costituì una valida motivazione per provare a costruire delle esperienze significative con l’uso delle tecnologie

    Gli studenti in aula predisponevano dei mockup preparatori con i compagni del loro gruppo per poi realizzare nel laboratorio informatico semplici pagine web. Le problematiche del tempo erano legate alla difficoltà di ottenere il permesso di accedere ai laboratori informatici e alla mancanza di connessione.

    Ho incontrato diffidenza o per meglio dire indifferenza quando ho portato avanti il progetto di inserire in ogni aula delle whiteboard. Ma anche in questo caso i feedback degli studenti e delle famiglie mi hanno convinto della validità del cammino intrapreso.

    Non mi sono più fermata anzi ho creato il sito Fantascrivendo, mi sono iscritta a vari social, ho aperto un canale YouTube, animata dallo spirito di condividere un approccio metodologico efficace d’uso delle tecnologie.


    Prime attività di gruppo alla LIM

    Al Magicflute Show hai parlato dei mondi virtuali per l’apprendimento. Quali vantaggi possono apportare rispetto alla didattica ‘reale’?

    I vantaggi sono enormi. Per gli studenti costituiscono delle occasioni reali per mettersi alla prova, per fare osservazioni e operare nel mondo virtuale raccordandosi alle attività svolte in aula.

    Le parole chiave sono motivazione, coinvolgimento, inclusività e creatività.

    Per i discenti agire nel mondo virtuale non è differente dal mondo reale perché la propria e/o le proprie identità reali vengono messe in relazione con il loro personaggio avatar.

    Sollecito i discenti a costruire degli ambienti (campi semantici) in cui porre artefatti significativi, espressione del loro personale e collaborativo modo di fare esperienza del mondo. Questo è il punto di arrivo di un percorso co-costruito, che implica da parte degli studenti l’apprendimento di modelli e concetti legati alla grammatica del mondo immersivo in uso.


    MagicFlute Show: Seminario Edu3d

    Quali ambienti immersivi hai sperimentato e hai trovato più adatto per coinvolgere gli studenti? Che percorso consiglieresti ad un/una collega che desiderasse iniziare ad utilizzare la didattica nei mondi virtuali?

    Il mio percorso esperienziale si è concretizzato inizialmente con edMondo, il mondo virtuale per la scuola dell’Indire. Nel tempo ho interagito con il mondo immersivo di Edu3d in Craft World, AltspaceVR, Mozilla Hubs. Questi ambienti sono tutti estremamente coinvolgenti e offrono la possibilità di interagire con comunità di docenti e di professionisti per uno scambio efficace di pratiche ed esperienze.

    Sono affascinata allo stesso modo dalle potenzialità di questi mondi e parimenti i miei studenti. A chi si voglia cimentare in un percorso simile consiglio di iscriversi alle rispettive comunità, di partecipare a uno o più corsi che periodicamente vengono proposti, e successivamente vi invito a “gettarvi nella mischia” con i vostri studenti per apprendere insieme.

    Escape room: Il ballo delle fiabe, Progetto Edu3d in Craft Word

    Ci racconti un episodio che può fare comprendere il valore di questo tipo approccio?

    Vi porto ad esempio la mia ultima esperienza, un laboratorio immersivo[1] di letteratura in edMondo. Lo spazio è stato interamente modellato dai miei studenti, due classi seconde e una classe prima dell’ITCG Angioy di Carbonia.

    La nostra sfida è stata quella di rendere la letteratura attuale in un momento in cui si è dovuto fare di necessità virtù a causa della pandemia e della didattica a distanza.

    Il mondo virtuale realizzato ruota intorno al castello dell’innominato e agli ambienti di supporto realizzati, relativi non solo all’opera “I Promessi Sposi” di Manzoni ma di tanti altri autori in prosa e poesia. Oltre agli oggetti architettonici sono state create linee del tempo, mostre, giochi di fuga (escape room), presentazioni interattive e molto di più.


    “Laboratorio Letterario” in edMondo

    Nel 2018 hai pubblicato il libro ‘In viaggio intorno al mondo. Itinerari didattici in rete’. Quale tipo di didattica illustri nel tuo libro e a chi può essere utile?

    Il 2018 è stato un anno particolare. Dopo aver scritto numerosi articoli e contributi presenti in rete e in vari libri, ho deciso di autopubblicarmi.

    Non vi dovete far ingannare dal titolo, non è un manuale e neppure un romanzo, ma il racconto, in una forma narrativa coinvolgente, dei viaggi virtuali realizzati nel web per visitare musei, siti archeologici, per fare comunità con gli studenti dei paesi di tutto il mondo. Una lezione differente che gli studenti costruiscono secondo un modello condiviso con altre classi, animata da un approccio interculturale, creativo e empatico, caratterizzato dal problem solving.

    Nel libro ho inserito risorse, proposte di attività, strumenti pronti all’uso o modificabili secondo lo stile di ogni insegnante.

    Doveva ancora travolgerci la pandemia, ma questa idea risulta più che mai attuale come i tanti progetti che propongo, sempre proiettata nel futuro.

    Concludo invitandovi a leggerlo, a seguirmi sui social e perché no a collaborare con me.

    Ringrazio Simona per l’invito. È stato molto interessante confrontarci su queste tematiche.


    [1] Per approfondimenti leggete l’articolo “Pratiche di debate nei mondi virtuali” http://www.rivistabricks.it/wp-content/uploads/2021/02/18_Bricks1-2021_Pivetta.pdf


  • 2039: accendere e condividere storie

    Ho deciso di partecipare alla performance immersiva Eutopia Dystopia “Your past belongs to them now” dell’artista danese Inga Gerner Nielsen ambientata nel 2039 e proposta dall’associazione culturale Twitteratura al Polo del ‘900 di Torino. Un tweet mi ha incuriosita e, da appassionata di narrazione, non ho saputo resistere.

    Eutopia Dystopia è un progetto biennale realizzato con il sostegno della Compagnia di San Paolo nell’ambito del “Bando CivICa, progetti di Cultura e Innovazione Civica”. L’evento ha aperto venerdì 22 novembre alle 11:00 e, con sessioni ogni trenta minuti, è durato fino a domenica 24 novembre.

    Faccio parte del primo gruppo che vive quest’esperienza e vengo accolta con altre quattro persone da due giovani che ci spiegano il senso della performance, le dinamiche e come poter interagire.

    Siamo nel 2039 e uno shock energetico ha reso impossibile usufruire della tecnologia, l’energia elettrica è fruibile a intermittenza e non si riesce più ad accedere al patrimonio culturale e agli strumenti digitali. Siamo un gruppo di giovani che hanno deciso di creare un movimento di resistenza per ricostruire la memoria collettiva attraverso oggetti e le storie dei singoli, ricordi di vita quotidiana.

    <<Verrete accompagnati da un performer, non potrete utilizzare il cellulare o altra tecnologia perché nel 2039 non disponiamo più di nulla>>, ci avvertono.

    La performance inizia vicino alle scale attigue all’area didattica del Polo del ‘900 in lingua inglese per poi proseguire in italiano. I performer sono seduti e sdraiati sui gradini e Inga, leggendo una sorta di manifesto, ci introduce a questa realtà parallela. Si susseguono più momenti con perfomer diversi che ci accolgono e accompagnano in questo viaggio.

    Ogni performer sceglie un partecipante. Una ragazza mi invita a camminare in coppia nel corridoio verso l’entrata avvolte e nascoste tra 2 veli leggeri che rendono la vista un po’ offuscata. Durante la passeggiata mi fa notare elementi presenti nell’ambiente circostante. Ogni frase inizia con una domanda: ‘ricordi quando…‘. Si sofferma, ad esempio, sul ticchettio delle dita sulla tastiera del pc, sulle luci a led del corridoio, sui rumori delle voci o degli oggetti spostati all’improvviso e così via. Non devo interagire, ma solo ascoltare e concentrarmi sui ricordi.

    Foto dalla pagina Facebook di Twitteratura

    Torniamo al punto di partenza dove mi accoglie un’altra performer che mi accompagna sulle scale dove è stato posizionato un telo bianco in stoffa leggera e trasparente che cade libero verso il piano sottostante. Mi chiede se può bendarmi e mi guida, scendendo pochi gradini, verso il telo che è bloccato ad un’estremità da un bastone in legno. Mi invita ad accarezzare il tessuto, ad avvolgerlo sul bastone e a far affiorare i ricordi.

    Ecco il primo ricordo: Al tatto la trama mi riporta all’infanzia quando mia nonna, appassionata di cucito, confezionava per sé e per mia madre delle camicette in seta. Non era la sua professione, ma il suo hobby.

    Mi pone delle domande per capire meglio e, mentre sono ancora bendata, mi invita a sedermi vicino a lei sui gradini dove cerca di sintetizzare il ricordo che le ho narrato. Finito questo momento di condivisione, mi accompagna nella sala didattica e mi chiede se può consegnare le frasi da lei composte a due ragazze che stanno battendo i testi su macchine da scrivere d’epoca, la Lettera 44 Olivetti.

    Mi affida allora ad un’altra performer che mi accompagna vicino ad una nicchia della stanza dove sono posizionati alcuni oggetti. Mi invita a sceglierne uno e a spiegare la mia scelta in base ai ricordi che affiorano alla mia mente. Scelgo un mini ventilatore portatile. Quali ricordi mi suscita?

    Ci spostiamo verso una nicchia della stanza, vicino ad una finestra e ci sediamo su cuscini, schiena contro schiena. Mi pone alcune domande per far riaffiorare i ricordi: dove ti trovi? che cosa vedi intorno a te? quali odori senti?

    Ecco il secondo ricordo: Ho sei, sette anni d’età e mi trovo nella casa di campagna dei nonni. È estate e fa caldo. Sono nel mio letto per il sonnellino pomeridiano, ma non ho voglia di dormire. Fa caldo e le pale del ventilatore nella cameretta muovono l’aria. Ripercorro con lo sguardo la casa: il cancello di legno verde, l’entrata nel portico che divide il piano terra con la cucina a sinistra e il salotto a destra, dove si affaccia una scala che porta al piano superiore e alle camere da letto. Il portico si apre in un bel giardino con rose rampicanti e una parte terrazzata ricca di piante da frutto ed erbe aromatiche. Sento il profumo di legno bruciato nel camino e di erba bagnata in un giorno di pioggia.

    Ecco il terzo ricordo: È piena estate e corro per i prati e gioco con gli altri bambini. Fa caldo, sento il sole sulla pelle.

    Terminato il racconto la performer scrive brevi note e mi chiede il permesso di farle battere a macchina. Il foglio dei miei ricordi verrà posizionato a terra al centro della stanza dove si trovano oggetti e recipienti pieni di liquidi, simboli che Inga spiega ad un altro partecipante.

    Ora la mia storia non mi appartiene più, ma diventa un elemento di un racconto collettivo, come dice il titolo dell’evento: Your past belongs to them now.

    L’esperienza non si esaurisce nella performance, ma continua anche sull’applicazione Betwyll (su App Store e su Google Play) dove si possono trovare una selezione di testi e nel ‘Benvenuti nel 2039‘ il Manifesto del movimento di Resistenza che ci ha accompagnato lungo il percorso al Polo del ‘900.

    Per approfondire potete leggere l’intervista a Inga Gerner Nielsen sul sito dell’associazione culturale Twitteratura.

    Le fotografie sono tratte dalla pagina Facebook di Twitteratura.

  • Scoprire le botteghe di San Salvario: Press tour 2019


    Per il secondo anno ho partecipato al press tour organizzato dal Festival del giornalismo alimentare e dalla Camera di Commercio di Torino (Maestri del Gusto) alla scoperta delle botteghe storiche di Torino. Il ritrovo con gli altri giornalisti e foodblogger è alle 8:45 davanti al Mercato di San Salvario e precisamente al Caffè Orso in via Berthollet.

    Arriviamo alla spicciolata e iniziamo le presentazioni. Siamo originari di varie zone d’Italia, tutti desiderosi di conoscere il quartiere e alcuni Maestri di Torino. Ci attendono Daniela Fenoglio della Camera di commercio (Maestri del Gusto) e Antonella Ghio del Festival del Giornalismo Alimentare oltre alla guida Bogianen. 

    Quest’anno la scelta dei blog tour era molto varia e, devo ammettere, di essere stata un po’ indecisa tra le proposte dentro e fuori Torino. Il desiderio di scoprire angoli della città che non frequento abitualmente ha prevalso.

    Il percorso

    I locali da visitare sono molto vicini, addirittura attigui e durante la visita scopriamo che hanno creato una buona sinergia tra di loro in ottica di co-marketing: organizzano e partecipano ad eventi comuni e alcuni sono molto attivi anche sui social media.

    Le botteghe storiche

    Si parte dal Caffè Laboratorio Orso in via Berthollet. Un locale con un’atmosfera un po’ fuori dal tempo, con carta da parati e tazzine diverse una dall’altra. Chi mi conosce bene sa che colleziono tazzine da caffè che acquisto in mercatini in Italia e all’estero, quindi sono incuriosita e al contempo incantata dall’ambiente.

    <Mi sono ispirato a locali che ho conosciuto all’estero> racconta il proprietario che vuole diffondere a Torino la cultura del caffè, proponendo anche corsi di degustazione per appassionati o semplici sperimentatori. Durante la visita scopriamo un po’ di storia:

    • la Giuliano Caffè di Caluso era stata fondata nel 1950 da Michele Giuliano Albo
    • il caffè Orso si trova nei locali che prima ospitavano un laboratorio di un restauratore di mobili.
    • il nome e il logo del locale deriva dall’immagine di una sciamana, una donna che indossa una testa d’orso e sul fondo delle tazzine è disegnato un numero che può essere letto e interpretatao secondo i ‘Fondi di verità’ appesi all’ingresso del locale.

    Si prosegue il tour alla panetteria Ficini dove il proprietario ci narra della sua ricerca sulle farine antiche e sui pani ricchi di fibra senza lievito e pasta madre. Dolci di ogni tipo, pizze e pizzette occhieggiano dagli scaffali e dal laboratorio a vista. Il profumo di pane fresco ci avvolge e non vorremmo più uscire.

    La terza tappa prevede la gelateria attigua a Caffè Orso dal nome evocativo: Mara dei Monti. Dai due soci e amici di lunga data, Riccardo Ronchi e Edoardo Patrone, scopriamo com’è nato il nome del locale: da una fragolina francese che sa di fragola di bosco. In realtà pare che Mara sia il nome di una fidanzata di uno di loro. Sarà vero o solo una divertente narrazione?

    L’arte del gelato si basa su un’accurata ricerca delle materie prime e una lavorazione con pochi zuccheri che esalta il sapore anche se comporta anche 2 produzioni al giorno. Dal gelato che propone fino a venti gusti alle torte (ad oggi solo tre ricette) e la sperimentazione del cioccolato con più varianti tra cui quello al tartufo.

    Il quarto Maestro del gusto è la Pescheria Il Corallo presso il mercato storico di San Salvario. Un banco che ha una lunga storia, perché da 30 anni propone pesce di allevamento e di mare ai consumatori che affollano il mercato.

    La quinta bottega è Lait e Formagg  che fin dal 1956 propone eccellenze del territorio. Specializzata nei formaggi (120 tipi) si è aperta anche ai salumi con una selezione contenuta, ma di grande qualità.

    L’ultimo Maestro del Gusto che visitiamo durante il press tour è l’Enoteca Rosso Rubino. Un’eccellenza nel campo dei vini e del cibo gourmet che conoscevo e frequentavo già da anni. Aperto nel 2003 si è trasformata da enoteca a vineria, integrando poi il servizio di ristorazione e i servizi on-line per raggiungere consumatori anche lontani dal quartiere e da Torino.


    Come ho pianificato la narrazione del press tour e quali media ho scelto?

    Ho distinto la comunicazione in due fasi distinte, una live ed immediata basata sul visual e una successiva più esaustiva.


    Fase 1. Twitter + IG Story

    Ho informato i follower di Twitter che avrei raccontato il press tour con un live tweeting e li ho invitati a seguirmi. Nello stesso tempo ho iniziato una Story su Instagram con foto di ogni location che man mano visitavamo. Terminata la Story l’ho salvata e messa in evidenza sul mio profilo. Potete vederla sul mio account: simonetta.pozzi (SIMO POZZI).


    Fase 2. Twitter Moment + Wakelet + Sito

    La fase due ha richiesto una maggiore concentrazione e lavoro da desktop in tranquillità.

    Ho iniziato a raggruppare i tweet migliori in un Moment su Twitter e l’ho pubblicato subito il 24 febbraio. Ecco il link a cui potete fare riferimento.

    Per mantenere viva l’attenzione sul tour qualche settimana dopo l’evento ho creato una narrazione su Wakelet, in cui ho raggruppato i contenuti e ho specificato le degustazioni che i Maestri hanno proposto ai giornalisti e blogger. In un secondo tempo l’ho condivisa su Twitter. Qui trovate il link da consultare.

    L’ultima attività riguarda un articolo pubblicato sul sito nel quale ho parlato non solo del tour e dei Maestri del Gusto, ma anche della strategia di comunicazione, dei medium adottati per la narrazione. Su Google Maps ho creato una mappa personalizzata che riporta il percorso, i map pointer dei locali visitati e un’immagine per ogni location e ho realizzato delle gallery fotografiche con immagini raccolte durante la giornata e in alcuni casi non divulgate sui social media.

    Buona lettura!

  • Gusto e passione in una scatola: My Cooking Box

    La passione per le storie, la cucina gourmet e il Made in Italy mi porta a conoscere diverse realtà italiane dalle botteghe storiche alle aziende familiari riscoperte dalle nuove generazioni alle idee innovative e startup che colpiscono la mia immaginazione. Ho scoperto il progetto My Cooking Box in occasione del Gammaforum, l’evento internazionale dell’imprenditoria giovanile e femminile che si è svolto lo scorso novembre a Milano.

    Come storyteller ho partecipato al social media team per raccontare il convegno e tra le dieci finaliste del premio Gammadonna 2018 ho conosciuto Chiara Rota, founder di My Cooking Box, che ha vinto il premio QVC Next per il prodotto più innovativo. Ho voluto approfondire e conoscere meglio la sua storia, fatta di coraggio, determinazione e tanta passione per il Made in Italy. Buona lettura!

    Chiara Rota vince il Premio QVC Next Award al Gammaforum 2018

    Buongiorno Chiara, la sua passione per la cucina è nata in famiglia? Ha qualche ricordo d’infanzia? 

    La mia passione per la cucina è iniziata ancora quando ero piccola ed è arrivata un po’ da mia nonna e un po’ da mia mamma. La prima riusciva a cucinare qualsiasi piatto con un’abilità e una semplicità invidiabile, la seconda invece non era così brava, ma si impegnava sempre per prepararmi qualcosa di gustoso. Quando sono andata via di casa e mi sono ritrovata a dover cucinare da sola, ho iniziato a mettere in pratica tutto quello che avevo imparato da loro e il mio amore per la cucina ha iniziato ad aumentare sempre di più, tanto che per me è diventato un vero e proprio lavoro.

    Dalla prima ricetta si è arrivati a 12 piatti (9 primi e 3 secondi). Qual è il criterio con cui vengono scelte le ricette della tradizione italiana? Le ricette sono tradizionali o rivisitate secondo l’interpretazione dei cuochi? 

    Per la realizzazione delle nostre ricette andiamo in cerca di realtà produttrici artigianali, dove la grande maestria del saper tramandare e fare è il fattore di qualità e garanzia del prodotto. Selezioniamo piccole aziende che lavorano le eccellenze del loro territorio, proprio per creare dei cofanetti che, come le nostre My Cooking Box, racchiudono una specialità regionale di alta qualità. Nella selezione degli ingredienti e nella creazione della ricetta coinvolgiamo l’Accademia del Gusto, un centro di formazione d’eccellenza del settore enogastronomico nel panorama lombardo e affermati professionisti della ristorazione, ciascuno dei quali firma la ricetta del suo territorio di origine, talvolta personalizzandola o rivisitandola.

    Che cosa distingue My Cooking Box dai preparati già in commercio? 

    My Cooking Box è un meal kit che contiene al suo interno tutti gli ingredienti, nelle giuste dosi, per cucinare un piatto regionale italiano con la ricetta di uno chef. All’interno di ogni cofanetto ci sono solo ingredienti ricercati e naturali, tutti made in Italy e a lunga conservazione, per evitare sprechi e cucinare con comodità e semplicità quando si preferisce. A differenza di aziende che offrono servizi analoghi, però, My Cooking Box è un prodotto che viene venduto sia attraverso il canale fisico, presso vari rivenditori (shop enogastronomici, panetterie, aeroporti, store Mondadori, per citarne alcuni), sia attraverso il canale online. Tutto ciò è possibile perché all’interno delle nostre box gli ingredienti sono tutti a lunga conservazione e con una shelf-life ad ampio margine e questo ci ha permesso di vendere il nostro prodotto in più di 20 Paesi.

    Qual è il target a cui avete pensato quando avete creato il progetto? I Millennials, la generazione Z che non sanno cucinare e spesso hanno genitori troppo indaffarati per passare i segreti di cucina? 

    Il consumatore di oggi ha l’abitudine di acquistare per prodotto e, spesso e volentieri, si ritrova con la dispensa piena ma senza quell’ultimo ingrediente necessario per realizzare il piatto preferito. Quindi, perché non cambiare questo processo e indurre il consumatore ad acquistare per ricetta? My Cooking Box trova la risposta a tutto questo, con riduzione di tempo e di spreco assicurata, diventando così ideale per tutti: per una coppia che lavora e ha poco tempo per fare la spesa e per cucinare, per chi decide di trascorrere il fine settimana nella propria casa vacanza senza dover trasferire l’intera dispensa di cucina e per tutti quelli che hanno l’esigenza di improvvisare un pranzo o una cena all’ultimo minuto, ma senza rinunciare alla qualità. Le nostre box sono perfette anche (e soprattutto) per i turisti stranieri che in genere, avendo poca dimestichezza con la cucina e volendo ripetere a casa un piatto assaggiato in Italia, si trovano in difficoltà sia a reperire particolari ingredienti, sia a come realizzare la ricetta in modo impeccabile.

    Qual è la storia del logo e del packaging a forma di casetta? Avete da subito pensato alla casa nel vostro immaginario? 

    Abbiamo cercato di studiare un logo che potesse essere internazionale e comprensibile a tutti fin da subito. Abbiamo scelto di chiamare la nostra startup My Cooking Box per sottolineare che il nostro prodotto può essere: “MY COOKING” perché ognuno nella propria cucina di casa può vivere la sua personale esperienza culinaria; “BOX” perché tutto questo è racchiuso nei nostri cofanetti.

    La forma della box invece, simile a una casetta, è un rimando alla semplicità e praticità di My Cooking Box, che offre appunto la possibilità di cucinare come un vero chef direttamente a casa propria in tutta tranquillità.

    Mi è piaciuta la sua storia fatta di passione e determinazione da ingegnera gestionale a imprenditrice di food. Quando ha capito che l’idea era vincente? Quanto è stata utile la campagna di equity crowdfunding sulla piattaforma Mamacrowd?  

    L’equity crowdfunding è una forma di finanziamento forse ancora poco conosciuta in Italia, ma che permette di ottenere ottimi risultati che spesso vanno ben oltre le aspettative. Ad oggi sono state due le campagne di crowdfunding alle quali abbiamo aderito: la prima ad agosto 2016 a fianco della piattaforma CrowdFundMe, in cui abbiamo raggiunto in soli venti giorni il budget prefissato di 50mila euro, e abbiamo chiuso con nostra grande sorpresa con un overfunding del +400%; la seconda campagna di crowdfunding, invece, è stata avviata quest’anno all’inizio di maggio con MamaCrowd, la prima piattaforma di equity crowdfunding in Italia, e si è conclusa in breve tempo più di 500.000 euro raccolti.

    Entrambe le campagne di equity crowdfunding sono state per noi uno strumento utilissimo, dal quale abbiamo ricevuto molteplici vantaggi: al di là del finanziamento raccolto, sono state un vero e proprio trampolino di lancio, che ci ha permesso di avere contatti con molti investitori e di conseguenza di aprire la nostra attività in nuovi canali. Ogni investitore, infatti, si sente parte del progetto e contribuisce non solo economicamente ma anche dal punto di vista di contatti e relazioni commerciali. Grazie a tutti loro siamo riusciti ad entrare a contatto con realtà magari difficili da raggiungere da soli e a stringere collaborazioni importanti. Non solo, l’aver superato di molto il nostro budget iniziale ci ha conferito grande visibilità, permettendoci di essere notati da grandi aziende già consolidate che hanno deciso infine di partecipare investendo nel nostro progetto.

    Quali sono le caratteristiche fondamentali che deve avere uno startupper per riuscire e quali suggerimenti si sente di dare a una giovane con un’idea brillante? 

    Quando si intraprende un percorso come questo è fondamentale essere il più determinati possibili e credere fortemente in quello che si sta facendo, senza avere timore a comunicare le proprie idee, soprattutto nella fase iniziale. Il rischio maggiore che si può compiere, infatti, è quello di cercare di tenere nascosto il proprio prodotto: essere gelosi della propria idea o della propria intuizione in certi casi è utile, ma esserlo troppo può diventare un problema, perché non dà la possibilità di ricevere quei consigli e opinioni che permettono di migliorare e magari vedere qualcosa che da soli non riusciremmo a notare. Confrontandosi con altre persone, invece, si possono ricevere consigli e nuovi spunti che ti permettono di crescere e migliorare. Infine, ma non ultimo per importanza, è fondamentale avere tanta pazienza e capacità di reazione anche di fronte a risposte negative, senza lasciarsi abbattere alla prima difficoltà: in questo percorso la strada è spesso in salita, ma posso assicurare che ogni traguardo raggiunto è una grande soddisfazione.

  • Cinque Quinti: una storia di castelli e di vigneti

    Ho conosciuto Cinque Quinti grazie ad un gruppo social di cui faccio parte. Martina Arditi aveva invitato le socie a partecipare ad un tour organizzato in Monferrato, per scoprire vigneti e borghi storici. Dopo qualche messaggio e telefonata ho raggiunto Cella Monte, non solo uno dei Borghi più belli d’Italia dal settembre 2018, ma anche il luogo in cui ha sede l’Ecomuseo della Pietra da Cantoni, che da anni studia gli infernot (o infernòt). Sapete di cosa si tratta? Se, come me, siete nati in Piemonte ne avrete sicuramente sentito parlare dai nonni e ne avrete visitato almeno uno. In occasione dell’incontro ho avuto il piacere di conoscere anche gli altri 4 fratelli, insieme hanno dato vita a Cinque Quinti, ovvero 5 giovani uniti non solo dalla parentela, ma anche dalla passione per i vigneti ed il vino tramandata dai nonni. Con grande entusiasmo, da diversi anni, stanno portando avanti l’attività agricola, con tante idee nuove ed un tocco fresco e innovativo. Conosciamo meglio i giovani Arditi.

    Martina ciao, ci racconti chi era il famoso nonno che ha dato vita alla “saga familiare”?

    I racconti che abbiamo sono di nostro nonno Mario, che quasi sognante parlava del suo papà Giuseppe Giorgio Camillo, nato a Cella Monte nel 1872 e venuto a mancare nel 1928, sposato con Giuseppina. Insieme hanno vissuto nel castello di Cella Monte con i loro 9 figli: Adele, Teresa, Gesuina, Francesca, Paolo, Carlo, Camillo, Demetrio e, appunto, nostro nonno Mario. Considerata la grandezza dell’abitazione, l’altra ala era abitata dal fratello di Giuseppe, Pio, con la moglie Santina.
    L’agricoltura era il principale mezzo di sostentamento della famiglia e la produzione in eccesso veniva venduta. La cantina sotto alla nostra abitazione, in disuso dal 1956, era utilizzata per la produzione di vino. Da alcuni documenti storici abbiamo scoperto che la famiglia “Arditi del Castello” era particolarmente famosa per la qualità dei suoi vini, già ai tempi, distribuiti in tutta Italia. Tra gli anni ’50 e ’60 molte cantine private hanno deciso di chiudere, per dare vita alla cantina sociale, collaborare e dividersi le spese. Vi ho accennato che la nostra abitazione un tempo era un castello, ma vi starete chiedendo: davvero un castello? Eh già, siamo stati particolarmente fortunati ad aver ereditato l’unica fortezza rimasta in piedi dal 1100 circa; nel tempo è stata abitata da diverse famiglie nobili per arrivare nel 1700 ad essere proprietà degli Arditi e i nostri nonni l’hanno poi ristrutturata con un gusto molto contemporaneo, senza snaturarla.
    Sai Simonetta, il commento che più ci ha emozionato durante il recente evento di IT.A.CÀ è stato quello di Andrea Cerrato, presidente di “Sistema Monferrato”:

    Varcare la soglia della vostra corte è come fare un tuffo nel passato, ma nello stesso tempo c’è una grande energia positiva e coinvolgente.

    È esattamente quello che proviamo noi quotidianamente ed è bello che le nostre mura trasmettano questo anche agli altri. Ti confesso, inoltre, che quest’inverno inizieremo qualche lavoro di miglioria nella cantina storica, non per la produzione vera e propria, questo purtroppo sarebbe complicato logisticamente parlando, essendo proprio nel cuore di Cella Monte, ma con l’obiettivo di trasformarla in una sorta di sala degustazione e di invecchiamento per i nostri vini.

    È vero che vostro padre non ha continuato la tradizione di famiglia. Quando avete rilevato le vigne? Com’è cambiata la produzione negli anni?

    Il nonno ha sempre spinto nostro papà Giuseppe ad allontanarsi dall’agricoltura e così, ottenuto il diploma di Ragioniere, dopo una prima lezione alla facoltà di Giurisprudenza, non andata molto bene, ha deciso di buttarsi nel mondo del lavoro, riuscendo in una brillante carriera. Partito da apprendista a soli 19 anni, è diventato con il tempo un manager affermato in un’importante azienda di legnami della zona. Tra un viaggio di lavoro e l’altro e l’impegno di 2 mandati come sindaco per il Comune di Cella Monte, ha sempre dato il suo contributo per portare avanti l’attività del nonno. Compresa, poi, la grande passione di Fabrizio e Michele, primo e terzo quinto, li ha aiutati e sostenuti nella decisione di rilevare l’attività, che nel 2010 è passata nelle loro mani. Fabrizio aveva 24 anni e Michele era poco più che ventenne, quindi come puoi immaginare le difficoltà sono state molte all’inizio. Grazie però ad alcuni importanti investimenti e agli sforzi profusi da tutta la famiglia, ma soprattutto trainati della profonda passione trasmessa dal nonno, gli uomini di casa hanno decuplicato il terreno tra quello di proprietà e quello gestito, in affitto o in conto terzi, passando quindi a lavorare da 7/8 ettari a quasi 100.
    Con l’ingrandirsi dell’azienda sono aumentati i collaboratori e le responsabilità, l’organizzazione si è fatta più complessa per arrivare ad una chiave di volta nel 2015 quando, dopo una prima produzione di vino nata quasi per gioco, abbiamo dato vita a Cinque Quinti. Qui siamo entrate in gioco io e Francesca, che fino ad allora ci eravamo dedicate all’università, allo studio delle lingue e a diversi lavori principalmente in ambito marketing e comunicazione, che sono ancora la nostra prima occupazione.
    Cinque Quinti è un brand della società agricola Fratelli Arditi, è la nostra creazione, alla quale ha collaborato anche il più piccolo di noi cinque, Mario, che tra la scuola e la passione per la chitarra ci ha sempre dato una mano nelle varie attività, soprattutto in occasione della vendemmia. Un tassello fondamentale, che non ho ancora menzionato, è stata la nostra mamma Manuela. Senza di lei, che ci ha cresciuto, supportato e sopportato (abbiamo tutti dei bei caratterini…) non saremmo qui a lavorare fianco a fianco.
    Forse mi sto dilungando troppo, ci sarebbero tante cose da raccontare, ma direi di passare alla prossima domanda.

    Ci spieghi che cosa sono gli infernot?

    Gli infernot sono locali sotterranei costruiti scavando a mano una particolare roccia, la pietra da cantoni, ovvero una pietra arenaria di agevole escavazione. Sono un’appendice della cantina, priva di luce ed aerazione naturale, ubicata comunemente sotto le case, i cortili e talvolta sotto le strade dei nostri borghi monferrini.
    Vere e proprie opere d’arte, capolavori architettonici, sono nati dalla tradizione e dal sapere contadino, realizzati nei lunghi inverni, non da esperti cavatori, ma da semplici agricoltori, diventati scultori monferrini, veri artisti rimasti anonimi nella quasi totalità dei casi. Sul territorio sono tanti gli infernot presenti: 47 sono quelli censiti a partire dal 2002 dall’Ecomuseo della Pietra da Cantoni in collaborazione con l’Istituto Superiore Statale “Leardi” di Casale Monferrato. Nel giugno del 2014 poi “I paesaggi vitivinicoli del Piemonte” (Langhe – Roero e Monferrato) sono diventati il 50° sito italiano iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, proprio grazie alla presenza degli infernòt.
    Noi lo diciamo sempre, sono uno dei validissimi motivi per venirci a trovare!

    Qualche ricordo di quando eravate bambini?

    “Stüddia, stüddia!” ci diceva in dialetto nostro nonno. Lo ripeteva sempre, soprattutto quando non avevamo voglia di fare i compiti, quando facevamo i pigri e preferivamo rimanere in cortile a giocare a palla. Ancora oggi ce lo ripetiamo tra di noi e sorridiamo imitando il suo tono di voce.
    Diciamo che ognuno, a modo suo, ha seguito il prezioso consiglio. Terminati gli studi canonici, scuole superiori per Fabrizio e Michele, universitari per me e Francesca, in questi ultimi anni siamo ritornati tutti tra i “banchi di scuola” specializzandoci in diversi ambiti riguardanti il mondo del vino e della sua comunicazione, aspetto assolutamente da non trascurare.
    Io frequento il corso sommelier, Fabrizio ha terminato il corso Mastro di Cantina, che ora ha cominciato Michele, mentre Francesca, la creativa di famiglia, prova e sperimenta quotidianamente nuove soluzioni digitali che ci permettono di migliorare il nostro sito ed il nostro blog e di avere un e-commerce attivo e che spedisce in tutta Italia. Il più piccolo, Mario, ha terminato a giugno l’Istituto agrario e ora si trova in Australia per un’esperienza lavorativa davvero unica, alla scoperta di un mondo vitivinicolo così lontano e diverso dal nostro, ma che sicuramente tornerà utile a tutti.
    Il nonno Mario lo vediamo ancora lì, seduto sulla panchina in cortile, con il suo gelato “Camillino” a spronarci a fare bene, ad impegnarci in qualunque cosa dovessimo fare. Un ricordo vivo nella nostra memoria che cerchiamo di onorare ogni giorno e custodiamo con affetto nei nostri cuori.

    Cella Monte è considerato uno dei Borghi più belli d’Italia. Che cosa rappresenta per voi?

    Per prima cosa una grande emozione! Adoriamo il nostro paese, è un borgo incantato. Siamo cresciuti per quelle strade, godendoci tante primavere di assoluta libertà, giocando in bicicletta d’estate, trascorrendo magnifiche giornate d’autunno sul trattore con il nonno e passando gli inverni a lanciarci palle di neve.

    Ora per noi vuol dire visibilità, nuovi turisti provenienti non solo da città vicine, ma da tutta Europa.

    Il primo grande passo verso un risveglio del settore terziario si è avuto quando siamo stati riconosciuti Patrimonio Unesco nel 2014. Ci sono sempre più persone desiderose di scoprire e riscoprire le tradizioni monferrine, appassionati di vino e della buona cucina che vengono a trovarci.

    Certo, il paese è davvero piccolo e bisogna anche attrezzarsi per poter accogliere nel modo migliore questa nuova e crescente domanda, partendo dal potenziamento delle strutture ricettive che sono ancora poche, ma sono certa che miglioreremo. A tal proposito, abbiamo da poco attivato una partnership con il bed and breakfast “Dalla Nonna”, proprio a due passi dalla nostra sede. Una nuova ed emozionante avventura!

     

    Uno dei fratelli è partito da pochi giorni per l’Australia. Uno scambio di culture vinicole? Perché non ha scelto ad es. Napa Valley in California?

    Durante il quarto anno di scuola superiore Mario era stato in Colorado, un’esperienza unica che gli ha aperto decisamente nuovi orizzonti. In quei 12 mesi ha avuto la possibilità di spostarsi molto, crescere, sperimentare, così al suo rientro era già deciso a pianificare una seconda importante avventura. Fin da subito si è mostrato interessato all’Australia, un Paese che offre la possibilità di ottenere un visto chiamato Working Holiday, ovvero la possibilità lavorare e viaggiare per un anno intero. Questo continente ha l’estensione dell’Europa, un’immensità tutta da vivere! Hanno una buona cultura vitivinicola che Mario avrà la possibilità di toccare con mano, vendemmiando per diversi produttori nell’Hunter Valley e seguendo i lavori in cantina. Che dire, beato lui!

    Ho letto che la produzione di vino con le vostre etichette è nata 3 anni fa. Quali progetti per il futuro?

    Tantissimi! Siamo partiti con 750 bottiglie di Vino Rosso della vendemmia 2015, in realtà una Barbera del Monferrato, ma proprio perché non eravamo partiti con l’intenzione di metterle sul mercato, non abbiamo potuto per legge scriverlo sulle etichette, abbiamo quindi lasciato la denominazione generica vino da tavola.

    L’anno successivo abbiamo quasi duplicato la produzione con 1400 bottiglie e stiamo per imbottigliarne una piccola selezione di 600, sempre di uva barbera che ha fatto 20 mesi di tonneau, “Roverò”, una vera chicca che sarà pronta da assaggiare intorno al prossimo febbraio e non vediamo l’ora!

    La società agricola Fratelli Arditi è nata come produttore di uva, cereali, girasoli, e un ettaro di tartufaia, oltre i pioppeti, quindi non abbiamo ancora una cantina nostra, ma collaboriamo con alcune aziende vicine e seguiamo il processo di vinificazione dall’inizio alla fine. Una nostra aspirazione è di renderci completamente indipendenti, speriamo di poterlo fare presto. Come ci diciamo e ripetiamo spesso: un passo alla volta!

    Da poche settimane siamo anche diventati fattoria didattica. Michele ha frequentato i corsi indispensabili per l’ottenimento del patentino e nei prossimi mesi inizieremo i lavori di ristrutturazione di una parte dell‘azienda che dedicheremo alla degustazione e alle attività istruttive.

    Insomma, abbiamo in cantiere tante novità che trasformeranno non solo alcuni locali dell’azienda ma anche le nostre giornate, perché il lavoro si intensificherà e diversificherà sempre di più.
    Concludo Simonetta confidandoti che spesso, purtroppo, la burocrazia che sta dietro a questa tipologia di progetti non è semplice e non è per nulla incoraggiante, ma noi ci crediamo e lavoreremo sodo per portare tanti nuovi turisti a scoprire le bellezze di Cella Monte e del Monferrato, offrendo vini di qualità, senza mai trascurare la tradizione!

  • Una storia di formaggi, vini e qualità – Borgiattino Formaggi a Torino

    Sotto i portici di corso Vinzaglio, nel cuore di Torino, potete scoprire  Borgiattino, una bottega storica specializzata in ‘una storia di formaggi, vini e qualità‘, come leggiamo sul sito. Il primo incontro è avvenuto un sabato mattina di qualche mese fa in occasione di una degustazione di mozzarella di bufala piemontese e di quella campana. Avvolta da profumi e sapori sono stata accolta dal titolare, il sig. Luciano Guidotti che, subentrato al sig. Borgiattino in quest’avventura nella gastronomia di alta qualità, ha preservato il brand storico. 

    La storia della bottega è molto più complessa e affascinante di quello che possiamo immaginare. Siamo negli anni ’20 quando in una Torino laboriosa Carlo Borgiattino avvia l’attività che lascia poi ai due figli, una tradizione familiare, una vita casa e bottega che è arrivata fino a noi.

    Quello che mi ha colpito non è tanto la varietà dei prodotti esposti, quanto il desiderio dei titolari di lasciare un segno, di emozionare, di diffondere cultura e una ricerca sapiente di prodotti da proporre ad un pubblico esperto ed attento alla qualità. Proprio a tal fine vengono organizzate le degustazioni e tour gastronomici per visitare le aree di produzione.

    Al primo incontro sono seguite altre visite nei mesi successivi fino al 17 settembre scorso, giorno della  premiazione dei Maestri del Gusto di Torino e provincia 2019-2020 a Torino Incontra. Proprio in quest’occasione, in attesa che Luciano ricevesse il premio, abbiamo fatto una breve intervista.

     

    Buongiorno Luciano quando sono venuta in bottega mi ha mostrato la maniglia con le iniziali FB, mi racconta la storia legata a queste iniziali?

    Una storia curiosa che è legata alle vicende familiari dei Borgiattino. Il negozio nacque nel 1927 dall’idea di Carlo Borgiattino che ebbe due figli: Candido (detto Dino) e Roberto. Quando si ritirò Carlo Borgiattino subentrarono i due figli ed ecco la ragione delle iniziali ‘FB’ ossia  ‘Fratelli Borgiattino’. Dopo pochi anni, tuttavia, i due fratelli non andarono d’accordo e si divisero, pur restando nello stesso settore. Dino mantenne il negozio originale in corso Vinzaglio, portando avanti una tradizione che risale a 90 anni fa e Roberto aprì un negozio in via Accademia Albertina. La targa mutò quindi di significato da ‘Fratelli Borgiattino’ a ‘Formaggi Borgiattino. Gli anni passarono, ma a causa della difficoltà connesse all’introduzione della ZTL, Roberto decise di ritornare nella bottega del padre e quindi i due fratelli si riunirono.

    Come si è scoperto la passione per i prodotti caseari, dal momento che ha un’estrazione di imprenditore in settore totalmente differente?

    Anche questa è una storia interessante, perché è legata alla mia curiosità innata e alla mia passione per i formaggi. Provengo dal settore elettromeccanico che resta la mia attività professionale primaria, ma sono attratto da settori merceologici diversi.

    Conoscevo Dino da quando era rimasto titolare unico del negozio e quando ebbe qualche problema di salute circa 15 anni fa decisi di rilevare l’attività. Assunsi anche le due commesse ‘storiche’ che collaboravano da 25 anni. All’inizio fu solo un hobby e il desiderio di avvicinarmi ad un mondo che da sempre mi affascinava, ma negli anni è diventata una seconda attività. Nella ricerca dei collaboratori pongo l’accento sulla curiosità, sul desiderio di conoscere ed apprendere la storia dei formaggi.

    Borgiattino è conosciuto ed apprezzato per la scelta di accurata dei piccoli produttori con produzioni limitate dalla fontina d’alpeggio al Plaisentif,  detto formaggio delle viole, tipico dell’alta Val Chisone e dell’alta Val di Susa, che si vende dalla terza domenica di settembre ed è disponibile solo fino a gennaio, al massimo a febbraio fino ad arrivare al Bettelmatt, il numero uno dei formaggi italiani. Piccole quantità per palati esperti. 

    Qualche aneddoto legato alla bottega? 

    I clienti mi riportano che Carlo Borgiattino spesso facesse finta di parlare al telefono con l’Avvocato Agnelli. Nessuno sa se fosse vero o meno, tanto che è diventata ormai una leggenda. Quando si entrava in bottega Carlo era al telefono voltato di spalle e pronunciava queste parole: <<Sì senatore, d’accordo senatore, domani le mando tutto quello che ha ordinato>>.

    Sappiamo che è sempre più forte l’attenzione al prodotto di qualità ed alla conoscenza della filiera. Come sono cambiati i gusti dei consumatori negli ultimi anni?

    In 15 anni ho notato che è cresciuta l’attenzione del consumatore verso la provenienza e la produzione dei formaggi.  Proprio per andare incontro a queste esigenze ho creato delle schede tecniche per ogni prodotto per diffondere cultura, oltre a fornire informazioni dettagliate nella bottega.

    Se il cliente, ad esempio, vuole approfondire le differenze tra la Fontina d’Alpeggio e di latteria, mentre lo serviamo lo acculturiamo. Ecco un esempio delle informazioni che vengono fornite di volta in volta. Ogni forma è numerata e classificata con un simbolo del CTF, acronimo che significa controllo tutela fontina. La Fontina d’Alpeggio deve avere un numero inferiore a 500 altrimenti è di latteria. Dal punto di vista organolettico ed economico si acquistano e degustano due formaggi completamente differenti. La Fontina d’Alpeggio è prodotta a 1800-2000 metri e le mucche si cibano di fiori ed erba dei prati, mentre per la Fontina di latteria l’alimentazione è basata sul fieno, Sono particolarmente esperto di Fontina, perché personalmente cerco gli alpeggi in Vallée. Faccio parte anche della giuria preposta a nominare ogni anno la migliore Fontina d’Alpeggio della Valle d’Aosta. Viene fatta una selezione tra 500 tipologie di Fontina arrivando a sceglierne solo 10 tipi tra cui verrà eletta la migliore dell’annata. Ogni produzione è diversa dall’altra in base all’alimentazione, al momento dell’anno in cui viene prodotto il latte.

    Il rapporto con il cliente è quello che distingue la piccola bottega dalla grande distribuzione. Non solo vendita, ma cultura di prodotto. A tal fine ho organizzato alcuni anni fa anche dei tour eno-gastronomici in Valle d’Aosta per portare i miei clienti a vedere i luoghi di produzione. Ad esempio, nel 2012 abbiamo visitato un’antica ex miniera di rame in Valpelline vicino ad Aosta. Si tratta di un centro di raccolta e stagionatura della fontina, capace di ospitare fino a 60.000 forme con annesso museo e degustazione di prodotto e vino.  Abbiamo poi proseguito la vista anche al castello di Issogne, che ha ispirato il Borgo Medioevale del Castello del Valentino di Torino. Quindi abbiamo unito varie forme d’arte e cultura.

    Ho rivisto più volte Luciano e ho scoperto che è una persona veramente eclettica con la passione per l’arte, la cultura e la scrittura. Ci ha regalato anche un suo racconto ispirato alla vita d’alpeggio, una storia che fa riscoprire i valori d’altri tempi, ricca di fascino e di modernità al tempo stesso.

    Buona lettura!

    Miele, formaggio e Buccia

     

    “Io!?”

    Quasi un urlo, risuonò per l’ampia stalla!  Sembrava che riassumesse in se orrore, sorpresa e in fondo anche divertimento per la richiesta, anzi l’ordine che le era stato dato.

     “Io!?” ripeté quasi ridendo.

     “Nonna, ma stai scherzando! Come ti viene in mente! Mai e poi mai farò una cosa del genere!”

     Mentre sorridendo rispondeva così alla sua adorata nonna, le venne da pensare a cosa avrebbero detto i suoi compagni di liceo se l’avessero vista fare quello che sua nonna le aveva chiesto. Chiesto! La nonna era adorabile in tutto e per tutto, compreso il suo carattere burbero, brontolone con un fondo di intelligente ironia. La nonna non chiedeva mai, ordinava. Le venne in mente il suo povero nonno; anche lui aveva ubbidito alla nonna per tutta la sua vita, e lo aveva fatto con tutto l’amore che la nonna meritava. Dicevano che lei era il ritratto della nonna da giovane.

    La nonna. In gioventù era stata  bellissima. Così si vedeva nelle fotografie.  Un corpo flessuoso e perfetto, con un volto delicato in cui spiccavano due occhi azzurri come il cielo di primo mattino, su all’alpeggio. Lunghi capelli neri, tanti e riccioluti. Adesso seduta su uno sgabello accanto alla sua mucca, stava mungendo con la stessa dolcezza con cui avrebbe accarezzato un bimbo.  Il suo culone tracimava dallo sgabello! Era invecchiata, appesantita dal lavoro in montagna, dalla cura della sua malga.  Una volta serviva solo per abitazione d’estate e rifugio di pastori, ma già da suo suocero era stata trasformata in una grande casa, poco sotto Pila. La nonna ripeté l’ordine, nel suo dialetto piemontese-aostano

    ” Siediti qui e impara a mungere!”

    Imperativa,  guardando di sotto in sù la sua bella nipote. Certo le parve molto appropriato il soprannome con cui l’avevano chiamata i suoi compagni di scuola , i suoi amici. Ormai anche in casa la chiamavano tutti così, quella gagna. Ed infatti per i suoi diciannove anni aveva un bellissimo corpo, alta e piena di armonia: dalla nonna aveva preso il colore azzurro degli occhi, che in più esprimevano una dolcezza mista a determinazione e carattere. Il volto, dall’ovale perfetto, era incorniciato da una massa di capelli ricci e biondissimi. “Miele” la chiamavano tutti.

    “Ohi! Miele, non avresti potuto vestirti prima di scendere nella stalla!”

    “Che dici, nonna! Sono vestita!”

    Si, vestita! Pensò la nonna. “ Che ti sembra di essere vestita con quelle mutande blu e la pancia di fuori?!”

    “ Mutande blu?! Nonna sono degli shorts di jeans! Ed ho sopra una camicetta corta…siamo d’estate!”

    “se io fossi venuta così bardata nella stalla e ci fosse stato tuo nonno, mi avrebbe mangiata viva!”

    “Aveva un grande appetito, il nonno!”

    “Vieni qui, donna nuda, che t’insegno a mungere! Almeno fai qualcosa di buono”

    Miele si sedette sulla paglia, di fronte alla nonna, guardandola con affetto e ammirazione. Brava la sua vecchietta! E che sveltezza nel muoversi, che agilità!

    “Nonna, ma come fai ad essere così brava. Non dovresti stancarti troppo, non è che sei una ragazzina!”

    “Perché no?! Intanto io non vado in giro in mutande blu come fai te! Sono ben coperta e attrezzata! E poi se non lo tiro giù io il latte, e non lo lavoro…il formaggio che hai mangiato ieri sera, ti era piaciuto o no?!

    Miele ascoltava la nonna immaginandola ragazza quando con suo marito saliva alla malga per il pascolo. Sembrava che fossero passati secoli da allora, e la nonna ripeteva giorno dietro giorno  gli stessi gesti: Il pascolo, la stalla, la mungitura, il latte, il formaggio. Come se le vite degli altri fossero state nuvole passeggere. Si chiese se la nonna aveva avuto dalla vita tutto ciò che aveva desiderato avere. Al liceo avevano più volte affrontato il tema della felicità, senza mai fare il punto di cosa significasse essere felici.

    “Nonna, tu sei felice?”

     E subito dopo Miele si pentì d’essersi fatta sfuggire di bocca questa domanda. Spostando il secchio del latte l’anziana e grossa donna si agitò sul panchetto facendolo scricchiolare pericolosamente. Guardò sorridendo la nipote e la vide in tutta la sua smagliante giovinezza.

    “Non mi sono mai preoccupata di esserlo! Posso però dirti che sono stata tanto infelice ed è stato quando è morto tuo nonno! Era in grado di fare uno dei più gustosi formaggi della vallata, Faceva una fontina, a pasta semicotta con il giusto grasso, e poi dopo tre mesi ti leccavi le dita!!”

    “Formaggi?!-esclamò Miele- ma non rimpiangerai il nonno solo per i   formaggi?!”

    “Miele mia, che ne sai te di quanto bisogna essere bravi per fare bene ciò che si fa! Tuo nonno, con me faceva tutto benissimo! Anche il formaggio. Lui aveva imparato da suo padre, da suo nonno e per generazioni non hanno fatto nient’altro che fare formaggi. E te, Miele mia, con le tue mutande blu che ne sai di come si fanno i formaggi?”

    “A scuola mi hanno insegnato tutto sul formaggio! I latini lo chiamavano formaticum, e si dice che il primo caciaro sia stato un pastore che si chiamava Aristeo,  e che era figlio di Apollo e di una ninfa che si chiamava Cirene.!”

    “Ecco perché tuo padre ti ha mandato a scuola! Ma non era meglio se ti avesse insegnato a mungere, e poi professoressa che ne sai dei formaggi?!”

    “ Sai nonna che ho tradotto dal greco un passo di Aristotele dove nella sua Storia degli animali racconta di come i pastori siciliani facevano il formaggio! E poi ne ho letto sul Columella che descriveva nel primo secolo dopo Cristo, nel suo De Rustica, la fabbricazione del formaggio. Persino Plinio il vecchio riporta un lungo elenco di formaggi napoletani”

    “Si, “i napuli” ora sanno fare anche i formaggi!”

    “Chi parla male dei “napuli” ?

    Una voce profonda e giovane s’intromise tra le due donne. Sulla porta apparve un giovane, alto quasi due metri, rosso fuoco di capelli.  Con la propria mole chiudeva quasi del tutto la porta della stalla.

    “Buon giorno nonna!”

    “ Alfredino!, il mio dottorino preferito, nonostante sia napoletano- esclamò la nonna- entra che così conosci Miele! Accidenti a te! Ma lo sai che ci hai fatto prendere una spavento con quel tuo vocione!”

    Miele fu costretta ad alzare il viso fino a scorgere nella penombra il volto di questo ragazzone, e si ritrovò la sua piccola mano stritolata nella mano di lui. Pensò che non aveva mai visto un ragazzo così bello e così rosso di capelli, con splendidi occhi verdi. Lì per lì le venne un po’ d’affanno.

    “E così tu saresti la nipotina cittadina tanto bravina a scuola! Ma è vero che ti chiami Miele?!”

    Alfredo non parlava, tuonava! Miele s’infastidì per quest’approccio poco gentile e non seppe cosa rispondere. Poi riprese fiato e chiese con disinvoltura se lui lo chiamavano Arancio, visti i suoi colori.

    “Arancio, ma chi te l’ha detto!? Persino in ospedale i colleghi mi ci chiamano così! E poi siccome non vado mai via dai reparti dopo aver visitato i malati, qualcuno mi chiama anche Buccia, il dr Buccia. E questo perché mi appassiono e cerco di star loro vicino finché posso”

    Quasi ignorandoli  la nonna  riprese a mungere; i due, come se Eros li avesse  folgorati, cominciarono una lunga chiacchierata sulla loro scuola, su cosa lei si aspettava dalla vita, sul futuro dei suoi studi, mentre Buccia le raccontava di come avrebbe voluto specializzarsi e poi lavorare a Torino, insomma….. non la finivano più.

    La nonna li guardava sorridendo. Da brava vecchia montanara, anzi quasi da antica malgara presagi il futuro, pensando che il miele con una buccia d’arancio su una fetta di fontina fosse  un piatto divino che le avrebbe dato tanta felicità!!

     

  • La storia del Capitano Rosso: arte del cioccolato a Torino – Maestri del Gusto –

    La storia del Capitano Rosso è ricca di fascino, perché il profumo del cioccolato dalle navi mercantili arriva fino a corso Traiano di Torino. Grazie al progetto “Maestri del Gusto di Torino e provincia”, ho conosciuto questa realtà fatta di passione e di tradizione e ho incontrato il Maestro Gianfranco Rosso, titolare della Pasticceria del Capitano Rosso e Cioccolateria La Cambusa.

    Qualche settimana fa ho visitato la cioccolateria e il Capitano mi ha accolto in giacca stile marina e mi ha parlato della sua vita divisa tra due grandi passioni: il mare e il cioccolato. L’amore per il cioccolato è un’eredità di famiglia, perché il padre Francesco aveva iniziato l’attività di panettiere e di pasticcere nel  lontano 1923. Un legame speciale lega il signor Gianfranco al padre e con grande ammirazione e affetto mi narra della loro attività legata alla tradizione e al culto dell’arte pasticcera.

     

    Perché signor Gianfranco ha pensato di mantenere il legame con il mare all’interno della sua attività?

    Come giustamente da Lei introdotto il Mare è stato, ed è ancora, la passione che porto nel cuore. Per cui ho pensato di circondarmi di arredamento, foto ed oggetti che ricordano la mia precedente esperienza. Comunque il vero colpevole di questa scelta è stato mio padre, che, per amore paterno, intitolò la pasticceria “Capitano Rosso”, a mia insaputa, e che scoprii durante un breve ritorno!!

     

     

    Quale ricordo d’infanzia la lega al cioccolato: le ore passate nell’azienda di famiglia, le festività, altro?

    Nei miei ricordi da bimbo è ben presente il surrogato di cioccolato, in quanto il vero cioccolato non era così diffuso. Ricordo particolarmente i blocchi di surrogato bianco/nero che venivano venduti a fette nel negozio dei miei genitori. Per noi ragazzini era una vera conquista ottenerne un piccolo pezzo!! Infatti sia io che i miei amici, ci proponevamo per effettuare piccoli lavoretti o consegne al vicinato per ottenere l’ambito premio. Il vero cioccolato lo conobbi più tardi, da ragazzo, quando con mio padre venivamo a Torino per consegnare i nostri prodotti ai grossisti, e, nel periodo pasquale acquistare dagli stessi le uova pasquali decorate. Le stesse erano rivendute nei nostri negozi di Vercelli con notevole successo, in quanto provenienti dalle validissime realtà artigianali di Torino. In quegli anni mio padre iniziò a produrre con notevole successo biscotteria secca ricoperta di vero cioccolato fondente. Una vera golosità!!

    In tanti anni di attività ha avuto sicuramente momenti felici e meno felici, mi racconta un episodio?

    Naturalmente dopo circa mezzo secolo di attività (siamo aperti a Torino dal 2 Settembre 1971), si sono succeduti numerosi episodi positivi ed altri negativi. Per mio carattere preferisco ricordare episodi positivi o simpatici, come quello della nonna che mi richiese di immettere un pulcino vivo all’interno di un uovo pasquale destinato al nipotino. Alle mie obiezioni circa la possibilità di sopravvivenza del povero animaletto (e per ovvi motivi di igiene), mi consigliò di realizzare dei fori nel cioccolato dell’uovo!! Ovviamente il finale fu di inserire un peluche all’interno dell’uovo. Assicuro che non fu facile arrivare a quest’ultima conclusione!!

    Ho letto che avete in azienda oltre 10.000 stampi per 2.000 soggetti differenti. Qual è il soggetto più originale?

    Per il sottoscritto gli stampi, e la conseguente possibilità di realizzare un’infinita gamma di prodotti, sono una vera passione, quasi una malattia. Pertanto non perdo occasione per acquistare o realizzare in proprio matrici e stampi di ogni forma e soggetto; è molto più che un hobby. Questa disponibilità ci permette di soddisfare le esigenze più strane della clientela, ed ogni richiesta originale diventa una sfida da vincere. Molto bello e gratificante. E’ difficile individuare un solo lavoro che mi abbia impressionato in modo particolare, perché la gamma di opere realizzate è stata veramente molto varia; si parla di fabbriche intere o ipermercati o presepi giganti in cioccolato; passando per loghi o prodotti aziendali da pubblicizzare (macchine fotografiche, navi da crociera, facciate di hotels, cruscotti di automobili, ecc.). Ogni realizzazione ha richiesto studio, disegni e prove che ci hanno permesso di raggiungere il risultato finale: la soddisfazione del cliente, nostra e, non ultimo, stupire gli utenti finali.

    Qual è il suo gusto preferito tra le 50 varietà e gusti di praline che producete e perché?

    Domanda  a cui è veramente difficile rispondere. Come ogni buon artigiano ogni realizzazione è “Figlia nostra”, per cui sono tutte amate. Da buon piemontese indirizzo prevalentemente le mie scelte sulle varie declinazioni possibili a partire dalle Nocciole Piemonte I.G.P., che sono un ottimo e sicuro punto di partenza per moltissime varietà. Se devo fare una scelta questa è indirizzata ad arancio/nocciole Piemonte/fondente 71%.

    Mi narra com’è nata l’idea del prodotto ‘Crokaffé’ nel 2015?

    Il “Crokaffè” è stato il raggiungimento di un sogno. L’idea di realizzare un prodotto solido che potesse permettere alle persone di portare con sé in ogni momento il piacere di gustare un caffè (od un tè o diverse altre piccole coccole) era nei miei progetti da molto tempo.

    Il tempo passato in prove, test, ricerche e studi (circa 1 anno) è stato veramente gratificante. In questo periodo mi sono confrontato con molte persone, ho ascoltato suggerimenti, critiche ed idee di vario genere; il tutto mi è stato utile per il raggiungimento del mio obiettivo. Oggi sono certo di aver conseguito il risultato che mi ero proposto.

    Da qui in poi parte una realtà che è molto più difficile per un piccolo artigiano: la commercializzazione su vasta scala. Purtroppo non è più alla portata di una piccola realtà quale la nostra il poter uscire su un mercato di vaste proporzioni.

    Non importa, il risultato è stato raggiunto e la nostra clientela ci riempie di soddisfazioni; il futuro…vedremo!!!

     

    Com’è cambiato il gusto dei consumatori da quando ha avviato la pasticceria del Capitano Rosso? Che cosa distingue il cioccolato italiano artigianale da quello estero?

    Come ovvio le maggiori possibilità di viaggio e di conoscenza hanno portato ad un differente apprezzamento dei gusti e delle sensazioni anche visive. Da parte nostra si è cercato di valorizzare sempre più la trazione dolciaria torinese, un po’ in controtendenza rispetto al momento, curando maggiormente l’aspetto; senza però seguire totalmente le mode. Questa politica non ci ha deluso e constatiamo un interessante apprezzamento anche da parte della clientela più giovane. A nostro parere la strada della moderata innovazione della tradizione è pagante, pertanto questa è la strada che continueremo a seguire.

    Per quanto concerne il cioccolato la strada che seguiamo è leggermente diversa; pur partendo dalle materie prime tradizionali, sviluppiamo prodotti innovativi soprattutto nell’aspetto. Giochiamo con l’attualità e le mode del momento, mantenendo inalterata la qualità finale del prodotto in Europa.

    Nel 2017 avete realizzato il ‘Castello di Dracula’ in diretta pubblica con 280 kg di cioccolato nella sala San Giorgio del Borgo Medioevale di Torino. L’opera è stata poi esposta a Palazzo Bombrini di Genova Cornegliano e nel Palazzo Regionale Liguria e poi donata all’ospedale Gaslini. Il suo impegno nel sociale è continuo. Quali saranno le prossime iniziative? 

    Ritengo che mettere le “mani” a disposizione del “Sociale” sia aver raggiunto il massimo nella propria esperienza di vita. L’incontro con “La Band degli Orsi”

    (ONLUS dell’ospedale Gaslini di Genova, che si occupa principalmente di assistenza alle famiglie dei bimbi ricoverati), mi ha permesso di partecipare direttamente ed attivamente al raggiungimento di grandi risultati.

    In questi ultimi anni abbiamo realizzato molte iniziative (il Presepe napoletano, l’Arca di Noè, il castello di Dracula, dimostrazioni, corsi, ecc.) tutte con soggetto principale il cioccolato.

    Quest’anno a Genova nell’ambito del “Festival della Scienza”, costruiremo un’opera in cioccolato (La Moto Spaziale) che ci vedrà all’opera con la presenza degli astronauti italiani e di scienziati di tutto il mondo. Naturalmente il tutto a favore de “La Band degli Orsi”.

    In contemporanea dedicheremo spazio a corsi di cioccolato per bambini ed altre interessanti iniziative ancora in fase di definizione. Tutto questo avverrà con Antonio Le Rose, Franco Rossetto, Paolo Gusella, il sottoscritto, e numerosi altri colleghi che presteranno gratuitamente ed appassionatamente la loro opera.

     

    La storia del Capitano Rosso è solo la prima di una nuova sezione del progetto ‘Alla ricerca di storie’ dedicata ai Maestri del Gusto di Torino e Provincia, maestri che ho conosciuto ed apprezzato grazie alla Camera di Commercio di Torino. Seguitemi per scoprire altre narrazioni e interviste di artigiani che fanno del loro lavoro una vera e propria arte.

    Buona lettura!

     

     

  • Food experience e botteghe a ‘Passeggiando con gusto’

    In una mattina uggiosa di fine febbraio l’appuntamento per scoprire botteghe gourmet piemotesi e vivere una food experience è sotto i portici di Piazza Statuto angolo via Cibrario. Arriviamo al press tour alla spicciolata imbacuccati in sciarpe e cappelli, a causa della pioggia battente e del freddo che ancora non fa presagire l’arrivo della primavera. Sabato mattina è il momento dedicato ai mercati rionali e alla spesa nelle botteghe. Torino è ricca di realtà gourmet, di mastri artigiani che hanno fatto del food una vera e propria cultura. Spesso, tuttavia, le eccellenze presenti nella nostra città sono conosciute da pochi eletti per quella sabaudità e ritrosia a esporsi e a comunicare. Ricordo l’espressione “non mi oso” , usata frequentemente dai miei nonni materni,  piemontesi doc. Seppur non corretta dal punto di vista grammaticale, ben esprimeva il nostro carattere schivo e portato a non mettersi troppo in evidenza, non osare, appunto.

    Accompagnati dai rappresentanti della Camera di Commercio di Torino e del Festival del giornalismo alimentare, siamo un gruppo eterogeneo di giornalisti  e food blogger di Bologna, Forlì, Roma e Torino. Sono l’unica storyteller, ma mi sento pienamente ‘a casa’, perché le narrazioni sono il filo conduttore della giornata.

    Tra i tanti tour proposti dal Festival nel territorio piemontese e valdostano ho scelto ‘Passeggiando con gusto’ proprio per andare alla ricerca di botteghe, che è l’anima del mio progetto. Ho scoperto realtà ricche di storie e di fascino. Ma partiamo dalla storia del quartiere dove prende il via la visita.

    Porzione all’angolo con via Cibrario. Fotografia di Davide Rolfo, 2012. © MuseoTorino

    San Donato è un quartiere storico di Torino che prende il nome dalla prima Chiesa di San Donato edificata grazie ad alcune organizzazioni religiose stabilite nell’area fin dal XIV secolo. Collocato ai confini delle antiche fortificazioni cittadine aveva una vocazione agricola durante il XVII e il XVIII secolo, perché il canale di Torino forniva un sistema d’irrigazione ideale ed energia a basso costo. Vi si stabilirono scuderie con carri e cavalli, molti artigiani e nacquero le prime concerie cittadine per cui dalla seconda metà del Settecento si trasformò in area industriale.

    ‘Con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze il Governo d’Italia stanziò a favore di Torino una rendita annua di 300.000 Lire, che venne utilizzata per la costruzione di un nuovo canale per alimentare le industrie cittadine che si sviluppavano sempre più numerose.
    Questi eventi portarono all’incremento dello sviluppo industriale del Borgo con l’installazione di una quindicina di fabbriche principalmente rivolte alla produzione di birra, cioccolato e alla concia delle pelli. ‘ (Fonte sito del Museo Torino) 

    A pochi passi da noi si trova via  Balbis dove ‘nel 1865 i produttori  dolciari Talmone e Caffarel– Prochet inventarono il giandujotto, cioccolatino torinese noto a livello internazionale e in corso Regina Margherita angolo via Vicenza, era ubicato il primo stabilimento della Pastiglie Leone, Nella zona sorgevano anche “La Torinese”, produttore di  panettoni e alcuni birrifici storici, “Bosio & Caratsch” di corso Principe Oddone 81 e la birra Metzger di via S. Donato,68.’ Sempre nel sito del Museo Torino  potete approfondire la storia della città dell’800. 

    Il tour prevede più tappe per conoscere prodotti tipici del nostro territorio dal pane alla carne, dal cioccolato al gelato e degustazioni anche di birra artigianale. I produttori che incontriamo fanno parte dei “Maestri del Gusto di Torino e provincia” , progetto nato nel 2002 grazie alla Camera di commercio di Torino, al suo Laboratorio Chimico e a Slow Food e che oggi annovera più di 182 membri provenienti da 26 categorie. A novembre 2017 è partita anche l’iniziativa #MaestriDigital  che aiuta i produttori a comunicare sui social media.

    Come ci spiega Daniela Fenoglio della Camera di Commercio, per avere il riconoscimento di Maestro del gusto che ha cadenza biennale, i produttori devono rispettare i requisiti di legge sull’igiene e sicurezza dei prodotti alimentari e ottenere il parere positivo dal Laboratorio Chimico.

    Ecco la mappa del tour realizzata su Google maps (vedi link) 

    :

    Percorriamo via Cibrario e ci fermiamo al numero 31 al Panificio Avetta  dove siamo accolti da Riccardo Avetta, terza generazione di esperti panificatori. La passione per la panificazione nasce infatti nel lontano 1929 in Valle d’Aosta, grazie a Riccardo Avetta e poi prosegue a Torino nel 1957 ad opera di Tullio Avetta, padre di Riccardo. Durante la visita ci vengono fornite informazioni sulla macinazione a pietra, sulle farine di tradizione antica così pregiate, ma difficili da trattare e sulla lievitazione di 30 ore. La degustazione di focaccine e pizzette appena sfornate ci fa iniziare la giornata in modo gourmet.

    Al numero 61 troviamo la Macelleria Giampaolo Crȕ dove potete trovare carne bovina di razza piemontese di alta qualità. Nata nel 1983 si è reinventata con un prodotto innovativo, il Crȕ (in piemontese crudo), un sushi con riso pregiato della famiglia Rondolino e carne cruda che è simile al ben noto prodotto giapponese. La sig.ra Emiliana Marras, moglie del signor Giampaolo ha raccontato com’è nata l’idea del sushi di carne e i progetti futuri dell’azienda familiare. Facciamo un assaggio di carne cruda accompagnato da un buon bicchiere di bollicine.

    La 3a tappa del tour ci porta in via Jacopo Durandi 13 alla Piazza dei Mestieri, un centro che unisce giovani e maestri artigiani per trasferire competenze e passioni. Un progetto educativo che si è sviluppato negli edifici storici delle Concerie Fiorio della Torino metà Ottocento. Tra le molteplici proposte della Piazza degustiamo il cioccolato artigianale (Le delizie della Piazza) e la birra artigianale (Le birre della Piazza). Grazie allo chef Maurizio Camilli scopriamo che nel 2007 all’interno della Piazza nasceva un vero e proprio birrificio, proseguendo la vocazione di Torino che nell’ 800 contendeva il primato di produzione della birra addirittura a Monaco di Baviera. Alla metà dell’800 infatti nella zona erano attivi ca. 180 produttori e avevano creato una birra denominata ‘Chellerina’ dal nome delle belle cameriere bionde che offrivano la birra nei locali. Negli stessi edifici dove oggi sorge la Piazza dei Mestieri erano ubicati due dei più antichi birrifici torinesi:  Bosio & Caratsch, il primo nato in Italia, e Metzger, che sfruttavano l’acqua pura del canale Torino e vennero premiati con la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Torino nel 1898.

    Per scoprire l’ultima tappa del tour torniamo in via Cibrario e ci fermiamo al numero 50 alla Gelateria La Tosca che nasce da una lunga tradizione di mastri gelatai. Il signor Riccardo con il fratello, anch’egli gelatiere a Torino, fa parte della seconda generazione, perché i genitori erano nel mercato del gelato dal oltre trent’anni. Un sistema di refrigerazione a vasche rotanti per una temperatura più uniforme e prodotti freschi locali di alta qualità selezionati con cura nel territorio garantiscono un’esperienza golosa. Oltre alle creme e i gusti inventati dal maestro gelataio assaggiamo anche i gelati gastronomici che ci incuriosiscono. Il gelato al Grana con flavour di sedano accarezza il palato! Il signor Riccardo ci racconta che negli ultimi 20 anni sono cambiati i gusti alimentari, ma è cresciuta l’attenzione del consumatore non solo verso la lista degli ingredienti, ma anche le provenienze.

    Il press tour si conclude con un pranzo gourmet presso Eataly Lingotto dove scopriamo il progetto Menu for Change, la prima campagna internazionale di Slowfood che lega il cambiamento climatico alla produzione e al consumo di cibo.

    Come ho raccontato questa food experience?

    A parte questo articolo nella sezione ‘Alla ricerca di storie’ e il live tweeting su Twitter durante lo svolgimento della giornata ho creato alcuni racconti visual declinati su tool e platform per comunicare sui social o embeddare sul sito. Vediamoli insieme:

    • Steller uno sfogliabile per narrare attraverso testo + foto + video ad un pubblico internazionale, oltre che nazionale (ecco il link https://steller.co/s/7z6jpZSsBR9). Trovate molti appassionati di food, oltre a food blogger internazionali.
    • Series di Medium sfogliabile all’interno della piattaforma di blogging con utilizzo di testo e foto. Ho creato due storie distinte (tour e pranzo a Eataly Lingotto e qui i link: https://medium.com/series/9cf584749a3e e https://medium.com/series/2df28e544b53)
    • Sutori una piattaforma di narrazione che consente di aggregare contenuti in alberatura. (ecco il link https://www.sutori.com/story/un-press-tour-a-torino#.Wp_FGlmgIaE.google_plusone_share) Sto testando questa piattaforma e cercando di capire come utilizzarla al meglio.

     

    Di seguito una raccolta di scatti del press tour.

     

     

     

  • Il fascino di un’epoca – Incontro con Silvio Gaspardo

    Durante un viaggio a Pordenone un caro amico, Gianni Barbon del coworking Mod-o di Cordenons, mi ha fatto conoscere una bottega d’epoca di gran fascino. Fin dal 1946 Gaspardo ha vestito tante generazioni di pordenonesi, accompagnandoli nei momenti informali e in quelli più importanti della vita. Moda maschile di alto livello e qualità dall’intimo alle camicie e alle cravatte di ogni foggia e colore.

    Sotto i portici del centro il negozio conserva la porta originale del 1951 e due grandi vetrine che accolgono i clienti.  Il racconto prende spunto proprio dalla ristrutturazione che Silvio, il proprietario, mi narra con dovizia di particolari. Scopro allora che i lavori sono stati seguiti proprio da Gianni che si occupava con la moglie di quest’attività e che la scelta di mantenere l’entrata originale è frutto di una cura dei particolari, del desiderio di mantenere inalterata la memoria del passato.

    Il passato è una storia di famiglia che vede il giovanissimo Silvio entrare in bottega nei primi anni ’70 all’inizio dell’estate in cui era stato espulso dalla scuola media.

    Non voglio vederti a spasso tutta l’estate. Da lunedì verrai in negozio a collaborare e in autunno, oltre a lavorare, ti iscriverai alla scuola serale per prendere la licenza media.

    Il padre, il signor Umberto, decide d’investire sul figlio che a quell’epoca era un po’ alternativo con i capelli lunghi e le collanine e di tramandare la sua passione per la moda maschile che durava già da molti anni.

    Aveva infatti iniziato a lavorare presso alcuni negozi d’abbigliamento della  città tra le due guerre e dopo la liberazione aveva deciso di mettersi in proprio, aprendo l’attività nella Contrada dove si trova ancora oggi. 

    Silvio prosegue l’attività familiare insieme alla moglie e festeggia nel 2016 i settanta anni del negozio, traguardo a cui dedica il libro “E’ finita un’epoca- la mia vita da commerciante“.

    Una personalità poliedrica, quella di Silvio, che oltre ad essere esperto di moda maschile, si avvicina dal 2007 ai cammini di lungo chilometraggio e alla scrittura tanto da pubblicare racconti, esperienze di viaggio (libri sul Cammino di Santiago) e  fiabe. Un commerciante- scrittore che è riuscito a mantenere ed esaltare i valori della famiglia, arricchendoli di nuovi stimoli e interessi.

    Il libro, di cui mi fa dono, non è una saga familiare, ma un viaggio nel tempo attraverso le ditte fornitrici e le storie dei loro rappresentanti,  le botteghe limitrofe al Gaspardo, i negozi che ‘si trovavano in corso’, una fotografia della Pordenone degli anni ’60-’70 attraverso gli occhi e i ricordi di Silvio.

    Ed ecco apparire il ritratto del sig. Viani della ditta Erredieci Cravatte di Milano che arrivava a bordo di una Ford color marrone

    Che passione ci metteva il signor Viani nel proporci la merce! Certo usciva dal negozio più che soddisfatto, visto che tra una linea e l’altra comperavamo almeno venti dozzine a stagione.

    oppure il signor Sinigallia dell’omonima Camiceria di Motta di Livenza che

    Vestito elegantemente all’ultima moda, arrivava con la sua bellissima Porsche blu

    I ritratti si susseguono e ci ritroviamo in un mondo fatto di gentilezza e di tradizioni, un mondo che non esiste quasi più se non nelle botteghe storiche che, a volte, appaiono fuori dal tempo. Come afferma Silvio nel libro si tende ad essere tutti omologati e grazie alla grande distribuzione e ai franchising a non distinguersi: tutti con le stesse vetrine, con gli stessi prodotti e con poca fantasia e creatività.  A proposito di tradizioni a pagina 53 scopriamo, ad esempio, che il sig. Umberto amava

    il giorno di San Sebastiano, 20 gennaio, in cui si raccoglievano le violette per regalarle alle donne del cuore e si raccomandava alla Fioreria Trentin per averle in negozio.

    Di grande fascino il capitolo n. VII che è dedicato ai ricordi di bottega, quando Silvio e il padre andavano a fare le vetrine di Natale e preparare gli addobbi alla sera dopo cena, quando allestivano le vetrine con fantasia e anticonformismo  e infine le frasi e ‘detti’ del padre Umberto che riecheggiano ancora nella bottega.

    Noi commercianti, dopo anni di esperienza con i clienti, diventiamo un poco psicologi.

     

     

     

    Fonte: “E’ finita un’epoca – La mia vita da commerciante” – autore Silvio Gaspardo – editore Libreria Al Segno – ottobre 2016