• Raccontare un convegno: quali storytool o platform?

    Come raccontare un convegno, rendendolo indimenticabile? Spesso ho l’occasione di partecipare a meeting nazionali e internazionali e, come storyteller, sono chiamata a collaborare al social media team. Normalmente la mia attività non si esaurisce nel livetweeting,  pur importante dal punto di vista dell’engagement, ma verte soprattutto nell’accompagnare il lettore nel rivivere l’evento e tener vivi i ricordi.

    Accanto a post ed articoli sui temi trattati dai relatori amo utilizzare piattaforme e tools narrativi per esprimere attraverso immagini, video e testi il mood che si viveva e respirava nelle giornate del convegno.

    Credits foto: Sabrina Gazzola photographer

    Quali sono i media che consiglio?  Come sapete da anni studio e sono tester di alcune piattaforme e amo dialogare con i responsabili marketing e CEO per meglio comprendere ed utilizzare i tools stessi.

    Ne ho sperimentati molti e la mia scelta si orienta soprattutto su tre che sono totalmente gratuiti: Moments, Wakelet e Steller.

    L’ordine non è casuale, perché, anche se tutti consentono di raccogliere, rielaborare e condividere contenuti, sono citati in base alla complessità e completezza: dal più easy al più completo.

    Senza l’utilizzo di codici e in modo molto guidato e immediato, sono le piattaforme ideali per convegni, concerti, mostre e qualunque evento che possa essere narrato con immagini, video e testi.

     

    Vediamoli nel dettaglio per capire le specificità e l’utilizzo di ciascuna piattaforma.

    Moments

    Considerato lo strumento narrativo di Twitter, Moments è un aggregatore di tweet da desktop ed è arrivato in Italia a settembre 2016, dopo ca. un anno dal lancio da parte dei creatori.

    Viene definito come:

    curated stories about what’s happening around the world—powered by Tweets.

    Per creare un Momento accedete direttamente dal vostro profilo, cliccando su ‘Momenti’, si aprirà quindi una sezione nella quale trovate tutte le storie create e pubblicate. Mentre sul lato destro vi apparirà un box per creare una nuova storia ‘Crea un Momento’.

    Una volta online è possibile editare, condividere con Twitter, copiare il link ed embeddare nel proprio sito. Potete anche visualizzare le metriche di interazione per uno specifico Moment su twitter.com.

    Da qualche mese non è più disponibile la versione mobile su iOS e Android per la creazione dei Momenti. Per approfondimenti potete consultare l’assistenza di Twitter al link o il breve tutorial da me pubblicato al link.

    Wakelet

    Wakelet è una piattaforma  di content curation, disponibile in versione desktop e mobile (sia iOS che Android)Viene definita sul sito:

     The best way to share and collect content.

    Il Wake, ossia la raccolta, è a tutti gli effetti una pagina web in cui i testi e gli elementi multimediali che sono stati scelti e incorporati possono essere visualizzati come flusso, magazine, griglia.

    Si è posizionata sul mercato come una valida alternativa a Storify, piattaforma molto utilizzata dai twitteri che ha annunciato la chiusura nel dicembre 2017 e da maggio 2018 non ha più consentito di condividere contenuti di Twitter e IG e livetweeting.

    Inizialmente Wakelet ha attuato una politica molto interessante: oltre a far creare nuove narrazioni, ha permesso d’importare quelle già create e pubblicate da Storify, fornendo un servizio molto utile. Le storie non andavano perse per sempre nel web, ma erano catalogate e conservate nella nuova piattaforma. Sono all’interno di una community, nella quale è possibile seguire le storie di altri membri e da pochi giorni è consentito copiare le collection di altri e integrarle con propri link, testi e immagini.

    Vediamo come si può creare una narrazione step by step:

    • dare un titolo alla collezione
    • scegliere un’immagine della cover o di sfondo (se si desidera)
    • link a risorse presenti sul web (articoli, video, immagini, mappe, pdf)
    • scegliere tra diversi Layout per presentare le collezioni: media view, compacted view e grid view.
    • collegare la piattaforma al proprio account di Twitter e fare una ricerca per account o per hashtag e andare a selezionare i tweet desiderati.  È possibile anche fare un’upload dei primi 50 tweet che la piattaforma mostra in automatico. Non ve lo consiglio, in quanto potrebbero essere inseriti anche tweet non relativi al tema da voi scelto.
    • rileggere tutti i tweet raccolti e operare una scelta, eliminando i doppioni e conservando quelli più chiari per un lettore che non abbia avuto modo di partecipare.

    Potete aggiungere anche tweet singoli, cancellare e posizionare ogni item.

    Una volta creata la storia può essere salvata sotto forma di bozza e, dopo la pubblicazione sulla piattaforma, condivisa creando un QRcode, oppure embeddata sul sito o sul blog o semplicemente condivisa con i maggiori social network.

    Per rendere più ricca la narrazione inserite del testo tra un tweet o blocchi di tweet che spieghi il contesto e fornisca maggiori informazioni sul tema o sull’evento.

    Nel racconto di un convegno è molto importante non fare solo una raccolta cronologica di tweet, ma aggiungere osservazioni, sensazioni, approfondimenti. In poche parole vi consiglio di rielaborare le informazioni e non limitarvi a copiare e incollare link.

    Personalizzando la raccolta di contenuti si consente:

    • a chi ha partecipato di ricordare e rivivere i momenti più coinvolgenti o attimi che ha perso per qualche motivo
    • a chi ha letto solo il livetweeiting o non era a conoscenza dell’evento di avere una panoramica approfondita, di comprendere l’atmosfera che si respirava nella giornata
    • di citare i relatori e le aziende sponsor, dando importanza al ruolo da loro ricoperto durante il convegno.

    Steller

    Steller è un’applicazione mobile che si presenta sottoforma di sfogliabile e permette di realizzare delle storie molto creative. Creata da Mombo Labs, viene lanciata a marzo 2014 e lo stesso anno vince il premio “Apple Best of 2014 App”.

    È un vero e proprio tool narrativo di visual storytelling e consente di raccontare storie visive attraverso testi, immagini e video, creando engagement con il pubblico e la numerosa community internazionale.

    Le storie sono editabili solo da mobile, ma visibili anche da desktop in piccolo formato. Gli step da seguire sono molto semplici:

    • scegliere tra un’ampia selezione di templates dedicati a tematiche specifiche
    • procedere all’upload di foto (fino a 20 immagini per ogni upload) dalla galleria del vostro smartphone e/o di video in mp4.
    • completare il racconto con pagine di testo
    • inserire link a siti, a Vimeo e YouTube.
    • salvare la bozza
    • pubblicare sulla piattaforma e condividere in rete.

    I racconti pubblicati nella community, possono essere condivisi sui maggiori social media ed embeddati sul sito o sul blog del brand per aumentare il coinvolgimento del pubblico e dei followers. Con Steller è possibile aumentare l’amplification e l’engagement con l’audience dei social media.

    Al momento le metriche disponibili riguardano solo i like, ma a settembre 2018 il marketing ha avvisato gli utenti dell’arrivo imminente di nuovi insights che consentono di rendere più efficace la piattaforma. Tante novità sono già state introdotte, come ad esempio, la possibilità di includere music nelle storie, la creazione di Humans of Steller, una selezione di top users e community leaders a livello mondiale e il progetto di organizzare meetup a livello locale per conoscersi offline.

    Case Study

    Volete avere un’idea precisa di come raccontare un convegno sulle piattaforme? Possiamo esaminare insieme una case history molto recente, relativa all’evento GammaForum che si è svolto il 15 novembre a Milano c/o la sede de Il Sole 24 Ore.

    Si tratta della 10a edizione dell’evento internazionale sull’imprenditoria giovanile e femminile in collaborazione con la Commissione Europea e sotto l’Alto Patronato del Parlamento Europeo. Oltre ad aver collaborato con i colleghi del social media team live durante la giornata del convegno ho realizzato un Momento della mattinata e raccontato il livetweeting. Dal momento che la giornata è stata molto ricca di panel con relatori di grande importanza a livello nazionale e internazionale ho deciso di suddividere il racconto del convegno in due Wake distinti:

    • uno per la mattinata durante la quale sono stati assegnati il Premio GammaDonna e quelli QVC Next Award per il prodotto più innovativo e Giuliana Bertin Communication Award assegnato da Valentina e Marco Parenti dall’Agenzia Valentina Communication in ricordo della fondatrice.
    • uno per il pomeriggio dedicato a molti panel sull’impresa di domani: coesiva, aperta al mondo e all’innovazione

    Ecco i link a  Twitter MomentSteller e ai Wake:

     

    Photo by rawpixel on Unsplash

  • Cinque Quinti: una storia di castelli e di vigneti

    Ho conosciuto Cinque Quinti grazie ad un gruppo social di cui faccio parte. Martina Arditi aveva invitato le socie a partecipare ad un tour organizzato in Monferrato, per scoprire vigneti e borghi storici. Dopo qualche messaggio e telefonata ho raggiunto Cella Monte, non solo uno dei Borghi più belli d’Italia dal settembre 2018, ma anche il luogo in cui ha sede l’Ecomuseo della Pietra da Cantoni, che da anni studia gli infernot (o infernòt). Sapete di cosa si tratta? Se, come me, siete nati in Piemonte ne avrete sicuramente sentito parlare dai nonni e ne avrete visitato almeno uno. In occasione dell’incontro ho avuto il piacere di conoscere anche gli altri 4 fratelli, insieme hanno dato vita a Cinque Quinti, ovvero 5 giovani uniti non solo dalla parentela, ma anche dalla passione per i vigneti ed il vino tramandata dai nonni. Con grande entusiasmo, da diversi anni, stanno portando avanti l’attività agricola, con tante idee nuove ed un tocco fresco e innovativo. Conosciamo meglio i giovani Arditi.

    Martina ciao, ci racconti chi era il famoso nonno che ha dato vita alla “saga familiare”?

    I racconti che abbiamo sono di nostro nonno Mario, che quasi sognante parlava del suo papà Giuseppe Giorgio Camillo, nato a Cella Monte nel 1872 e venuto a mancare nel 1928, sposato con Giuseppina. Insieme hanno vissuto nel castello di Cella Monte con i loro 9 figli: Adele, Teresa, Gesuina, Francesca, Paolo, Carlo, Camillo, Demetrio e, appunto, nostro nonno Mario. Considerata la grandezza dell’abitazione, l’altra ala era abitata dal fratello di Giuseppe, Pio, con la moglie Santina.
    L’agricoltura era il principale mezzo di sostentamento della famiglia e la produzione in eccesso veniva venduta. La cantina sotto alla nostra abitazione, in disuso dal 1956, era utilizzata per la produzione di vino. Da alcuni documenti storici abbiamo scoperto che la famiglia “Arditi del Castello” era particolarmente famosa per la qualità dei suoi vini, già ai tempi, distribuiti in tutta Italia. Tra gli anni ’50 e ’60 molte cantine private hanno deciso di chiudere, per dare vita alla cantina sociale, collaborare e dividersi le spese. Vi ho accennato che la nostra abitazione un tempo era un castello, ma vi starete chiedendo: davvero un castello? Eh già, siamo stati particolarmente fortunati ad aver ereditato l’unica fortezza rimasta in piedi dal 1100 circa; nel tempo è stata abitata da diverse famiglie nobili per arrivare nel 1700 ad essere proprietà degli Arditi e i nostri nonni l’hanno poi ristrutturata con un gusto molto contemporaneo, senza snaturarla.
    Sai Simonetta, il commento che più ci ha emozionato durante il recente evento di IT.A.CÀ è stato quello di Andrea Cerrato, presidente di “Sistema Monferrato”:

    Varcare la soglia della vostra corte è come fare un tuffo nel passato, ma nello stesso tempo c’è una grande energia positiva e coinvolgente.

    È esattamente quello che proviamo noi quotidianamente ed è bello che le nostre mura trasmettano questo anche agli altri. Ti confesso, inoltre, che quest’inverno inizieremo qualche lavoro di miglioria nella cantina storica, non per la produzione vera e propria, questo purtroppo sarebbe complicato logisticamente parlando, essendo proprio nel cuore di Cella Monte, ma con l’obiettivo di trasformarla in una sorta di sala degustazione e di invecchiamento per i nostri vini.

    È vero che vostro padre non ha continuato la tradizione di famiglia. Quando avete rilevato le vigne? Com’è cambiata la produzione negli anni?

    Il nonno ha sempre spinto nostro papà Giuseppe ad allontanarsi dall’agricoltura e così, ottenuto il diploma di Ragioniere, dopo una prima lezione alla facoltà di Giurisprudenza, non andata molto bene, ha deciso di buttarsi nel mondo del lavoro, riuscendo in una brillante carriera. Partito da apprendista a soli 19 anni, è diventato con il tempo un manager affermato in un’importante azienda di legnami della zona. Tra un viaggio di lavoro e l’altro e l’impegno di 2 mandati come sindaco per il Comune di Cella Monte, ha sempre dato il suo contributo per portare avanti l’attività del nonno. Compresa, poi, la grande passione di Fabrizio e Michele, primo e terzo quinto, li ha aiutati e sostenuti nella decisione di rilevare l’attività, che nel 2010 è passata nelle loro mani. Fabrizio aveva 24 anni e Michele era poco più che ventenne, quindi come puoi immaginare le difficoltà sono state molte all’inizio. Grazie però ad alcuni importanti investimenti e agli sforzi profusi da tutta la famiglia, ma soprattutto trainati della profonda passione trasmessa dal nonno, gli uomini di casa hanno decuplicato il terreno tra quello di proprietà e quello gestito, in affitto o in conto terzi, passando quindi a lavorare da 7/8 ettari a quasi 100.
    Con l’ingrandirsi dell’azienda sono aumentati i collaboratori e le responsabilità, l’organizzazione si è fatta più complessa per arrivare ad una chiave di volta nel 2015 quando, dopo una prima produzione di vino nata quasi per gioco, abbiamo dato vita a Cinque Quinti. Qui siamo entrate in gioco io e Francesca, che fino ad allora ci eravamo dedicate all’università, allo studio delle lingue e a diversi lavori principalmente in ambito marketing e comunicazione, che sono ancora la nostra prima occupazione.
    Cinque Quinti è un brand della società agricola Fratelli Arditi, è la nostra creazione, alla quale ha collaborato anche il più piccolo di noi cinque, Mario, che tra la scuola e la passione per la chitarra ci ha sempre dato una mano nelle varie attività, soprattutto in occasione della vendemmia. Un tassello fondamentale, che non ho ancora menzionato, è stata la nostra mamma Manuela. Senza di lei, che ci ha cresciuto, supportato e sopportato (abbiamo tutti dei bei caratterini…) non saremmo qui a lavorare fianco a fianco.
    Forse mi sto dilungando troppo, ci sarebbero tante cose da raccontare, ma direi di passare alla prossima domanda.

    Ci spieghi che cosa sono gli infernot?

    Gli infernot sono locali sotterranei costruiti scavando a mano una particolare roccia, la pietra da cantoni, ovvero una pietra arenaria di agevole escavazione. Sono un’appendice della cantina, priva di luce ed aerazione naturale, ubicata comunemente sotto le case, i cortili e talvolta sotto le strade dei nostri borghi monferrini.
    Vere e proprie opere d’arte, capolavori architettonici, sono nati dalla tradizione e dal sapere contadino, realizzati nei lunghi inverni, non da esperti cavatori, ma da semplici agricoltori, diventati scultori monferrini, veri artisti rimasti anonimi nella quasi totalità dei casi. Sul territorio sono tanti gli infernot presenti: 47 sono quelli censiti a partire dal 2002 dall’Ecomuseo della Pietra da Cantoni in collaborazione con l’Istituto Superiore Statale “Leardi” di Casale Monferrato. Nel giugno del 2014 poi “I paesaggi vitivinicoli del Piemonte” (Langhe – Roero e Monferrato) sono diventati il 50° sito italiano iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, proprio grazie alla presenza degli infernòt.
    Noi lo diciamo sempre, sono uno dei validissimi motivi per venirci a trovare!

    Qualche ricordo di quando eravate bambini?

    Stüddia, stüddia!” ci diceva in dialetto nostro nonno. Lo ripeteva sempre, soprattutto quando non avevamo voglia di fare i compiti, quando facevamo i pigri e preferivamo rimanere in cortile a giocare a palla. Ancora oggi ce lo ripetiamo tra di noi e sorridiamo imitando il suo tono di voce.
    Diciamo che ognuno, a modo suo, ha seguito il prezioso consiglio. Terminati gli studi canonici, scuole superiori per Fabrizio e Michele, universitari per me e Francesca, in questi ultimi anni siamo ritornati tutti tra i “banchi di scuola” specializzandoci in diversi ambiti riguardanti il mondo del vino e della sua comunicazione, aspetto assolutamente da non trascurare.
    Io frequento il corso sommelier, Fabrizio ha terminato il corso Mastro di Cantina, che ora ha cominciato Michele, mentre Francesca, la creativa di famiglia, prova e sperimenta quotidianamente nuove soluzioni digitali che ci permettono di migliorare il nostro sito ed il nostro blog e di avere un e-commerce attivo e che spedisce in tutta Italia. Il più piccolo, Mario, ha terminato a giugno l’Istituto agrario e ora si trova in Australia per un’esperienza lavorativa davvero unica, alla scoperta di un mondo vitivinicolo così lontano e diverso dal nostro, ma che sicuramente tornerà utile a tutti.
    Il nonno Mario lo vediamo ancora lì, seduto sulla panchina in cortile, con il suo gelato “Camillino” a spronarci a fare bene, ad impegnarci in qualunque cosa dovessimo fare. Un ricordo vivo nella nostra memoria che cerchiamo di onorare ogni giorno e custodiamo con affetto nei nostri cuori.

    Cella Monte è considerato uno dei Borghi più belli d’Italia. Che cosa rappresenta per voi?

    Per prima cosa una grande emozione! Adoriamo il nostro paese, è un borgo incantato. Siamo cresciuti per quelle strade, godendoci tante primavere di assoluta libertà, giocando in bicicletta d’estate, trascorrendo magnifiche giornate d’autunno sul trattore con il nonno e passando gli inverni a lanciarci palle di neve.

    Ora per noi vuol dire visibilità, nuovi turisti provenienti non solo da città vicine, ma da tutta Europa.

    Il primo grande passo verso un risveglio del settore terziario si è avuto quando siamo stati riconosciuti Patrimonio Unesco nel 2014. Ci sono sempre più persone desiderose di scoprire e riscoprire le tradizioni monferrine, appassionati di vino e della buona cucina che vengono a trovarci.

    Certo, il paese è davvero piccolo e bisogna anche attrezzarsi per poter accogliere nel modo migliore questa nuova e crescente domanda, partendo dal potenziamento delle strutture ricettive che sono ancora poche, ma sono certa che miglioreremo. A tal proposito, abbiamo da poco attivato una partnership con il bed and breakfast “Dalla Nonna”, proprio a due passi dalla nostra sede. Una nuova ed emozionante avventura!

     

    Uno dei fratelli è partito da pochi giorni per l’Australia. Uno scambio di culture vinicole? Perché non ha scelto ad es. Napa Valley in California?

    Durante il quarto anno di scuola superiore Mario era stato in Colorado, un’esperienza unica che gli ha aperto decisamente nuovi orizzonti. In quei 12 mesi ha avuto la possibilità di spostarsi molto, crescere, sperimentare, così al suo rientro era già deciso a pianificare una seconda importante avventura. Fin da subito si è mostrato interessato all’Australia, un Paese che offre la possibilità di ottenere un visto chiamato Working Holiday, ovvero la possibilità lavorare e viaggiare per un anno intero. Questo continente ha l’estensione dell’Europa, un’immensità tutta da vivere! Hanno una buona cultura vitivinicola che Mario avrà la possibilità di toccare con mano, vendemmiando per diversi produttori nell’Hunter Valley e seguendo i lavori in cantina. Che dire, beato lui!

    Ho letto che la produzione di vino con le vostre etichette è nata 3 anni fa. Quali progetti per il futuro?

    Tantissimi! Siamo partiti con 750 bottiglie di Vino Rosso della vendemmia 2015, in realtà una Barbera del Monferrato, ma proprio perché non eravamo partiti con l’intenzione di metterle sul mercato, non abbiamo potuto per legge scriverlo sulle etichette, abbiamo quindi lasciato la denominazione generica vino da tavola.

    L’anno successivo abbiamo quasi duplicato la produzione con 1400 bottiglie e stiamo per imbottigliarne una piccola selezione di 600, sempre di uva barbera che ha fatto 20 mesi di tonneau, “Roverò”, una vera chicca che sarà pronta da assaggiare intorno al prossimo febbraio e non vediamo l’ora!

    La società agricola Fratelli Arditi è nata come produttore di uva, cereali, girasoli, e un ettaro di tartufaia, oltre i pioppeti, quindi non abbiamo ancora una cantina nostra, ma collaboriamo con alcune aziende vicine e seguiamo il processo di vinificazione dall’inizio alla fine. Una nostra aspirazione è di renderci completamente indipendenti, speriamo di poterlo fare presto. Come ci diciamo e ripetiamo spesso: un passo alla volta!

    Da poche settimane siamo anche diventati fattoria didattica. Michele ha frequentato i corsi indispensabili per l’ottenimento del patentino e nei prossimi mesi inizieremo i lavori di ristrutturazione di una parte dell‘azienda che dedicheremo alla degustazione e alle attività istruttive.

    Insomma, abbiamo in cantiere tante novità che trasformeranno non solo alcuni locali dell’azienda ma anche le nostre giornate, perché il lavoro si intensificherà e diversificherà sempre di più.
    Concludo Simonetta confidandoti che spesso, purtroppo, la burocrazia che sta dietro a questa tipologia di progetti non è semplice e non è per nulla incoraggiante, ma noi ci crediamo e lavoreremo sodo per portare tanti nuovi turisti a scoprire le bellezze di Cella Monte e del Monferrato, offrendo vini di qualità, senza mai trascurare la tradizione!

  • #mytraveljournal18: il viaggio su platforms e tools narrativi

    Un viaggio in Australia nel 2016 ha fatto nascere l’idea del progetto personale #mytraveljournal. L’obiettivo è quello di raccontare un’esperienza di viaggio, utilizzando contemporaneamente diverse piattaforme social e tools narrativi in ottica transmediale. Che cosa si intende per crossmedia e transmedia? Perché scegliere queste modalità di comunicazione? Recentemente avevo letto questa frase che esprime bene il concetto.

    We tell stories across multiple media because no single media satisfies our curiosity or our lifestyle.

    In concreto lo storytelling è:

    • digital quando la narrazione avviane sui canali digitali
    • crossmedia se la progettazione e la creazione del racconto avvengono su più tool digitali o su più media (online e offline), ma si tratta di un prodotto unico condiviso e adattato a media diversi
    • transmedia se l’ideazione, la progettazione e la produzione dell’universo narrativo avvengono su diversi strumenti online e offline

    Il termine ‘Digital Storytelling’ è stato usato per la prima volta da  Ken Burns, nella serie The Civil War sulla Guerra civile Americana, serie che viene indicata come uno dei primi esempi realizzati. Andata in onda per 5 sere consecutive dal 23 al 27 settembre 1990 è stata vista da 40 milioni di americani, diventando il programma con lo share più alto sulla rete PBS. E’ stata riproposta nel 2002 e restaurata nel 2015 in alta definizione.  Burns ha narrato la Guerra dal punto di vista militare, sociale e politico, utilizzando immagini, musica, aneddoti e narrazioni.  (http://www.pbs.org/kenburns/civil-war/)

    La definizione cross media è attribuita a Paul Zazzera, CEO di Time Inc. che la usò per la prima volta nel 1996 per il Big Brother (reality show presentato come format cross mediale che integra da allora TV e Web, magazine e telefonia e letteratura). Si diffuse sempre nello stesso anno per il successo mondiale del videogioco Pokémon di Nintendo (1996).

    Il concetto di transmedialità è stato utilizzato per la prima volta da Henry Jenkins nel suo articolo Transmedia Storytelling, pubblicato nel gennaio 2003 su TecnologyReview. Secondo Jenkins

    una narrazione transmediale si sviluppa su una moltitudine di piattaforme mediali, dove ciascuna apporta un contributo diverso alla trama complessiva della narrazione.

    Si tratta di creare contenuti unici su un tema specifico, in questo caso una destinazione turistica e collegarli con call to action, come un puzzle composto da tessere che, una volta riunite, forniscono una visione d’insieme più ampia.

    Durante i corsi di storytelling parlo spesso dell’opportunità di comporre una narrazione su più media, sfruttando al meglio la tecnologia a nostra disposizione e con il progetto ho voluto dimostrare concretamente gli steps necessari. Il primo passo è definire una strategia e scegliere opportunamente i media che sosterranno la narrazione. In base all’esperienza che si intende proporre si può ricorrere al testo, al visual rappresentato da fotografie o da video, al voice con voce narrante oppure, se possibile, con interviste.

    Nel 2018 il progetto racconta Budapest attraverso 2 piattaforme e un tool narrativo: Instagram, Tumblr e Steller.

    • Instagram dove ho postato solo fotografie di persone a volte a colori a volte in B/N. Obiettivo –> narrare la gente di Budapest intenta a fare gesti e attività quotidiane
    • Tumblr dove ho creato una mini guida di viaggio per far scoprire Budapest in 5 giorni. Obiettivo –> fornire un diario con molte idee e suggerimenti pratici
    • Steller su tre temi: Buda: alla scoperta della città vecchia con panorami, scorci che mi hanno colpita, Nagycsarnok: il grande mercato di Pest con i suoi colori e profumi, Street Art & Lettering: scoprire Budapest attraverso l’arte. Obiettivo –> soffermarsi su particolari e far vivere le emozioni che ho provato attraverso video, immagini e brevi testi.

    Quale il vantaggio? La possibilità di arricchire l’esperienza con emozioni, rivolgendosi a pubblici diversi. Ricordiamo infatti che alcuni di noi amano più le immagini, alcuni i longform e i gusti sono molto diversi così come la sensibilità. Nello spirito del crossmedia e transmedia si potrà entrare nell’esperienza attraverso ‘porte’ diverse e approfondire su molteplici canali.

    La narrazione del 2018 è stata progettata prima della partenza per Budapest ed è stata realizzata on the road, proprio come un diario di viaggio.

    Durante il giorno ho fatto una scelta del materiale fotografico da postare su Instagram e da riservare al tool Steller, individuando temi da approfondire e narrare e alla sera ho preparato i testi e gli itinerari di viaggio su Tumblr, arricchendoli, ove possibile, anche con mappe create su Google Maps.

     

    Ecco i link alla guida di viaggio su Tumblr:

    Di seguito i link anche alle storie su Steller che hanno superato sul tool una media di 10.100 pagine viste.

    Steller è un tool narrativo fruibile sotto forma di sfogliabile composto da parti testuali e visuali (foto o video). Viene molto utilizzato a livello internazionale da food blogger, travel blogger, designer, artisti ed aziende che desiderano proporre i prodotti ad un pubblico

    giovane e interessato all’innovazione. Le storie possono essere visualizzate attraverso l’app disponibile per iOS o per Android oppure anche da desktop, come potete vedere dallo screenshot a lato.

    Viene da sempre inserito nel progetto #mytraveljournal per la sua versatilità, la possibilità di embeddarlo nel sito e condividerlo sui social media. Da non sottovalutare anche l’attività della community che segue con molto interesse le produzioni. La community italiana che si raccoglie sotto l’hashtag #stelleritalia è molto numerosa e concentrata soprattutto sui temi travel e food.

    Ho utilizzato frequentemente questo tool e l’ho proposto anche a clienti per narrare esperienze di prodotto in modo differente oppure eventi che hanno coinvolto il brand, riuscendo a creare engagement anche nella pagina Facebook ufficiale con call to action dal tool a Facebook e viceversa.

    Non resta che sperimentare un nuovo approccio di narrazione. Seguitemi e scoprirete sempre nuovi tool e piattaforme che vi consentiranno (anche gratuitamente) di creare e divulgare contenuti innovativi e originali

     

     

  • L’arte del pitch: raccontarsi in pochi minuti

    Chi si ricorda ‘Cogito ergo sum‘ di Cartesio? Oggi l’espressione più attuale è quella suggerita da Guy Kawasaki: ‘I pitch therefore I am‘. Parliamo sempre più frequentemente in pubblico in pitch più o meno brevi,  prepariamo presentazioni inerenti la nostra attività o i nostri progetti, momenti importanti della nostra vita professionale che richiedono sintesi, chiarezza ed efficacia. Non tutti siamo preparati a questo nuovo compito e, a volte, non riusciamo a raggiungere i goal sperati.

    Negli anni ho seguito molti pitch, relazioni e presentazioni aziendali e il 13 giugno 2018 ho tenuto un workshop alla SMW di Milano in cui ho cercato di trasmettere alcune riflessioni basate sulla mia esperienza diretta e su approfondimenti condotti su alcuni testi dedicati all’argomento.

    Sono totalmente d’accordo con Rahul Jain, Social Media Enthusiast HR Professional, che non esiste un format perfetto.

    There is no PERFECT pitch format. Understand your audience and adjust’

    Ma se non esiste una formula, quali regole seguire per essere efficaci? Studiare e sperimentare, imparando dagli errori propri e da quelli degli altri; questa a mio parere è una buona prassi.

    Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop Lego Seriuos Play e SCRUM organizzato da Fabrizio Faraco, Andrea Romoli e Michael Forni e mi sono messa in gioco. Abbiamo dovuto simulare un elevator pitch di solo cinque minuti. Nonostante la validità dell’idea, il nostro gruppo non ha vinto a causa di un’esposizione poco coinvolgente. Mi sono interrogata sulle motivazioni e, dopo aver riascoltato la registrazione delle due presentazioni e aver fatto un’analisi obiettiva della performance del nostro team,  mi sono resa conto che spesso, messi alle strette, dimentichiamo i fondamentali.

    Quali spunti utili ho tratto da quest’esperienza?

    1. dedichiamo più tempo al progetto che alla preparazione e alle prove del pitch, dimenticando l’importanza di entrare in empatia con il nostro pubblico e gli eventuali investitori.
    2. è necessario tanto esercizio per risultare fluenti. Questo non significa imparare a memoria il pitch, in quanto si risulterebbe poco spontanei. Tuttavia bisogna essere sicuri sull’incipit e sulla call to action, perché capiterà spesso di dover ridurre i tempi della presentazione a causa della mancanza di tempo, ritardi nell’organizzazione, speech precedenti che si sono prolungati.
    3. se decidiamo di coinvolgere più membri del team dobbiamo necessariamente coordinarci bene e provare in gruppo in modo da non avere stacchi bruschi, ma un gioco di squadra armonico.
    4. se desideriamo e possiamo proiettare delle slide è opportuno seguire il metodo 10/20/30 di Guy Kawasaki  ossia 10 slide per 20 minuti con testo corpo 30.

    Come leggiamo nel libro “The art of start 2.0” di Guy Kawasaki,  il pitch non ha solo finalità di ottenere finanziamenti, ma di creare consenso nei nostri confronti e verso il nostro prodotto e metterci in connessione per poi approfondire. Si parla di fiducia e le storie ispirano fiducia.

    They want faith faith in you, your product, your success, and in the story you tell. Faith, not facts, moves mountains. Meaningful stories inspire faith in you and your product

    Grazie alla diffusione soprattutto degli investor pitch negli hackathon, Pitch è diventata quasi una buzzword, ma le occasioni in cui ci troviamo a dover parlare in pubblico e presentare il nostro progetto sono le più svariate: dagli incontri con fornitori e clienti alle conferenze, agli eventi di networking, ecc. I guru americani consigliano di esercitarci con parenti e amici su 3 tipi di pitch di durata differente per presentare noi stessi:

    1. The Full elevator pitch
    2. The Handshake
    3. The Eyeblink.

    Discorsi di pochi minuti che dovrebbero essere sempre pronti e aggiornati, perché l’occasione di presentarci può nascere all’improvviso anche solo con una stretta di mano. Per avere degli elementi di riflessione e cercare di individuare delle buone pratiche partiamo dai cinque errori più frequenti.

    Errori frequenti

    Di seguito ho provato ad elencare gli errori che ho notato, assistendo a pitch e a presentazioni nell’ultimo anno:

    • slide con troppi dettagli e tecnicismi,
    • assenza di narrazione
    • poco entusiasmo
    • improvvisazione
    • debole call to action

    Ho quindi cercato di individuare delle metodologie utili su testi di autori italiani e stranieri dedicati a questo tema. Nel suo libro “Pitch anything” Oren Klaff precisa che, secondo i neuroscienziati, il cervello umano è costituito da 3 cervelli che lavorano insieme, ma separatemente: corteccia, limbico e rettiliano.

    Quando teniamo una presentazione la nostra neocorteccia pensa di rivolgersi alla neocorteccia dell’interlocutore, in realtà il messaggio arriva al rettiliano che è il cervello primordiale che ignora il messaggio a meno che non sia nuovo, accattivante o pericoloso.

    L’autore suggerisce un metodo per catturare l’attenzione e conquistare il rettiliano. Il metodo è identificato dall’acronimo STRONG, ossia:

    • Set the frame  – definisci una situazione e punto di partenza,
    • Tell the story – coinvolgi nel tuo racconto anche con immagini,
    • Reveal the intrigue  – stimola la curiosità,
    • Offer the prize – offri una ricompensa che sei tu e il tuo prodotto che risolve un problema
    • Nail the hookpoint – aggancia l’audience
    • Get the deal – convinci il tuo interlocutore

    In poche parole pensiamo al pitch come ad una storia breve che deve contenere elementi di tensione. Non è detto che debba essere sempre positiva.

     

    STORIA O RACCONTO?

    Spesso si pensa che un semplice aneddoto inserito nel discorso possa essere efficace, senza comprendere la differenza che esiste tra storia e racconto. Su questo tema possiamo ricorrere alla definizione fornita da Andrea Fontana nel suo libro ‘ Storytelling d’Impresa – la guida definitiva’.

    Storytelling significa comunicare attraverso racconti

    ‘storia e racconto non sono la stessa cosa’ – afferma l’autore. Possiamo dire che la storia (in inglese history), corrisponda ad una sequenza di dati ed eventi con una base cronologica mentre il racconto (in inglese story) è un ‘sistema di rappresentazione percettivo’.

    Elemento base del racconto sono le emozioni che ci mettono in connessione con i nostri pubblici. Le narrazioni seguono uno stesso schema, ossia un inizio con un stato di equilibrio, la rottura dell’equilibrio, le peripezie, la trasformazione e il ripristino dell’equilibrio finale.

    Questo schema può essere applicato anche ad un pitch? Secondo Nancy Duarte il pitch per essere ‘persuasive’ deve seguire uno schema in 3 atti (inizio, parte centrale e conclusione) con molti momenti che si dividono tra ‘ la situazione così com’è e come potrebbe essere’.

    Nella fase iniziale la Duarte suggerisce di presentare la situazione o il problema che si intende risolvere e far vedere gli sviluppi che potrebbe avere. Appare quindi evidente una frattura, un gap. Nella parte centrale è importante mantenere alta la tensione e in conclusione spiegare i benefici e fare una call to action coinvolgente.

    Segue la struttura in 3 atti anche il modello S.Co.R.E di Andrew Abela, utile per narrare le storie complesse nell’investor pitch. Maurizio La Cava nel suo libro ‘Investor Pitch’ ci spiega l’acronimo e come applicarlo anche con esempi pratici:

    Situation – Complication – Resolution   a cui Abela aggiunge anche un quarto: Examples, indispensabile per meglio chiarire i concetti chiave che si desiderano esprimere.

    Sempre di stories parla anche Carmine Gallo nel suo libro “Talk like TED” , ma le inserisce in una fase precisa del Message Map Template basato sulla regola del 3.  Si parte da una Headline che riassume come in un tweet di 140 caratteri il concetto chiave che si vuole far arrivare agli interlocutori, poi seguono 3 messaggi o key points e a ciascuno 3 bullet points che sono storie, statistiche o esempi. Solo 3 concetti, perché la mente umana può processare solo 3 informazioni nella memoria a breve termine

    Ma dove trovare l’ispirazione per i racconti? Un semplice evento può essere una storia d’ispirazione per il nostro pubblico? Per non trovarci impreparati possiamo creare una raccolta, considerando alcuni aspetti della nostra attività:

    • momenti importanti della tua vita o del team
    • mentori che ti hanno aiutato nel percorso e nel cambiamento
    • avversari che hai incontrato nel percorso
    • luoghi che hanno avuto significato
    Le quattro fasi del pich

    Per procedere in un’analisi approfondita ho suddiviso il processo in 4 fasi principali:

    • preparazione,
    • esposizione,
    • conclusione,
    • analisi.

    Per quanto concerne la preparazione consideriamo il tempo che abbiamo a disposizione per lasciare spazio alle domande finali ed approfondimenti. Dobbiamo creare uno storyboard, ossia una sceneggiatura con testi e tempi. Lo storyboard può essere un semplice schizzo su un foglio condiviso con il team oppure può essere più professionale realizzato in digitale con il tool, Storyboard That.

    Dobbiamo infine considerare i pubblici a cui ci rivolgiamo: clienti, potenziali investitori e potenziali soci o team. Il pitch deve adattarsi allo scopo che ci prefiggiamo e ai nostri interlocutori.

    Nella fase di esposizione i primi 10” sono fondamentali, in particolar modo negli investor pitch degli hackathon, in quanto molte presentazioni si susseguono con un calo d’attenzione significativa. Pare infatti che il livello d’attenzione si riduca dopo i primi 5 minuti. E se saremo il decimo gruppo a presentare il nostro progetto? Non possiamo che trovare soluzioni per farci ascoltare e ricordare.

    Durante gli ultimi Opening Days che si sono tenuti alla Scuola Holden la scorsa settimana ho assistito a diversi pitch e ho tratto alcuni spunti interessanti. Ecco qualche suggerimento per creare la scena e aprire il nostro discorso:

    • musica di fondo
    • lettura di un brano
    • oggetti evocativi
    • voce fuori scena
    • video

    Per la creazione delle slide possiamo trarre ispirazione dal sito Product Hunt, molto noto nel mondo delle startup dove sono consultabili molte presentazioni di piccole o grandi aziende quali ad esempio Airbnb, mentre una base di pitch deck template è reperibile da Google doc presentation . 

    Se desideriamo invece creare un video di presentazione suggerisco di provare due tools interessanti:

    • Adobe Spark Video che consente d’inserire testo e voice oltre a immagini. Disponibile per iOS
    • PowToon, un’app web con cui creare un avatar e aggiungere al video immagini, sfondi, transizioni, segni o testi secondo la propria idea creativa.

    Nella fase della conclusione diamo spazio a una call to action chiara e coinvolgente, utile a farci emergere e a farci ottenere un secondo incontro d’approfondimento. In questo caso, se si tratta di un investor pitch, potremo presentare il nostro Business Plan corredato di dati e report dettagliati, attività e vision imprenditoriale.

    L’ultima fase è quella dell’analisi, indispensabile per comprendere gli elementi positivi e negativi della presentazione. Ricordiamoci di essere molto obiettivi e severi per riuscire a migliorare e non ripetere gli stessi errori.

    Per altri suggerimenti potete consultare le slide presentate a SMW Milano e caricate su slideshare.  Contattatemi per maggiori dettagli e per creare insieme il vostro pitch efficace!

     

     

     

     

    Fonti

    “The art of start 2.0 – autore Guy Kawasaki – ed. Penguin – cap. 6 ‘The art of pitching’

    “Pitch anything- la presentazione perfetta” – autore Oren Klaff  – ed. Roi Edizioni- cap.1 ‘Il metodo’

    “Persuasive Presentations” – autore Nancy Duarte – ed. Harvard Business Review Press – section 3 ‘Story’

    “Talk like TED” – autore Carmine Gallo – ed. Pan Books – section 7 ‘Stick to the 18-Minute Rule’

    “Investor Pitch” – autore Maurizio La Cava – ed.  Dario Flaccovio

    “Storytelling d’Impresa – la guida definitiva” – autore Andrea Fontana – ed. Hoepli – cap. 3 ‘Racconti, storie, narrazioni

  • Interpretare e raccontare l’arte

    Comprendiamo davvero il significato dell’arte e delle installazioni? Spesso ci soffermiamo appena e facciamo scorrere lo sguardo senza vedere realmente. La fruizione dell’arte si intreccia con la narrazione.

    In queste ore è in pieno svolgimento Artissima a Torino, la fiera d’arte contemporanea che vede coinvolte più di 200 gallerie a livello internazionale e artisti emergenti. Moltissimi visitatori percorreranno gli spazi espositivi, ma quanti davvero riusciranno a comprendere appieno il senso dell’arte?

    Un momento di approfondimento mi è stato offerto il 18 ottobre scorso quando ho avuto l’occasione di partecipare ad una open lecture dell’artista Paolo Inverni all’interno del corso di Interactive Storytelling del professor Giulio Lughi dell’Università di Torino.

    Di seguito qualche frase che ho ritrovato nei miei appunti su cui vorrei riflettere con voi.

    Il confine artista e autore non esiste più, costruisce mondi.

    La gestione dell’informazione è nelle mani dell’autore. L’autore sa ciò che lo spettatore non sa in partenza e decide quali informazioni offrire. Deve gestire l’informazione, dandola riorganizzata.

    Se l’autore genera mondi, la narratività è uno spaccato di mondi e il suo ruolo è quindi legato all’etica e alla morale. Seleziona le informazioni, decidendo i tempi e l’ordine oltre a quanto e come. Quante informazioni al mq è giusto offrire al lettore/fruitore, si chiede il relatore? Testo fitto o meno denso?

    L’artista ha portato l’esempio di un quotidiano degli anni ’50 a confronto con uno attuale per far comprendere quanto la percezione del lettore cambi a seconda dei tempi e della tecnologia. Quello che sembrava normale negli anni ’50 attualmente risulta troppo denso per una lettura efficace e senza gerarchia. Oggi si pubblicano testi meno fitti e densi. Dobbiamo tenere presenti due fattori fondamentali degli anni passati:

    • gli alti costi di stampa
    • la lettura era destinata ad un pubblico di nicchia.

    Nei quotidiani si è sentita influenza dell’hypertext, per cui si prediligono non testi interi, ma titolo, inserto e rimando a pagina interna. Neanche l’editoriale è più intero sulla prima pagina, ma leggiamo solo blocchi informativi che fanno riferimento alla pagina interna.

    Anche la convergenza tra immagini e informazioni testuali era differente, perché le tecniche di stampa erano diverse: le riproduzioni erano sempre in B/N e non sulla stessa pagina e spesso cambiava la carta (patinata per un’efficacia visiva maggiore). Oggi la convergenza è completa e un esempio perfetto è offerto dalle infografiche che sono spesso parte integrante, anzi sostituiscono in alcuni casi l’articolo. Una modalità narrativa che ha una grande efficacia ed impatto sul lettore.

    Da autore a progettista –> deve conoscere i limiti dei media e dei linguaggi per sapere come verrà applicato e realizzato. Deve controllare il risultato finale.

    Nell’arte contemporanea si possono applicare figure retoriche nello spazio e secondariamente nel tempo. Esiste un controllo totale dello spazio (luce, accessi, distanza dello spettatore, etc) utile per le installazioni.

    Il relatore si sofferma sulla Site-specific art dove l’opera d’arte non risolve il suo significato all’interno di una cornice, ma nello spazio.

    Se leggiamo su Wikipedia scopriamo che

    Site is a current location, which comprises a unique combination of physical elements: depth, length, weight, height, shape, walls, temperature.

    Ci porta anche l’esempio di una sua installazione, Fremito e ci fornisce gli elementi narrativi per comprenderla. Storytelling spaziale –> sviluppo narrativo nello spazio.

    Obiettivo dell’opera: mettere in discussione la staticità. Un lampadario, normalmente statico se non in presenza di fenomeni naturali quali un terremoto è stato dotato di un motorino interno che provoca una vibrazione delle gocce. L’artista ha studiato le vie di accesso: a 30 metri il visitatore vede un movimento quasi impercettibile e può pensare di avere la vista stanca, ma non appena si avvicina si rende conto che le gocce vibrano davvero. In sottofondo sente una musica di elicotteri che suscita una certa ambivalenza da una parte sicurezza (vegli su di me) dall’altra (pericolo e ansia).

    Sentimenti ed emozioni vengono vissuti in modo differente dagli spettatori.

    Nell’arte contemporanea il timing di fruizione non è imposto.

    A differenza del cinema ognuno può prendersi i propri tempi per la fruizione. Tornare e rivedere l’installazione e viverla in modo soggettivo.

     

     

  • Racconti in tecnologia VR sempre più immersivi

    Grazie alla tecnologia VR le storie diventano sempre più immersive, perché gli utenti non sono più davanti ad uno schermo di pc, ma all’interno delle storie stesse fino ad influenzarle ed interagiscono con un mondo 3D . Lo scopo dei video 360 e dei VR è lo stesso: totale immersione nel mondo virtuale.

    La sensazione ‘being there’ viene detta ‘presence’. La presenza si ottiene grazie alla tecnologia, affermano gli esperti, ma anche e soprattutto grazie alla consistenza dello story-world che è stato creato. Dejan Gajsek, noto VR evangelist, afferma che ‘Once the viewer feels comfortable in the created scene, we can serve him with a story.

    Secondo Chris Milk, founder di VRSE e VRSE.Works,  VR è ‘the ultimate empathy machine.’

    VR is difficult to explain because it’s a very experiential medium. You feel your way inside of it. It’s a machine, but inside of it, it feels like real life, it feels like truth. And you feel present in the world that you’re inside and you feel present with the people that you’re inside of it with.

    Molto spesso si fa confusione tra VR e video 360. La differenza sostanziale è l’interattività. Di seguito trovate 2 esempi, utili per comprendere meglio.

    Virtual Reality presuppone l’utilizzo di dispositivi o accessori, come visori tipo Oculus Rift . Tramite gli occhiali si controllano i movimenti e la vista e si interagisce con l’ambiente. Potete fare un test semplicemente con i cardboard che trovate su Amazon ad un prezzo irrisorio. La tecnologia è anche applicata per navigare all’interno di foto, di video registrati in 360 gradi.

    Esempio di un’esperienza virtuale in un video VR tratto da  Hunger Games.

    Video 360 è una foto o un video che consentono di poter ruotare la vista mentre si sta fermi. Non si interagisce con la realtà virtuale e possono essere visti comodamente anche da mobile (la qualità e l’esperienza è tuttavia superiore se si indossa anche solo un cardboard). Sono stati introdotti da Facebook nel corso del 2016.

    Ecco un esempio di video 360 è  che ha avuto su YouTube più di 18 mio di visualizzazioni.

     

    Recentemente è stato prodotto un fumetto italiano dal nome avvincente “Magnetique“, una saga epica il cui primo episodio è  disponibile gratuitamente per Samsung Gear Vr. Leggiamo nell’articolo de Il Sole 24 ore che è stato sviluppato da Oniride, startup romana fondata nel 2014. Sul sito Oculus.com potete provare diverse esperienze sia gratuite sia a pagamento.

    magnetique

    Vi consiglio ad esempio il mini video prodotto da Oculus Story Studio, Henry che ha vinto il 68° Emmy Awards. Creato da Elijah Wood e dal Toy Story 3 teams è la storia di un piccolo riccio che ha un problema: la passione dell’abbraccio che comporta qualche difficoltà. (https://storystudio.oculus.com/en-us/henry/)

    Molto carina è anche Farlands dove potete fare la conoscenza di un piccolo alieno.

    Altra esperienza da provare è The Body VR  che riguarda il corpo umano. e’ un video educational che vi porterà all’interno del sistema venoso per scoprire come le cellule trasportano l’ossigeno.

    Un esperimento a dir poco curioso è stato condotto dal brand  Coors, produttore di birra noto a livello internazionale che ha lanciato per Halloween 2016 una campagna in Australia in VR chiamata ‘Night of Frights‘. Volete un’idea? Guardate il video che trovate su Youtube e mi raccomando non spaventatevi.

    Applicazioni a fini commerciali sono sempre più diffuse in quanto la tecnologia VR sta riscuotendo grande interesse presso i brand.  Avete provato a camminare per New York nella Fifth Avenue e fermarvi ad ammirare le vetrine? Avete sentito parlare dell’esperienza offerta da Google denominata Window Wonderland? E’ stata definita ‘VR experience that lets anyone explore the lights and sounds of the season using Google Cardboard or Google’s own headset, Google View.’

    windows

    Potete anche visionare una preview  su YouTube.  E’ un tour virtuale al quale hanno partecipato molti brand famosi quali ad esempio Burberry, Bloomingdale’s.

    Sono state scattate centinaia di foto ad alta risoluzione del 18 punti vendita e montate insieme grazie alla tecnologia per creare un life-like panorama. nel quale immergersi grazie al visore.

    Durante la passeggiata virtuale è possibile accedere tramite un link a una pagina di atterraggio che contiene alcuni prodotti acquistabili per rendere ancora più reale la shopping experience.

    Trattandosi di narrazioni a volte complesse sullo stile dei video games risulta sempre più rilevante il ruolo dello storyteller. Diventa prioritario mettersi nei panni del nostro pubblico e comprendere la sua esperienza cognitiva, emozionale e fisica per poterlo guidare nel corso della narrazione.

    Recentemente ho letto il report di un test condotto su 40 partecipanti da Katy Newton una filmmaker ed experience designer con l’experience design Karin Soukup  in collaborazione con la Stanford’s d.school Media Experiments, il National Film Board of Canada, e l’independent filmmaker Paisley Smith. E’ emerso che siccome per noi umani è impossibile vedere a 360° dobbiamo scegliere cosa vedere e quando. Quindi è necessario segnalare all’utente su quale parte della storia concentrarsi, quale a cui attribuire un senso e combinare tutti i frame come in un puzzle all’interno della loro mente.

    no two individuals experience the exact same story, because no two individuals look at the exact same things in the exact same order.

    Negli ultimi mesi la tecnologia VR ed i video 360° stanno man mano entrando nell’uso comune tanto che potremo caricare i video non solo più su Facebook, ma anche nei nostri siti in modo semplice e veloce. Il 15 dicembre WordPress ha annunciato sul suo blog in lingua inglese che  ‘you can create and publish your own VR content on any WordPress.com site, starting with 360° photos and 360° videos (beta), and you can view regular photos and panoramas in VR. Our goal is to make publishing VR content as simple as publishing text or photos to the web — just add VR content to your site and anyone with a web browser can instantly enjoy it.

    S’inizia con i video 360° con una procedura molto semplice: basta infatti fare upload dell’immagine come facciamo per ogni altro contenuto e decidere se vogliamo mostrarlo in modalità 360 o in panorama e pubblicarlo con il ‘VR shortcode‘. Troviamo istruzioni dettagliate sul blog WordPress. Da provare subito per rendere più coinvolgenti e innovativi i nostri siti!