• Una storia di formaggi, vini e qualità – Borgiattino Formaggi a Torino

    Sotto i portici di corso Vinzaglio, nel cuore di Torino, potete scoprire  Borgiattino, una bottega storica specializzata in ‘una storia di formaggi, vini e qualità‘, come leggiamo sul sito. Il primo incontro è avvenuto un sabato mattina di qualche mese fa in occasione di una degustazione di mozzarella di bufala piemontese e di quella campana. Avvolta da profumi e sapori sono stata accolta dal titolare, il sig. Luciano Guidotti che, subentrato al sig. Borgiattino in quest’avventura nella gastronomia di alta qualità, ha preservato il brand storico

    La storia della bottega è molto più complessa e affascinante di quello che possiamo immaginare. Siamo negli anni ’20 quando in una Torino laboriosa Carlo Borgiattino avvia l’attività che lascia poi ai due figli, una tradizione familiare, una vita casa e bottega che è arrivata fino a noi.

    Quello che mi ha colpito non è tanto la varietà dei prodotti esposti, quanto il desiderio dei titolari di lasciare un segno, di emozionare, di diffondere cultura e una ricerca sapiente di prodotti da proporre ad un pubblico esperto ed attento alla qualità. Proprio a tal fine vengono organizzate le degustazioni e tour gastronomici per visitare le aree di produzione.

    Al primo incontro sono seguite altre visite nei mesi successivi fino al 17 settembre scorso, giorno della  premiazione dei Maestri del Gusto di Torino e provincia 2019-2020 a Torino Incontra. Proprio in quest’occasione, in attesa che Luciano ricevesse il premio, abbiamo fatto una breve intervista.

     

    Buongiorno Luciano quando sono venuta in bottega mi ha mostrato la maniglia con le iniziali FB, mi racconta la storia legata a queste iniziali?

    Una storia curiosa che è legata alle vicende familiari dei Borgiattino. Il negozio nacque nel 1927 dall’idea di Carlo Borgiattino che ebbe due figli: Candido (detto Dino) e Roberto. Quando si ritirò Carlo Borgiattino subentrarono i due figli ed ecco la ragione delle iniziali ‘FB’ ossia  ‘Fratelli Borgiattino’. Dopo pochi anni, tuttavia, i due fratelli non andarono d’accordo e si divisero, pur restando nello stesso settore. Dino mantenne il negozio originale in corso Vinzaglio, portando avanti una tradizione che risale a 90 anni fa e Roberto aprì un negozio in via Accademia Albertina. La targa mutò quindi di significato da ‘Fratelli Borgiattino’ a ‘Formaggi Borgiattino. Gli anni passarono, ma a causa della difficoltà connesse all’introduzione della ZTL, Roberto decise di ritornare nella bottega del padre e quindi i due fratelli si riunirono.

    Come si è scoperto la passione per i prodotti caseari, dal momento che ha un’estrazione di imprenditore in settore totalmente differente?

    Anche questa è una storia interessante, perché è legata alla mia curiosità innata e alla mia passione per i formaggi. Provengo dal settore elettromeccanico che resta la mia attività professionale primaria, ma sono attratto da settori merceologici diversi.

    Conoscevo Dino da quando era rimasto titolare unico del negozio e quando ebbe qualche problema di salute circa 15 anni fa decisi di rilevare l’attività. Assunsi anche le due commesse ‘storiche’ che collaboravano da 25 anni. All’inizio fu solo un hobby e il desiderio di avvicinarmi ad un mondo che da sempre mi affascinava, ma negli anni è diventata una seconda attività. Nella ricerca dei collaboratori pongo l’accento sulla curiosità, sul desiderio di conoscere ed apprendere la storia dei formaggi.

    Borgiattino è conosciuto ed apprezzato per la scelta di accurata dei piccoli produttori con produzioni limitate dalla fontina d’alpeggio al Plaisentif,  detto formaggio delle viole, tipico dell’alta Val Chisone e dell’alta Val di Susa, che si vende dalla terza domenica di settembre ed è disponibile solo fino a gennaio, al massimo a febbraio fino ad arrivare al Bettelmatt, il numero uno dei formaggi italiani. Piccole quantità per palati esperti. 

    Qualche aneddoto legato alla bottega? 

    I clienti mi riportano che Carlo Borgiattino spesso facesse finta di parlare al telefono con l’Avvocato Agnelli. Nessuno sa se fosse vero o meno, tanto che è diventata ormai una leggenda. Quando si entrava in bottega Carlo era al telefono voltato di spalle e pronunciava queste parole: <<Sì senatore, d’accordo senatore, domani le mando tutto quello che ha ordinato>>.

    Sappiamo che è sempre più forte l’attenzione al prodotto di qualità ed alla conoscenza della filiera. Come sono cambiati i gusti dei consumatori negli ultimi anni?

    In 15 anni ho notato che è cresciuta l’attenzione del consumatore verso la provenienza e la produzione dei formaggi.  Proprio per andare incontro a queste esigenze ho creato delle schede tecniche per ogni prodotto per diffondere cultura, oltre a fornire informazioni dettagliate nella bottega.

    Se il cliente, ad esempio, vuole approfondire le differenze tra la Fontina d’Alpeggio e di latteria, mentre lo serviamo lo acculturiamo. Ecco un esempio delle informazioni che vengono fornite di volta in volta. Ogni forma è numerata e classificata con un simbolo del CTF, acronimo che significa controllo tutela fontina. La Fontina d’Alpeggio deve avere un numero inferiore a 500 altrimenti è di latteria. Dal punto di vista organolettico ed economico si acquistano e degustano due formaggi completamente differenti. La Fontina d’Alpeggio è prodotta a 1800-2000 metri e le mucche si cibano di fiori ed erba dei prati, mentre per la Fontina di latteria l’alimentazione è basata sul fieno, Sono particolarmente esperto di Fontina, perché personalmente cerco gli alpeggi in Vallée. Faccio parte anche della giuria preposta a nominare ogni anno la migliore Fontina d’Alpeggio della Valle d’Aosta. Viene fatta una selezione tra 500 tipologie di Fontina arrivando a sceglierne solo 10 tipi tra cui verrà eletta la migliore dell’annata. Ogni produzione è diversa dall’altra in base all’alimentazione, al momento dell’anno in cui viene prodotto il latte.

    Il rapporto con il cliente è quello che distingue la piccola bottega dalla grande distribuzione. Non solo vendita, ma cultura di prodotto. A tal fine ho organizzato alcuni anni fa anche dei tour eno-gastronomici in Valle d’Aosta per portare i miei clienti a vedere i luoghi di produzione. Ad esempio, nel 2012 abbiamo visitato un’antica ex miniera di rame in Valpelline vicino ad Aosta. Si tratta di un centro di raccolta e stagionatura della fontina, capace di ospitare fino a 60.000 forme con annesso museo e degustazione di prodotto e vino.  Abbiamo poi proseguito la vista anche al castello di Issogne, che ha ispirato il Borgo Medioevale del Castello del Valentino di Torino. Quindi abbiamo unito varie forme d’arte e cultura.

    Ho rivisto più volte Luciano e ho scoperto che è una persona veramente eclettica con la passione per l’arte, la cultura e la scrittura. Ci ha regalato anche un suo racconto ispirato alla vita d’alpeggio, una storia che fa riscoprire i valori d’altri tempi, ricca di fascino e di modernità al tempo stesso.

    Buona lettura!

    Miele, formaggio e Buccia

     

    “Io!?”

    Quasi un urlo, risuonò per l’ampia stalla!  Sembrava che riassumesse in se orrore, sorpresa e in fondo anche divertimento per la richiesta, anzi l’ordine che le era stato dato.

     “Io!?” ripeté quasi ridendo.

     “Nonna, ma stai scherzando! Come ti viene in mente! Mai e poi mai farò una cosa del genere!”

     Mentre sorridendo rispondeva così alla sua adorata nonna, le venne da pensare a cosa avrebbero detto i suoi compagni di liceo se l’avessero vista fare quello che sua nonna le aveva chiesto. Chiesto! La nonna era adorabile in tutto e per tutto, compreso il suo carattere burbero, brontolone con un fondo di intelligente ironia. La nonna non chiedeva mai, ordinava. Le venne in mente il suo povero nonno; anche lui aveva ubbidito alla nonna per tutta la sua vita, e lo aveva fatto con tutto l’amore che la nonna meritava. Dicevano che lei era il ritratto della nonna da giovane.

    La nonna. In gioventù era stata  bellissima. Così si vedeva nelle fotografie.  Un corpo flessuoso e perfetto, con un volto delicato in cui spiccavano due occhi azzurri come il cielo di primo mattino, su all’alpeggio. Lunghi capelli neri, tanti e riccioluti. Adesso seduta su uno sgabello accanto alla sua mucca, stava mungendo con la stessa dolcezza con cui avrebbe accarezzato un bimbo.  Il suo culone tracimava dallo sgabello! Era invecchiata, appesantita dal lavoro in montagna, dalla cura della sua malga.  Una volta serviva solo per abitazione d’estate e rifugio di pastori, ma già da suo suocero era stata trasformata in una grande casa, poco sotto Pila. La nonna ripeté l’ordine, nel suo dialetto piemontese-aostano

    ” Siediti qui e impara a mungere!”

    Imperativa,  guardando di sotto in sù la sua bella nipote. Certo le parve molto appropriato il soprannome con cui l’avevano chiamata i suoi compagni di scuola , i suoi amici. Ormai anche in casa la chiamavano tutti così, quella gagna. Ed infatti per i suoi diciannove anni aveva un bellissimo corpo, alta e piena di armonia: dalla nonna aveva preso il colore azzurro degli occhi, che in più esprimevano una dolcezza mista a determinazione e carattere. Il volto, dall’ovale perfetto, era incorniciato da una massa di capelli ricci e biondissimi. “Miele” la chiamavano tutti.

    “Ohi! Miele, non avresti potuto vestirti prima di scendere nella stalla!”

    “Che dici, nonna! Sono vestita!”

    Si, vestita! Pensò la nonna. “ Che ti sembra di essere vestita con quelle mutande blu e la pancia di fuori?!”

    “ Mutande blu?! Nonna sono degli shorts di jeans! Ed ho sopra una camicetta corta…siamo d’estate!”

    “se io fossi venuta così bardata nella stalla e ci fosse stato tuo nonno, mi avrebbe mangiata viva!”

    “Aveva un grande appetito, il nonno!”

    “Vieni qui, donna nuda, che t’insegno a mungere! Almeno fai qualcosa di buono”

    Miele si sedette sulla paglia, di fronte alla nonna, guardandola con affetto e ammirazione. Brava la sua vecchietta! E che sveltezza nel muoversi, che agilità!

    “Nonna, ma come fai ad essere così brava. Non dovresti stancarti troppo, non è che sei una ragazzina!”

    “Perché no?! Intanto io non vado in giro in mutande blu come fai te! Sono ben coperta e attrezzata! E poi se non lo tiro giù io il latte, e non lo lavoro…il formaggio che hai mangiato ieri sera, ti era piaciuto o no?!

    Miele ascoltava la nonna immaginandola ragazza quando con suo marito saliva alla malga per il pascolo. Sembrava che fossero passati secoli da allora, e la nonna ripeteva giorno dietro giorno  gli stessi gesti: Il pascolo, la stalla, la mungitura, il latte, il formaggio. Come se le vite degli altri fossero state nuvole passeggere. Si chiese se la nonna aveva avuto dalla vita tutto ciò che aveva desiderato avere. Al liceo avevano più volte affrontato il tema della felicità, senza mai fare il punto di cosa significasse essere felici.

    “Nonna, tu sei felice?”

     E subito dopo Miele si pentì d’essersi fatta sfuggire di bocca questa domanda. Spostando il secchio del latte l’anziana e grossa donna si agitò sul panchetto facendolo scricchiolare pericolosamente. Guardò sorridendo la nipote e la vide in tutta la sua smagliante giovinezza.

    “Non mi sono mai preoccupata di esserlo! Posso però dirti che sono stata tanto infelice ed è stato quando è morto tuo nonno! Era in grado di fare uno dei più gustosi formaggi della vallata, Faceva una fontina, a pasta semicotta con il giusto grasso, e poi dopo tre mesi ti leccavi le dita!!”

    “Formaggi?!-esclamò Miele- ma non rimpiangerai il nonno solo per i   formaggi?!”

    “Miele mia, che ne sai te di quanto bisogna essere bravi per fare bene ciò che si fa! Tuo nonno, con me faceva tutto benissimo! Anche il formaggio. Lui aveva imparato da suo padre, da suo nonno e per generazioni non hanno fatto nient’altro che fare formaggi. E te, Miele mia, con le tue mutande blu che ne sai di come si fanno i formaggi?”

    “A scuola mi hanno insegnato tutto sul formaggio! I latini lo chiamavano formaticum, e si dice che il primo caciaro sia stato un pastore che si chiamava Aristeo,  e che era figlio di Apollo e di una ninfa che si chiamava Cirene.!”

    “Ecco perché tuo padre ti ha mandato a scuola! Ma non era meglio se ti avesse insegnato a mungere, e poi professoressa che ne sai dei formaggi?!”

    “ Sai nonna che ho tradotto dal greco un passo di Aristotele dove nella sua Storia degli animali racconta di come i pastori siciliani facevano il formaggio! E poi ne ho letto sul Columella che descriveva nel primo secolo dopo Cristo, nel suo De Rustica, la fabbricazione del formaggio. Persino Plinio il vecchio riporta un lungo elenco di formaggi napoletani”

    “Si, “i napuli” ora sanno fare anche i formaggi!”

    “Chi parla male dei “napuli” ?

    Una voce profonda e giovane s’intromise tra le due donne. Sulla porta apparve un giovane, alto quasi due metri, rosso fuoco di capelli.  Con la propria mole chiudeva quasi del tutto la porta della stalla.

    “Buon giorno nonna!”

    “ Alfredino!, il mio dottorino preferito, nonostante sia napoletano- esclamò la nonna- entra che così conosci Miele! Accidenti a te! Ma lo sai che ci hai fatto prendere una spavento con quel tuo vocione!”

    Miele fu costretta ad alzare il viso fino a scorgere nella penombra il volto di questo ragazzone, e si ritrovò la sua piccola mano stritolata nella mano di lui. Pensò che non aveva mai visto un ragazzo così bello e così rosso di capelli, con splendidi occhi verdi. Lì per lì le venne un po’ d’affanno.

    “E così tu saresti la nipotina cittadina tanto bravina a scuola! Ma è vero che ti chiami Miele?!”

    Alfredo non parlava, tuonava! Miele s’infastidì per quest’approccio poco gentile e non seppe cosa rispondere. Poi riprese fiato e chiese con disinvoltura se lui lo chiamavano Arancio, visti i suoi colori.

    “Arancio, ma chi te l’ha detto!? Persino in ospedale i colleghi mi ci chiamano così! E poi siccome non vado mai via dai reparti dopo aver visitato i malati, qualcuno mi chiama anche Buccia, il dr Buccia. E questo perché mi appassiono e cerco di star loro vicino finché posso”

    Quasi ignorandoli  la nonna  riprese a mungere; i due, come se Eros li avesse  folgorati, cominciarono una lunga chiacchierata sulla loro scuola, su cosa lei si aspettava dalla vita, sul futuro dei suoi studi, mentre Buccia le raccontava di come avrebbe voluto specializzarsi e poi lavorare a Torino, insomma….. non la finivano più.

    La nonna li guardava sorridendo. Da brava vecchia montanara, anzi quasi da antica malgara presagi il futuro, pensando che il miele con una buccia d’arancio su una fetta di fontina fosse  un piatto divino che le avrebbe dato tanta felicità!!

     

  • Passioni sonore: audio e voice per incontrare nuovi pubblici

    Una nuova moda o una passione duratura? Audio e voice stanno riscuotendo sempre più successo; sui social media si diffondono i live di influencer che ci intrattengono con consigli e informazioni e sempre più spesso nelle nostre città incrociamo persone assorte ad ascoltare in cuffia podcast e audiolibri.

    Un popolo di ‘auditivi’ che desidera acquisire informazioni attraverso l’ascolto e che oggi, grazie al mobile e al web, può fruirne ‘always and everywhere‘. Che cosa si intende per auditivi? Fin dal 1920 psicologi e pedagoghi avevano sviluppato il modello VAK, acronimo di visivo, auditivo e cinestetico, utile per comprendere lo stile di apprendimento umano e il canale di comunicazione preferito. La PNL definisce 3 sistemi rappresentazionali quali modalità sensoriali secondo cui le persone codificano, organizzano e attribuiscono un significato alle esperienze e al mondo attorno a loro:

    • visivo – immagini
    • auditivo – suoni, parole e rumori
    • cinestetico – sensazioni, gusto, olfatto e tatto.

    Ognuno di noi ha un sistema rappresentazionale preferenziale, ossia utilizza sempre lo stesso sistema sensoriale al momento di filtrare uno stimolo che proviene dall’esterno. Di fronte ad uno spettacolo teatrale, ad esempio, i visivi ricorderanno e saranno colpiti dalla scenografia, gli auditivi dalla musica e dalla recitazione e i cinestetici dall’atmosfera dell’opera.

    Da visiva ammetto di sentirmi sempre in difficoltà con il canale auditivo, anche se, tornando indietro negli anni mi rivedo alla sera mentre da ragazzina ascoltavo racconti alla radio. Ero immersa in libri di avventura e lasciavo spazio libero alla fantasia; un giorno ero un corsaro o un militare e il giorno seguente un’eroina che viveva mille avventure. Voci piene di colore avvolgono i miei ricordi. Aggiungo che non ho mai avuto un rapporto molto felice con la mia voce tanto che qualche anno fa, spinta anche dall’esigenza di parlare in pubblico, ho intrapreso un percorso di studio proprio sull’utilizzo della voce.

    L’occasione era nata in azienda quando avevo conosciuto Ciro Imparato, grande professionista della voce che aveva inventato il metodo Four Voice Colours. Da formatrice ero rapita da quella voce profonda che passava da un colore all’altro, riuscendo ad esprimere dalla rabbia alla calma e all’autorevolezza. Mi aveva colpita a tal punto da acquistare il libro e seguir passo passo gli esercizi proposti e iscrivermi anche ad un corso privato di dizione per attenuare quei ‘piemontesismi’ che fanno parte del mio bagaglio personale. Ricordi Sabrina? Tanti esercizi di respirazione, tante risate per improvvisarsi attrice di teatro. <Spostati in fondo alla stanza e bisbiglia ad alta voce> mi dicevi e io, con la voce sempre un po’ roca sperimentavo e seguivo i consigli di un’esperta che aveva lavorato in RAI.

    Se i corsi di dizione e di gestione della voce restano prerogativa di una nicchia, le letture, i podcast, gli audiolibri trovano sempre più adepti. Quali sono i settori  in cui l’audio e il voice si sta affermando? Ho cercato d’indagare facendo anche qualche riflessione personale sulle tendenze in atto.

    Letture ad alta voce

    Nello scorso autunno mi sono avvicinata alle letture ad alta voce e ho frequentato presentazioni di libri e incontri di lettura. Da qualche anno infatti librerie e circoli culturali sono diventati luoghi di aggregazione per appassionati. Troverete sicuramente molte iniziative anche nelle vostre città.

    A Torino vi posso segnalare il Circolo dei lettori che nel corso dell’anno offre un’ampia scelta di letture ad alta voce, oltre a classici incontri con scrittori. Nel mese di aprile si è svolto anche ‘Torino che legge‘, un progetto della Città di Torino e del Forum del Libro, in collaborazione con il MIUR e il Centro UNESCO, promosso in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, istituita dall’UNESCO il 23 aprile. Una settimana dedicata alla lettura nelle biblioteche o viaggiando sul tram storico 3104 che percorre le vie del centro cittadino dove si sono tenute letture tratte dall’Antologia Lingua Madre e su Torino, a cura della Scuola ODS-Operatori Doppiaggio e Spettacolo.

    Per l’estate 2018 la Scuola Holden  ha organizzato un trekking serale, dal titolo Accendere un fuoco, che conduce su un sentiero nel bosco fino alla Basilica di Superga. Ascoltando la lettura di Jack London, i partecipanti seguono ‘il filo che ci unisce alla natura e agli animali, e  in ascolto della parte più selvaggia dell’anima.

    Audiolibri

    Dopo un periodo di disaffezione, l’audiolibro sta vivendo una nuova giovinezza: è aumentata l’offerta di titoli e il pubblico li sta riscoprendo. La giornalista Ilaria Amato in un articolo pubblicato a gennaio sul magazine ‘Donna moderna’ fornisce alcuni dati sul consumo degli audiolibri in Italia. ‘13.400 sono i titoli disponibili sulla piattaforma Audible nel 2017. Nel 2016 erano 12.000. 41% la percentuale di chi compra audiolibri li ascolta sullo smartphone; il 31% lo fa sul pc e il 29% sul tablet (dati tratti da rapporto dell’Associazione italiana editori, Aie)‘.

    Ascoltare è il nuovo leggere.

    Sempre dall’analisi fornita dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori si evince che nel 2017 il mercato e-book e audiolibri ha ottenuto quota 64milioni di euro con un +3,2% sul 2016 e l’11%  legge audiolibri contro il 62% carta e il 27% ebook. 

     

    Podcast

    Nel 2017 ho seguito un Google Day organizzato da Work Wide Women dedicato al podcast e ho scoperto, grazie a Tonia Maffeo di Spreaker, un mondo in grande fermento e sviluppo. Molto utilizzati all’estero i podcast hanno avuto una diffusione significativa negli ultimi anni in Italia a carattere sia di business sia d’intrattenimento. Quali sono i pubblici e qual è l’utilizzo?

    Qualche dato del mercato USA: 112 mio hanno ascoltato almeno 1 volta nella loro vita e 67 mio lo ascoltano almeno 1 volta al mese. Interessante anche il dato relativo a dove avviene l’ascolto:

    • 52%  da casa
    • 18% in auto 
    • 12% al lavoro.

    Vi riporto una frase di Tiziano Bonini, ricercatore in media studies all’Università Iulm di Milano, che ho letto recentemente su http://www.linkideeperlatv.it/ e che mi è piaciuta molto:

    I podcast sono diventati la nuova frontiera dell’hipster a caccia di un nuovo bene di consumo che gli permetta di distinguersi dalla marmaglia del consumo generalista.

    Sempre secondo Bonini i generi di podcast più scaricati al mondo appartengono a 3 macrocategorie:

    • storytelling (es. Radiolab e 99% Invisible)
    • fiction (serie finzionali, tipo “sceneggiati”- es. in Italia Ad alta voce e in UK The Archers, che va in onda sulla Bbc dal 1951)
    • giornalismo di approfondimento o investigativo.

    Ma qual è la fascia d’età del pubblico dei podcast? Secondo Podtrac – società che rileva degli ascolti del settore i fruitori più appassionati in USA appartengono alla fascia 25 -45 e oltre. Non un pubblico giovanissimo, da quanto sembra.

    Podtrac Audience Surveys, 2016; * Edison Research, 2016 Fonte: http://analytics.podtrac.com

     

    Tra le varie piattaforme che sono ora disponibili sul mercato si sta affacciando anche Google Podcasts, una nuova applicazione sviluppata e distribuita su Play Store. Notizia di qualche giorno fa parla del lancio ormai imminente. Quali caratteristiche innovative avrà?

    Da un articolo pubblicato nel sito Webnews pare che un dipendente di Google abbia rilevato a Product Hunt:

    l’ interazione con l’intelligenza artificiale dell’Assistente Google e l’utilizzo della sincronizzazione tra più dispositivi come gli smart speaker della linea Home sfruttando l’account dell’utente. Le feature principali offerte saranno legate alla ricerca, al download, alla riproduzione e alla gestione dei podcast, partendo da un catalogo in cui verranno indicizzate oltre due milioni di fonti provenienti da tutto il mondo, accuratamente suddivise per genere e categoria.’

    Suoni per raccontare

    Non solo voci, ma anche suoni. Il pubblico italiano è più concentrato sull’ascolto. Circa un anno fa è nato il progetto “I suoni della vostra vita” promosso da Repubblica e i quotidiani locali del Gruppo Espresso e  pubblicato su profilo Soundcloud.

    L’idea è creare ‘una colonna sonora collettiva, un racconto in musica con tutti quei piccoli rumori che accompagnano i nostri percorsi quotidiani.‘  I lettori sono stati invitati a registrare ed inviare in redazione i suoni dei quartieri, del mare, delle città, suoni che rappresentino momenti di vita.

    Un progetto molto simile viene realizzato da Alessandro, un mio amico che da anni registra i suoni della sua giornata, creando un diario sonoro della propria vita.

    Audiobranding

    La scorsa settimana ho partecipato al convegno CXNow – retail and beyond organizzato da Innovability presso La Casa dell’Energia e dell’Ambiente di Milano sul tema del retail e della customer experience.  Vi evidenzio due slide di Pietro Tonussi di Axis Communication nello speech ‘La Customer Experience, oggi’  sulla riscoperta del valore dell’audio nel customer journey.

     


    Secondo l’Audio Branding Academy la diffusione di tecnologia dagli smartphone ai cosiddetti streaming media e podcast può offrire grandi opportunità per questa forma di comunicazione multisensoriale :

     Audio Branding can aid in optimizing brand communication and in designing a better sounding environment.

    Che cosa intendiamo con audio branding? Una definizione viene proprio offerta dall’Academy:

    ‘Audio Branding describes the process of brand development and brand management by use of audible elements within the framework of brand communication. […] Audio Branding aims at building solidly a brand sound that represents the identity and values of a brand in a distinctive manner. The audio logo, branded functional sounds, brand music or the brand voice are characteristic elements of Audio Branding.’

    Ricordiamo tutti il suono che accompagna il logo di Ricola, la caramella alle erbe svizzera oppure della casa cinematografica Twentieth Century Fox? Per effettuare la ricerca vi segnalo Audio Logo Database, un tool che, come leggiamo sul sito, permette di:

    ‘research and investigate the acoustic marketplace especially for audio logos. It contains audio logos from all branches including the registered sound marks of the trademark offices. ‘

    Potete ascoltare il suono di Ricola al link e quello di Twentieth Century Fox al link e trovare molte informazioni sullo studio e creazione degli audio loghi che conosciamo.

    Se siete interessati al tema dell’audio branding seguitemi, perché a breve pubblicherò un’intervista molto interessante su LinkedIn Pulse.

    Quali saranno le tendenze future? Visual o audio?

    Il video continuerà ad essere predominante anche nei prossimi anni con una fruizione sempre più mobile e man mano sostituirà la TV tradizionale, tendenza confermata anche dal lancio di qualche giorno fa della nuovissima app di Instagram,  IGTV. Secondo il report “Global Digital Video Viewers”  di eMarketer presentato da IAB:

    ‘in tutto il mondo, la visualizzazione di video è un’attività core tra gli utenti di Internet ed è stato stimato che il 65,1% di essi continuerà a farlo regolarmente nel 2018.[…] Per il 2018 si stima che 1,87 miliardi di individui in tutto il mondo useranno un telefono cellulare per guardare video digitali, con un incremento dell’11,9% rispetto al 2017.[…] Il pubblico di YouTube si sta avvicinando alla saturazione in molti mercati. Quest’anno, il numero di utenti di YouTube in tutto il mondo aumenterà del 7,5%, in testa rispetto alla crescita complessiva dei video viewers digitali (7,2%). Questa tendenza continuerà per tutto il periodo di previsione, con una crescita degli utenti di YouTube che proviene principalmente dai primi spettatori di video digitali.’

    L’approccio del pubblico, tuttavia, come abbiamo visto dalle iniziative che si stanno diffondendo e dal successo dei podcast, non è solo più visivo, ma si sta spostando anche sul senso dell’udito, arricchendo l’esperienza di nuove sensazioni ed emozioni. Spetterà al singolo decidere quale canale preferire e seguire secondo le proprie propensioni personali. E  voi siete più auditivi o visivi?

     

     

    Fonti:

    -https://www.iab.it/iab-news/global-digital-video-viewer-report/

    – http://audio-logo-database.com/

    – https://audio-branding-academy.org/

    – http://analytics.podtrac.com/podcast-demographics/

    – https://soundcloud.com/suonidellavita

    – http://media.giornaledellalibreria.it/presentazione/allegati/2017_01_26_Mercato-2017-DA%20CARICARE.pdf

    – http://www.donnamoderna.com/news/cultura-e-spettacolo/audiolibri-gratis-inglese-dove-si-comprano

    – http://www.torinochelegge.it/

    – https://www.webnews.it/2018/06/19/google-podcastsa-app-android/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Webnews

  • L’arte del pitch: raccontarsi in pochi minuti

    Chi si ricorda ‘Cogito ergo sum‘ di Cartesio? Oggi l’espressione più attuale è quella suggerita da Guy Kawasaki: ‘I pitch therefore I am‘. Parliamo sempre più frequentemente in pubblico in pitch più o meno brevi,  prepariamo presentazioni inerenti la nostra attività o i nostri progetti, momenti importanti della nostra vita professionale che richiedono sintesi, chiarezza ed efficacia. Non tutti siamo preparati a questo nuovo compito e, a volte, non riusciamo a raggiungere i goal sperati.

    Negli anni ho seguito molti pitch, relazioni e presentazioni aziendali e il 13 giugno 2018 ho tenuto un workshop alla SMW di Milano in cui ho cercato di trasmettere alcune riflessioni basate sulla mia esperienza diretta e su approfondimenti condotti su alcuni testi dedicati all’argomento.

    Sono totalmente d’accordo con Rahul Jain, Social Media Enthusiast HR Professional, che non esiste un format perfetto.

    There is no PERFECT pitch format. Understand your audience and adjust’

    Ma se non esiste una formula, quali regole seguire per essere efficaci? Studiare e sperimentare, imparando dagli errori propri e da quelli degli altri; questa a mio parere è una buona prassi.

    Qualche settimana fa ho partecipato ad un workshop Lego Seriuos Play e SCRUM organizzato da Fabrizio Faraco, Andrea Romoli e Michael Forni e mi sono messa in gioco. Abbiamo dovuto simulare un elevator pitch di solo cinque minuti. Nonostante la validità dell’idea, il nostro gruppo non ha vinto a causa di un’esposizione poco coinvolgente. Mi sono interrogata sulle motivazioni e, dopo aver riascoltato la registrazione delle due presentazioni e aver fatto un’analisi obiettiva della performance del nostro team,  mi sono resa conto che spesso, messi alle strette, dimentichiamo i fondamentali.

    Quali spunti utili ho tratto da quest’esperienza?

    1. dedichiamo più tempo al progetto che alla preparazione e alle prove del pitch, dimenticando l’importanza di entrare in empatia con il nostro pubblico e gli eventuali investitori.
    2. è necessario tanto esercizio per risultare fluenti. Questo non significa imparare a memoria il pitch, in quanto si risulterebbe poco spontanei. Tuttavia bisogna essere sicuri sull’incipit e sulla call to action, perché capiterà spesso di dover ridurre i tempi della presentazione a causa della mancanza di tempo, ritardi nell’organizzazione, speech precedenti che si sono prolungati.
    3. se decidiamo di coinvolgere più membri del team dobbiamo necessariamente coordinarci bene e provare in gruppo in modo da non avere stacchi bruschi, ma un gioco di squadra armonico.
    4. se desideriamo e possiamo proiettare delle slide è opportuno seguire il metodo 10/20/30 di Guy Kawasaki  ossia 10 slide per 20 minuti con testo corpo 30.

    Come leggiamo nel libro “The art of start 2.0” di Guy Kawasaki,  il pitch non ha solo finalità di ottenere finanziamenti, ma di creare consenso nei nostri confronti e verso il nostro prodotto e metterci in connessione per poi approfondire. Si parla di fiducia e le storie ispirano fiducia.

    They want faith faith in you, your product, your success, and in the story you tell. Faith, not facts, moves mountains. Meaningful stories inspire faith in you and your product

    Grazie alla diffusione soprattutto degli investor pitch negli hackathon, Pitch è diventata quasi una buzzword, ma le occasioni in cui ci troviamo a dover parlare in pubblico e presentare il nostro progetto sono le più svariate: dagli incontri con fornitori e clienti alle conferenze, agli eventi di networking, ecc. I guru americani consigliano di esercitarci con parenti e amici su 3 tipi di pitch di durata differente per presentare noi stessi:

    1. The Full elevator pitch
    2. The Handshake
    3. The Eyeblink.

    Discorsi di pochi minuti che dovrebbero essere sempre pronti e aggiornati, perché l’occasione di presentarci può nascere all’improvviso anche solo con una stretta di mano. Per avere degli elementi di riflessione e cercare di individuare delle buone pratiche partiamo dai cinque errori più frequenti.

    Errori frequenti

    Di seguito ho provato ad elencare gli errori che ho notato, assistendo a pitch e a presentazioni nell’ultimo anno:

    • slide con troppi dettagli e tecnicismi,
    • assenza di narrazione
    • poco entusiasmo
    • improvvisazione
    • debole call to action

    Ho quindi cercato di individuare delle metodologie utili su testi di autori italiani e stranieri dedicati a questo tema. Nel suo libro “Pitch anything” Oren Klaff precisa che, secondo i neuroscienziati, il cervello umano è costituito da 3 cervelli che lavorano insieme, ma separatemente: corteccia, limbico e rettiliano.

    Quando teniamo una presentazione la nostra neocorteccia pensa di rivolgersi alla neocorteccia dell’interlocutore, in realtà il messaggio arriva al rettiliano che è il cervello primordiale che ignora il messaggio a meno che non sia nuovo, accattivante o pericoloso.

    L’autore suggerisce un metodo per catturare l’attenzione e conquistare il rettiliano. Il metodo è identificato dall’acronimo STRONG, ossia:

    • Set the frame  – definisci una situazione e punto di partenza,
    • Tell the story – coinvolgi nel tuo racconto anche con immagini,
    • Reveal the intrigue  – stimola la curiosità,
    • Offer the prize – offri una ricompensa che sei tu e il tuo prodotto che risolve un problema
    • Nail the hookpoint – aggancia l’audience
    • Get the deal – convinci il tuo interlocutore

    In poche parole pensiamo al pitch come ad una storia breve che deve contenere elementi di tensione. Non è detto che debba essere sempre positiva.

     

    STORIA O RACCONTO?

    Spesso si pensa che un semplice aneddoto inserito nel discorso possa essere efficace, senza comprendere la differenza che esiste tra storia e racconto. Su questo tema possiamo ricorrere alla definizione fornita da Andrea Fontana nel suo libro ‘ Storytelling d’Impresa – la guida definitiva’.

    Storytelling significa comunicare attraverso racconti

    ‘storia e racconto non sono la stessa cosa’ – afferma l’autore. Possiamo dire che la storia (in inglese history), corrisponda ad una sequenza di dati ed eventi con una base cronologica mentre il racconto (in inglese story) è un ‘sistema di rappresentazione percettivo’.

    Elemento base del racconto sono le emozioni che ci mettono in connessione con i nostri pubblici. Le narrazioni seguono uno stesso schema, ossia un inizio con un stato di equilibrio, la rottura dell’equilibrio, le peripezie, la trasformazione e il ripristino dell’equilibrio finale.

    Questo schema può essere applicato anche ad un pitch? Secondo Nancy Duarte il pitch per essere ‘persuasive’ deve seguire uno schema in 3 atti (inizio, parte centrale e conclusione) con molti momenti che si dividono tra ‘ la situazione così com’è e come potrebbe essere’.

    Nella fase iniziale la Duarte suggerisce di presentare la situazione o il problema che si intende risolvere e far vedere gli sviluppi che potrebbe avere. Appare quindi evidente una frattura, un gap. Nella parte centrale è importante mantenere alta la tensione e in conclusione spiegare i benefici e fare una call to action coinvolgente.

    Segue la struttura in 3 atti anche il modello S.Co.R.E di Andrew Abela, utile per narrare le storie complesse nell’investor pitch. Maurizio La Cava nel suo libro ‘Investor Pitch’ ci spiega l’acronimo e come applicarlo anche con esempi pratici:

    Situation – Complication – Resolution   a cui Abela aggiunge anche un quarto: Examples, indispensabile per meglio chiarire i concetti chiave che si desiderano esprimere.

    Sempre di stories parla anche Carmine Gallo nel suo libro “Talk like TED” , ma le inserisce in una fase precisa del Message Map Template basato sulla regola del 3.  Si parte da una Headline che riassume come in un tweet di 140 caratteri il concetto chiave che si vuole far arrivare agli interlocutori, poi seguono 3 messaggi o key points e a ciascuno 3 bullet points che sono storie, statistiche o esempi. Solo 3 concetti, perché la mente umana può processare solo 3 informazioni nella memoria a breve termine

    Ma dove trovare l’ispirazione per i racconti? Un semplice evento può essere una storia d’ispirazione per il nostro pubblico? Per non trovarci impreparati possiamo creare una raccolta, considerando alcuni aspetti della nostra attività:

    • momenti importanti della tua vita o del team
    • mentori che ti hanno aiutato nel percorso e nel cambiamento
    • avversari che hai incontrato nel percorso
    • luoghi che hanno avuto significato
    Le quattro fasi del pich

    Per procedere in un’analisi approfondita ho suddiviso il processo in 4 fasi principali:

    • preparazione,
    • esposizione,
    • conclusione,
    • analisi.

    Per quanto concerne la preparazione consideriamo il tempo che abbiamo a disposizione per lasciare spazio alle domande finali ed approfondimenti. Dobbiamo creare uno storyboard, ossia una sceneggiatura con testi e tempi. Lo storyboard può essere un semplice schizzo su un foglio condiviso con il team oppure può essere più professionale realizzato in digitale con il tool, Storyboard That.

    Dobbiamo infine considerare i pubblici a cui ci rivolgiamo: clienti, potenziali investitori e potenziali soci o team. Il pitch deve adattarsi allo scopo che ci prefiggiamo e ai nostri interlocutori.

    Nella fase di esposizione i primi 10” sono fondamentali, in particolar modo negli investor pitch degli hackathon, in quanto molte presentazioni si susseguono con un calo d’attenzione significativa. Pare infatti che il livello d’attenzione si riduca dopo i primi 5 minuti. E se saremo il decimo gruppo a presentare il nostro progetto? Non possiamo che trovare soluzioni per farci ascoltare e ricordare.

    Durante gli ultimi Opening Days che si sono tenuti alla Scuola Holden la scorsa settimana ho assistito a diversi pitch e ho tratto alcuni spunti interessanti. Ecco qualche suggerimento per creare la scena e aprire il nostro discorso:

    • musica di fondo
    • lettura di un brano
    • oggetti evocativi
    • voce fuori scena
    • video

    Per la creazione delle slide possiamo trarre ispirazione dal sito Product Hunt, molto noto nel mondo delle startup dove sono consultabili molte presentazioni di piccole o grandi aziende quali ad esempio Airbnb, mentre una base di pitch deck template è reperibile da Google doc presentation . 

    Se desideriamo invece creare un video di presentazione suggerisco di provare due tools interessanti:

    • Adobe Spark Video che consente d’inserire testo e voice oltre a immagini. Disponibile per iOS
    • PowToon, un’app web con cui creare un avatar e aggiungere al video immagini, sfondi, transizioni, segni o testi secondo la propria idea creativa.

    Nella fase della conclusione diamo spazio a una call to action chiara e coinvolgente, utile a farci emergere e a farci ottenere un secondo incontro d’approfondimento. In questo caso, se si tratta di un investor pitch, potremo presentare il nostro Business Plan corredato di dati e report dettagliati, attività e vision imprenditoriale.

    L’ultima fase è quella dell’analisi, indispensabile per comprendere gli elementi positivi e negativi della presentazione. Ricordiamoci di essere molto obiettivi e severi per riuscire a migliorare e non ripetere gli stessi errori.

    Per altri suggerimenti potete consultare le slide presentate a SMW Milano e caricate su slideshare.  Contattatemi per maggiori dettagli e per creare insieme il vostro pitch efficace!

     

     

     

     

    Fonti

    “The art of start 2.0 – autore Guy Kawasaki – ed. Penguin – cap. 6 ‘The art of pitching’

    “Pitch anything- la presentazione perfetta” – autore Oren Klaff  – ed. Roi Edizioni- cap.1 ‘Il metodo’

    “Persuasive Presentations” – autore Nancy Duarte – ed. Harvard Business Review Press – section 3 ‘Story’

    “Talk like TED” – autore Carmine Gallo – ed. Pan Books – section 7 ‘Stick to the 18-Minute Rule’

    “Investor Pitch” – autore Maurizio La Cava – ed.  Dario Flaccovio

    “Storytelling d’Impresa – la guida definitiva” – autore Andrea Fontana – ed. Hoepli – cap. 3 ‘Racconti, storie, narrazioni

  • Twitter: 140 caratteri tra live tweeting e chatbot

    In un momento di criticità aziendale Twitter si dimostra ancora una volta un social media di grande interesse e molto seguito a livello mondiale. Sono una fan attiva dall’aprile 2009 quando un amico, Enrico, mi ha invitata sulla piattaforma che in Italia era diffusa soprattutto tra i giornalisti e alcuni personaggi dello spettacolo. Chi apriva un account era visto un po’ come un pioniere.  Il meccanismo alla base del social era considerato complesso. L’idea di dover contenere i propri pensieri o commenti in 140 caratteri erano vista come una limitazione, abituati come eravamo a chiedere l’amicizia e a poterci esprimere liberamente su Facebook. La passione per l’uccellino blu è cresciuta e il live tweeting è diventata una ‘pratica’ molto diffusa.

    Nei giorni scorsi l’annuncio di un piano di ristrutturazione che porterà a ridurre la forza lavoro del 9% e a chiudere la sede milanese mi ha fatto riflettere e cercare di approfondire i servizi che nel tempo si sono evoluti. Sono passati alcuni anni dalla mia intervista per Seo-Academy su Buzz-marketing Italia, intervista dove già esprimevo la mia passione per i 140 caratteri.

    twitterConoscete la storia di Twitter? Ho letto che l’idea nacque un giorno mentre Jack Dorsey era al parco seduto sull’altalena e mangiando cibo messicano. Pensò ad un servizio che permettesse di comunicare con un ristretto numero di persone attraverso degli SMS. Non so se sia una leggenda, ma potete leggerlo su Wikipedia.

    ‘Il primo nome del progetto fu twttr, nome ispirato all’allora già fortunato Flickr ed ai 5 caratteri di lunghezza dei numeri brevi per l’invio degli SMS negli USA. Gli sviluppatori scelsero inizialmente il numero “10958” come codice breve per l’invio dei messaggi, numero che fu presto rimpiazzato dal più semplice “40404”. Lo sviluppo del progetto iniziò ufficialmente il 21 marzo 2006 quando Dorsey alle 21.50 PM (PST) pubblicò il primo Tweet: «just setting up my twttr»‘. Il social media ha goduto di una grande fortuna grazie al real time e alla diffusione che ha avuto negli ultimi 2-3 anni.

    Sempre su Wikipedia apprendiamo che ‘la popolarità di Twitter ha visto una svolta con l’edizione del 2007 del South by Southwest festival: nei giorni dell’evento l’uso di Twitter è triplicato passando da 20.000 ad oltre 60.000 Tweet al giorno. […] Alla fine di settembre 2013 Twitter ha superato 230 milioni di utenti attivi mensili.’ La crescita è stata continua fino ad arrivare ai 317 milioni di utenti, come riportato dall’azienda nella relazione del Q3 2016 con un aumento del 3% rispetto allo scorso anno.

    Grazie al real-time, che è una caratteristica fondamentale, il social media si è dimostrato di grande utilità sociale, ad esempio, in caso di catastrofi naturali come il terremoto, prima della nascita del Safety Check di Facebook e durante i tragici eventi di Parigi, mettendo in contatto persone che offrivano il loro aiuto e le loro case a chi scappava dai luoghi coinvolti nelle esplosioni.

    In campo politico è stato molto utilizzato per coinvolgere e creare proseliti. Pensiamo a Barack Obama che ha 70,3K di followers sull’account presidenziale. Anche durante le ultime elezioni americane ha ricoperto un ruolo di rilievo, tanto che leggiamo sul blog ufficiale di Twitter:

    People in the U.S. sent 1 billion Tweets about the election since the primary debates began in August of last year.

    Qualcuno obietterà che l’università di Oxford University ed in particolare il professor Philip Howard ha evidenziato, in base ad una ricerca, che ‘33% of pro-Trump traffic was driven by bots and highly automated accounts, compared to 22% for Clinton.’, sottolineando che è stato fatto largo uso di chatbot. Potete approfondire a questo link. Essendo utilizzato da moltissimi politici e giornalisti, Twitter era in prima linea.

    twitter2

    Quali sono oggi i principali utilizzi di Twitter? Eccone alcuni:

    • live tweeting durante gli eventi, tanto che i social media team sono sempre più chiamati a conversare e commentare gli eventi live. Dalle trasmissioni televisive, alle partite di calcio, ai convegni che coinvolgono influencers a livello internazionale, Twitter ricopre sempre un ruolo di spicco. Ricordate l’ultimo festival di Sanremo con il record dei 2,7 milioni di tweet?  Vedremo di seguito i risultati di un importante convegno appena concluso a Milano.
    • propaganda politica di numerosi partiti che dialogano con i simpatizzanti grazie al cinguettio.
    • live broadcast con Periscope, dando la possibilità di assistere a eventi, a dietro le quinte di sfilate, produzioni, corsi live, momenti particolari di un brand.
    • assistenza a clienti tramite i bot. Utilizzo non recente che, tuttavia, sta assumendo sempre più peso. Proprio Twitter ha segnalato due servizi da seguire: EvernoteHelp e PizzaHut.

    Ovviamente sono andata a curiosare e ho cercato di approfondire.  In merito a Evernote, l’atwitter5pp per prendere appunti e archiviare note, ho appreso sul sito che Twitter ha commentato la collaborazione con Sprout ed Evernote:

    ‘These features are designed to help businesses create rich, responsive, full-service experiences  that directly advance the work of customer service teams and open up new possibilities for how people engage with Businesses on Twitter’.

    I messaggi di benvenuto automatici ‘What brings you to @evernotehelps today?’ e le risposte sulla chat consentono al team di customer service una notevole velocità ed efficienza, evitando ripetizioni infinite e poco proficue.

    Oltre ad abbreviare i tempi rendono più soddisfacente l’esperienza del cliente che si sente subito accolto ed aiutato.

    Per quanto concerne invece il servizio di PizzaHut, l’utilizzo di Twitter DM consente di prenotare la pizza da ogni luogo ed in ogni momento. Non si parla più di ordinare soltanto una pizza, ma di una ‘ordering experience’.

    Su Sproutsocial.com potete approfondire i contenuti che performano meglio su Twitter: foto e video nativi che aumentano l’engagement e catturano l’attenzione dei followers. Bisogna, tuttavia, considerare che il social engagement è in ‘a continual communication cycle’ con il customer care e consentono di aumentare la vostra brand reputation, come potete vedere nel grafico sotto riportato (fonte: Sprout-Social-Guide-Twitter-Social-Customer-Care).

     

    Oltre al customer care l’utilizzo di punta è il live tweeting di eventi e di convegni nazionali ed internazionali. Come vi anticipavo recentemente ho analizzato le statistiche fornite da The Fool srlBanca Mediolanum relative al convegno World Business Forum che si è svolto a Milano l’8-9 novembre scorsi e sono veramente interessanti (5.106 tweet con 35 mio di impression). Per vedere l’infografica completa potete andare al link.

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    Utilizzi innovativi si stanno facendo strada, basandosi sull’AI. Un caso è, ad esempio,  LnH AI, un “artificial intelligence based musical band”  che, leggiamo in un articolo di Wired.it,  ‘sfrutta l’Intelligenza Artificiale per creare brani — anche se sarebbe

    twitter4

    meglio chiamarle basi — considerando le richieste dell’utente, che arrivano tramite tweet.’  Se approfondiamo sul sito possiamo trovare alcuni esempi dedicati all’heavy metal, ma pare che si stia evolvendo anche in altri generi musicali quali il jazz e il blues.

    Per realizzare la base musicale basta inviare un tweet a @Inh_ai con un formato prestabilito come quello indicato sul sito e che leggete sotto:

    @lnh_ai Dancing robots /compose /g heavy-metal /t 160 /r 0.2

    LnH AI compone la canzone con il titolo ‘Dancing robots’, nel genere heavy metal e con il tempo indicato di 160 BPM come richiesto. Come precisato nell’articolo di Wired.it già citato, ‘trova una “seed track” utilizzando la programmazione neuro linguistica e il titolo fornito. LnH sfrutta modelli di deep learning per ciascun genere: utilizza questi modelli e un piccolo campione della traccia base per comporre una canzone.’

    Nuove e più consolidate applicazioni rendono la piattaforma sempre molto attuale ed interessante, nonostante il momento di confusione e di cambiamenti organizzativi che sta attraversando in questi ultimi mesi. Facciamo tutti i tifo per Twitter!

  • Identità e personal branding

    Quanto è importante l’identità di un’azienda o di un professionista? Scoprire la propria identità è un processo a volte complesso, perché bisogna capire esattamente i propri obiettivi, individuare le specificità, i punti di forza e di debolezza, i principali concorrenti nazionali ed internazionali, definire una strategia precisa in base al target di riferimento e scegliere il proprio tone of voice. Il tutto prima d’iniziare la creazione di un sito e di account sui social media. Sembra un’impresa impossibile. Spesso si parte in modo non coordinato, si aprono molti account sui social media, perché si deve essere presenti, si sperimenta senza una strategia precisa e degli obiettivi definiti e misurabili.

    Da consulenti ci capita di seguire delle startup ed è avvincente partecipare a questo processo di definizione d’identità. Negli ultimi mesi del 2015 ho seguito una start up come StorytellingITA e, mentre stavo lavorando al piano strategico dell’azienda, mi sono fermata a riflettere.

    startup-photos (1)

    Avevo bisogno di far luce sul mio brand personale. Da tempo sentivo l’esigenza di far chiarezza tra le mie varie identità social e professionali. Varie esperienze lavorative sono state fondamentali per la costruzione del mio essere ‘professionista’. La parola chiave ricorrente è sempre stata ‘marketing’ da internazionale a direct marketing a web a social media e attorno a questa Kw si è formata la mia anima. Dal marketing al commerciale come specialista di vendita e trainer e quattro anni fa è  nata la passione per la comunicazione narrativa e un percorso che mi ha condotto ad approfondire  i tools narrativi e le piattaforme di content marketing.

    Come migliorare il personal branding? Ho iniziato un percorso di crescita personale con l’obiettivo di definire meglio la mia strategia e chi mi sta seguendo in quest’evoluzione comprende appieno i dubbi e le difficoltà. Soffermiamoci sulla famosa frase di Tom Peters, guru del marketing americano, che spiega esattamente lo stato d’animo di quando si è in fase creativa.

    If you’re not confused, you’re not paying attention.

    Peters ha anche affermato nel lontano 1997 nel famoso articolo ‘The Brand called you‘:

    We are CEOs of our own companies: Me Inc. To be in business today, our most important job is to be head marketer for the brand called You.

    La fase introspettiva, a mio parere, è la più complessa, in quanto ti costringe a uscire dalla tua zona di comfort, a rompere gli schemi e guardarti da un’altra prospettiva. Comporta anche una certa sofferenza.

    Vediamo insieme gli steps, a mio parere, indispensabili per fare chiarezza:

    1. identificare esattamente la tua competenza e la tua offerta
    2. definire le tue attività e il mercato nel quale vuoi muoverti
    3. puntare sulla tua specificità, ossia su quello che ti rende unico
    4. capire quali benefici puoi dare ai tuoi clienti

    Per far questo puoi utilizzare il metodo Personal Branding Canvas ideato da Luigi Centenaro che trovo molto utile in qualsiasi momento della propria vita professionale.

    Nel momento in cui sei riuscito a rispondere a queste domande puoi procedere alla fase operativa. Nel mio caso personale i passi sono stati i seguenti:

    – uniformare l’immagine sui social media (foto e account);

    – ridefinire la strategia sui social media, ossia assegnare ad ogni social tematiche specifiche;

    – mettere ordine tra i contenuti, secondo la teoria dei tre scaffali: passato, presente e futuro (teoria appresa da Alice Avallone che mi sta seguendo nel percorso di strategia);

    – definire meglio il PED (piano editoriale digitale), prediligendo i contenuti originali e di qualità;

    – pianificare la creazione di un sito personale di tipo narrativo che raggruppi i contenuti sparsi sulle varie piattaforme e che spieghi l’identità;

    – puntare maggiormente sulla mia specificità. Come afferma Seth Godin, che ho avuto il piacere di ascoltare a novembre durante l’ultimo World Business Forum di Milano, la chiave del successo è quella di differenziarsi dagli altri con un elemento, una competenza, una caratteristica unica. Se volete approfondire vi consiglio il famosissimo libro ‘La mucca viola. Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone‘.  Le 5 P del marketing di P.Kotler non bastano più, afferma Godin e all’elenco degli elementi che stanno alla

     

    alla base del marketing come: prodotto, prezzo, promozione, posizionamento, pubblicità, packaging, passaparola, permesso ha aggiunto una nuova “P”. ‘Purple Cow’, ossia la mucca viola, la cui essenza è la straordinarietà.

    Lo straordinario è ciò che emerge dal consueto, ciò che si fa notare e fa parlare di sé.

    Anche nel personal branding dobbiamo andare alla ricerca della mucca viola per distinguerci in un mondo tutto marrone.