• Realizzare i propri obiettivi: golf experience

    Da molto tempo desidero scrivere un post sulla golf experience, non tanto per parlare dello swing perfetto, ma della lezione di vita che si apprende giocando a golf, in particolar modo di una consapevolezza,  un’apertura mentale che porta a realizzare i propri obiettivi.

    Mi sono avvicinata a questo sport da poco meno di due anni principalmente per curiosità, anche se per molto tempo avevo preferito attività quali lo sci, la corsa, etc. che ritenevo più impegnative dal punto di vista fisico. Un preconcetto che si è subito rivelato infondato, in quanto lo sforzo fisico e mentale richiesto dal golf è superiore a quello di molti altri sport.

    ‘Il golf non è solo tirare colpi a una pallina, ma è anche strategia di gioco, senza un avversario umano reale’ -cit. Emanuele Castellani

    Dopo aver iniziato a praticare ho cercato di approfondire e di capire le dinamiche insite nel gioco.  E’ interessante notare come vengano attivati i due emisferi del cervello, come precisa Gary Wiren : emisfero sinistro per analizzare le condizioni ambientali, la scelta del bastone ed emisfero destro per attivare le sensazioni e l’emotività. Potete approfondire nel testo di Willy Pasini e di Gary Wiren stesso(*).

     

    Golf - cervello del golfista

     

    Le doti necessarie per praticare il golf sono sicuramente concentrazione, calma, nervi saldi, qualità importanti anche nella vita professionale. Aggiungo resilienza ed equilibrio, in quanto la sfida (soprattutto se si pratica fuori dal momento di gara) è con sé stessi, con la propria capacità di resistere e voler migliorare.  Quante volte ho pensato di abbandonare, ma poi all’improvviso vedi un passo avanti inaspettato. Lo swing è un’arte e come tale bisogna mettere in gioco tutto sé stesso.  Sembra impossibile ricordare i movimenti, perché in realtà bisogna sentirli con il cuore.

    Devi guardare la pallina un momento e poi sentire il tuo corpo

    Ti pare di non fare progressi su quel campo pratica, provi e riprovi i movimenti e quando vai sul green non sempre riesci a riprodurre i movimenti corretti, perché entrano in gioco altri fattori quali il vento, il sole, le salite, le discese, il ‘bunk’ che non sai come superare.

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    Emozioni altalenanti ti accompagnano, ma non puoi arrenderti. Ho rivissuto le senzazioni vedendo il film  “La Leggenda di Bagger Vance”  del 2000 diretto da Robert Redford, tratto dall’ omonimo romanzo di Steven Pressfield.

    La trama è semplice: un giovane e eccellente giocatore di golf di Savannah in Georgia, Rannulph Junuh, torna dalla prima guerra mondiale traumatizzato e si rifugia per anni nell’alcol, senza speranza. Viene coinvolto in un torneo di golf con i due più grandi giocatori d’America (Bobby Jones e Walter Hagen) e supportato da un’eccezionale caddie, Bagger Vance, e da una donna bellissima, Adele Invergordon, riesce a vincere e a ritrovare l’amore.

    Vi invito a fare un’analisi in ottica narrativa della scena cruciale del film (climax). Seguite la golf experience vissuta da Junuh con attenzione!

    Il protagonista è il giovane giocatore di golf, Rannulph Junuh (Matt Damon), mentre il Mentore è il caddie, Bagger Vance (Will Smith). Tutto sembra perduto per sempre. La pallina è ‘fuori da campo’ in mezzo al bosco, in posizione difficilissima da giocare. Junuh si sente sconfitto, si guarda intorno per cercare una via di fuga, ma non la vede, gli tremano le mani, sta per raccogliere la pallina ed arrendersi. In quel momento interviene Vance e gli propone un altro legno e lo convince a superare la ‘crisi’ , cercando la forza dentro di sé.

    Nella parte conclusiva del dialogo emerge chiaramente il ruolo del mentore, assimilabile a quello del coach motivazionale:

    momento di climax

    momento di climax

    Junuh: “Non posso”
    Vance: “Sì che puoi e non sei solo. Insieme a te ci sono io. Sono sempre stato qui. Adesso gioca il tuo gioco, quello che soltanto tu eri destinato a giocare, quello che ti è stato donato quando sei venuto al mondo.

    Sei pronto? Allora mettiti sulla palla, colpisci quella palla, non trattenere niente. Dagli tutto te stesso, il momento è ora. Lasciati andare ai ricordi, a ricordare il tuo swing. Bene così. Stai tranquillo.   Così va bene. Il momento è ora!”

     

    Possiamo notare come la scena riprenda gli elementi fondamentali dello schema classico di Propp. La ‘crisi’ non è solo rappresentata dal campo di gioco, dall’errore, ma è molto più profonda. In realtà è una crisi d’identità, di fiducia in sè stessi e nelle proprie capacità di superare le difficoltà oggettive, di prendere una decisione e quindi di vivere. 

    schema narrativo classico

    Quando il protagonista riesce a scegliere e a riprendere la concentrazione, l’equilibrio, supera la difficoltà ed esce trasformato dall’esperienza. Non importa tanto la vittoria sul campo da golf, quanto sul suo stato mentale..

    Quante volte nella nostra vita professionale ci troviamo a dover affrontare crisi di ruolo e restiamo immobili, perché non riusciamo a scegliere un nuovo lavoro, una nuova responsabilità, un trasferimento, un cambiamento? Succede molto frequentemente a tutti noi e spesso rinunciamo rispettando quel ‘copione’ che abbiamo scritto molti anni prima o che qualcun altro ha scritto per noi.

    Nel golf dobbiamo scegliere, non possiamo restare immobili. Ci mette di fronte al nostro essere più profondo, ci fa capire le nostre debolezze e ci induce a cambiare. Proprio per questo motivo

    il golf può diventare davvero metafora della vita

    Come afferma Emanuele Castellani (**) nel suo libro di cui trovate i riferimenti nelle fonti:

    ciascuna delle componenti del golf trova un parallelismo nella nostra vita e, spostandoci a un livello meta, più profondo, ci è richiesto di entrare in contatto con il “centro” di noi stessi per imprimere il giusto movimento alla pallina in un equilibrio delicato tra il controllare e il lasciare andare. Questo equivale a esprimere così la nostra potenza vitale. […] Inoltre il golf ci fa fare un esercizio di presenza, ci ancora al momento presente, ci stimola a esserci fino in fondo. e questo c’entra eccome con la vita e con le scelte che ogni giorno responsabilmente siamo chiamati, nel presente, a fare!’

    L’equilibrio è fondamentale per migliorare la prestazione anche in campo professionale: riuscire a dominare e superare lo stress e a raggiungere uno stato di benessere mentale. Quando ci troviamo a prendere decisioni e a studiare la giusta strategia da manager immaginiamoci sul green e

    • bilanciamo rischi e opportunità (se usare un ibrido o un ferro n.5),
    • guardiamo il campo (scenario di mercato su cui operiamo),
    • valutiamo il nostro potenziale (noi e i nostri collaboratori).

    Proviamo a trovare questo equilibrio anche fuori dal campo da golf, nella nostra vita familiare e professionale. La golf experience ci consentirà un’interessante crescita personale a lungo termine.  Chi troverò sui campi da golf?

     

     

     

     

    Fonti:

    (*) Willy Pasini-  “L’arte del golf.Psicologia del vincitore”- ed. Oscar Mondadori

    (**) “Golf Experience. Il manager e la persona:i 7 passi verso una #consapevoleEvoluzione” – ed. Franco Angeli

  • Riflessioni sulla formazione

    Quale impatto ha avuto la digital disruption nel mondo della formazione? Quali sono i cambiamenti in atto? Sicuramente le nuove tecnologie hanno ampliato l’offerta formativa, favorendo l’apprendimento a distanza, grazie ai MOOC, webinar ed edugame.

    Per il 2019 la crescita del mercato dell’edugame è stimata in oltre 13 miliardi, con un tasso di crescita annuo medio del 18,5 per cento, secondo un articolo apparso il 19 giugno su Il Sole 24 Ore ‘Edugames: la didattica con i videogame vale 6 miliardi di dollari’. Le applicazioni didattiche interattive tramite computer, console o dispositivi mobili sono destinate in particolar modo ai bambini, ma non solo. Sempre su Il Sole 24 Ore nell’articolo del 17 giugno ‘L’educazione è un business che vale 6 miliardi di dollari’ si legge che ‘simulazioni di ambienti lavorativi per esempio aiutano i responsabili delle risorse umane a fare una prima scrematura dei candidati a un posto di lavoro, permettendo di misurare la gestione dello stress, ma anche le abilità delle persone. Scuole e università commissionano software ad hoc da affiancare al percorso educativo classico, nel comparto medicale i software combattono disturbi come la dislessia’.

    Lo scorso giugno ho partecipato alla Giornata Nazionale della Formazione organizzata da AIF (Associazione Italiana Formatori) presso la SAA di Torino e, nel ruolo di facilitatore, ho seguito un tavolo dedicato a ‘Modi: nuovi metodi e strumenti per l’apprendimento’.

    E’ stato un momento d’approfondimento condiviso con alcuni colleghi provenienti da tutta Italia. Divisi in gruppi abbiamo iniziato a lavorare sulla parola chiave da noi scelta, raccogliendo le esperienze personali e condividendo le metodologie per creare un’analisi SWOT che è stata presentata in plenaria alla fine dei lavori. Di seguito alcuni concetti emersi durante la mattinata e riflessioni sui cambiamenti in atto.
    •La formazione è un processo continuo che dura tutta la vita (lifelong learning). Le nuove tecnologie risultano molto utili, ma, se le metodologie restano invariate, non si riesce a concretizzare un vero cambiamento.
    •Sempre più importante nell’apprendimento è l’interattività. Oggi la formazione è sempre più ‘visiva’ e ‘mobile’, per cui si rischia un overload cognitivo e scarsa concentrazione. In un contesto così differente dal passato sono indispensabili strategie diverse di organizzazione contenuti e setting formativi.
    •Si parla molto di blended learning e la rete e i social network diventano ‘la nuova classe’. E’ cambiato, pertanto, anche il ruolo del formatore che è un facilitatore, deve disegnare ‘la mappa’ e aiutare ad interpretarla, dare indicazioni sui ‘luoghi’ fisici e online dove trovare i materiali e stimolare l’autoformazione. Diventa colui che unisce i puntini. Il percorso di formazione non finisce quando si termina la sessione e si salutano gli allievi, ma continua in una sorta di co-creazione, condividendo le soluzioni.

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    Deep learning e blended learning sono le parole chiave del gruppo di lavoro, temi che ho anche approfondito in una ricerca successiva. Di seguito qualche riflessione emersa dal confronto con i colleghi.

    Il blended learning può risultare una grande opportunità sia per i discenti, sia per i formatori, in quanto l’aula si apre a nuove esperienze formative e si arricchisce. Richiede, tuttavia, un aggiornamento costante del formatore che deve conoscere molto bene i nuovi mezzi e devices per poter effettuare la scelta più opportuna. L’offerta formativa e i materiali devono essere adeguati alla fruizione in mobilità o sul web. Quali i rischi?
    •mancanza di coerenza tra gli obiettivi formativi e le scelte fatte in termini di supporti
    •mancanza di tempo per l’aggiornamento e lo studio approfondito soprattutto nel caso di formatori inseriti in grandi realtà aziendali.

    La motivazione è alla base di ogni percorso sia di aggiornamento del formatore sia di fruizione del discente. Senza una forte motivazione non si raggiungono gli obiettivi formativi prefissati.

    Considerando il blended learning ho voluto approfondire il settore del M-learning. Conosco alcune piattaforme MOOC per l’e-learning, perché ho seguito corsi online organizzati da Google o da Coursera e Iversity. Si tratta in genere di corsi da seguire sul pc, perché richiedono un livello di concentrazione elevato sia per la lingua straniera in cui sono erogati sia per i contenuti che prevedono esercizi da eseguire e livelli d’apprendimento impegnativi. Non ho ancora seguito un corso totalmente mobile e in podcast.

    Leggiamo insieme la definizione di M-learning data da Wikipedia:

    M-learning è un blend dedotto da mobile e learning, indica l’apprendimento con l’ausilio di dispositivi mobili come PDA, telefono cellulare, riproduttori audio digitali, fotocamere digitali, registratori vocali, pen scanner, ecc.’

    Questa modalità è legata al concetto di lifelong learning. Si apprende sempre ed ovunque.

    Un esempio di M-learning interessante è quello MOOC dell’Università degli Studi di Napoli Federico II con la piattaforma Federica Web Learning. Cosa la caratterizza? L’accesso a podcast delle lezioni su smartphone e tablet, oltre ai classici contenuti video, etc.

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    Altra piattaforma che mi ha incuriosito per l’innovazione nel VR (virtual reality) è Google for education. Leggiamo sul sito che l’app è utilizzata da 50 milioni di users in 190 nazioni.

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    Nella presentazione viene evidenziata la co-creazione di moduli formativi attuata da docenti e studenti e l’ampia disponibilità di tools gratuiti. Nella piattaforma è accessibile anche il progetto ‘Expeditions Pioneer Program’ che offre ai docenti il supporto di un team di Google per apprendere l’uso della piattaforma di virtual reality per l’apprendimento scolastico. E’ sufficiente farne richiesta, indicando l’istituto scolastico e il paese. Non si apprende solo, si vivono nuove esperienze!

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    Queste nuove modalità d’apprendimento non sostituiscono il rapporto docente/discente in aula, ma lo arricchiscono e rendono più immersivo. Resta il problema della formazione dei trainer, gap che Google intende colmare.

     

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